Mercy: Sotto Accusa

Mercy: Sotto Accusa recensione film di Timur Bekmambetov con Chris Pratt

Mercy: Sotto Accusa recensione film di Timur Bekmambetov con Chris Pratt e Rebecca Ferguson [Anteprima]

Mercy Sotto Accusa (Credits 2025 Amazon Content Services)
Mercy Sotto Accusa (Credits 2025 Amazon Content Services)

Quando, nel corso del Novecento, il concetto di intelligenza artificiale si affacciò al grande pubblico attraverso alcuni iconici prodotti di massa, la risposta collettiva risultò più vicina al concetto di sublime di matrice burkeiana — così come elaborato da Edmund Burke — che non a un reale allarme per un futuro più prossimo di quanto si potesse immaginare. Si trattava, in altri termini, di una forma di terrore dilettevole: quello che si attiva di fronte a un pericolo a debita distanza, di cui si riconosce il potenziale distruttivo, ma che può essere contemplato in sicurezza, lasciando spazio all’ammirazione per la sua grandiosità.

Per citare Olivander in Harry Potter: “Dopotutto colui che non dev’essere nominato ha fatto grandi cose… terribili certo… ma grandi”.

In questo caso, tuttavia, la debita distanza non era quella fisica descritta da Burke quando immaginava un soggetto intento ad osservare una tempesta oceanica dalla riva, ma piuttosto una distanza temporale, una sorta di cuscinetto che permetteva al grande pubblico di percepire l’invasione del mondo da parte di avanzatissime intelligenze artificiali come qualcosa di tanto terrificante quanto lontano.

Ora il countdown è concluso: siamo già dentro la distopia

Oggi quella distanza si è definitivamente esaurita e, in una sorta di profezia auto-avverante, gli immaginari dei prodotti audiovisivi scaturiti dalle opere di Philip K. Dick (Blade Runner tratto da Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), Arthur C. Clarke (2001: Odissea nello spazio tratta da La Sentinella) e Isaac Asimov (Io, Robot tratto dall’omonima raccolta di racconti ) stanno invadendo la nostra quotidianità.

Oggi più che mai, dunque, sarebbero di inestimabile valore opere di intrattenimento in grado di indagare da vicino le conseguenze della definitiva diffusione dell’AI — in questo senso prodotti come Pluribus brillano all’interno del panorama contemporaneo —, con cui in passato gli autori potevano riflettere soltanto per ipotesi.

Già semplicemente partendo da questo presupposto possiamo dirvi che Mercy: Sotto Accusa è quantomeno un lungometraggio che tenta di ragionare in tal senso, il che, a prescindere dal risultato finale, lo rende un prodotto dalla spiccata dignità editoriale.

Se dovessimo entrare nel merito, tuttavia, vi sono in particolare due criticità che hanno pesantemente minato la fruizione di un prodotto che di certo non si prefiggeva di riscrivere le regole del genere. La prima è di natura prettamente formale, mentre la seconda è di natura squisitamente contenutistica e, di conseguenza, intrinsecamente più opinabile.

Mercy Sotto Accusa (Credits 2025 Amazon Content Services)
Mercy Sotto Accusa (Credits 2025 Amazon Content Services)

Un’occasione sprecata.

L’ultima fatica di Timur Bekmambetov con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson ha un soggetto semplice ed efficace: siamo nel 2029 e il sistema giudiziario degli Stati Uniti si è evoluto in un’AI dalle sembianze femminili – in particolare quelle algide e taglienti di Rebecca Ferguson, il cui casting appare a dir poco azzeccato -, che mette a disposizione ad ogni imputato una finestra di 90 minuti per abbassare la percentuale di probabile colpevolezza sotto il 92%. Una volta conclusi i 90 minuti, nel caso in cui l’accusato non fosse riuscito a sfruttare a dovere le funzionalità sostanzialmente illimitate (ed è qui iniziano i problemi) dell’AI, si procederà all’esecuzione istantanea.

L’eliminazione dello scarto tra l’unità di tempo della finzione e quella del film è indubbiamente un elemento che impreziosisce una narrazione piacevolmente ritmata, che, per gran parte del tempo, può fare affidamento su una singola ambientazione inquadrata con maestria dal regista russo.

Le riserve riguardano in particolare la figura dell’intelligenza artificiale a cui Rebecca Ferguson regala il volto. Difatti, in opere dispotiche o fantascientifiche, appare spesso utile dichiarare da subito la logica a cui lo spettatore potrà fare affidamento nello svilupparsi dell’intreccio e, nel caso in cui questa venisse disattesa, dovrà avvenire attraverso un certosino e raffinato espediente narrativo.

In Tron Legacy è chiaro da subito che Clu è stato programmato per creare il sistema perfetto, il che lo costringerà ad annientare ogni forma di scelta individuale che non rispetti gli schemi prefissati. In Blade Runner è lapalissiano, nonché alla base del film, come le differenze tra umani e androidi siano talmente sottili da costringere a specifici test per farle emergere e in Io, Robot è evidente come il robot ribelle sia una singola anomalia su milioni di esemplari, su cui erano stati compiuti degli esperimenti specifici.

La giudice Maddox di Mercy: Sotto Accusa, al contrario, suggerisce per svariate decine di minuti una ferrea disciplina, che sembra sgretolarsi a corrente alternata davanti alle necessità del protagonista, il quale ad un certo punto potrà contare su un potere sostanzialmente illimitato. Una goffa soluzione narrativa, che semplifica, per non dire banalizza, l’affascinante tema relativo alle AI disubbidienti.

La seconda criticità, stavolta più manifesta, riguarda l’aspetto visivo del lungometraggio. Difatti, se per una generosa porzione del film la cornice formale appare persino elevata dalla singola ambientazione e dal centellinato utilizzo di ologrammi e realtà aumentata ben realizzati, ad un certo punto, quando l’azione si sposta al di fuori dall’aula di tribunale, la qualità di ciò che ci troviamo di fronte cala drasticamente, lasciando spazio ad una fisica posticcia e a degli effetti visivi più vicini ad un videogioco di qualche anno che ad un lungometraggio del 2026.

Mercy Sotto Accusa (Credits 2025 Amazon Content Services)
Mercy Sotto Accusa (Credits 2025 Amazon Content Services)

Sintesi

Immaginare e mettere su schermo una “lieve” distopia relativa all’AI è di per sé una mossa editoriale tanto efficace quanto utile; tuttavia, occorrerebbe preoccuparsi più degli esiti socio-politici dell’intreccio piuttosto che di assicurare allo spettatore un noioso finale fatto di inseguimenti e bombe da disinnescare

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