Logan - The Wolverine

Logan – The Wolverine recensione film di James Mangold con Hugh Jackman

Logan – The Wolverine recensione del film di James Mangold, con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Dafne KeenBoyd Holbrook e Stephen Merchant

Da un paio d’anni il cinema contemporaneo è inflazionato dai cinecomic, al punto d’essere oggi – a pieno titolo – la principale forma del cinema d’intrattenimento. Questo per via della capacità insita d’essere “contenitori tematici”. Al pari dei western tra gli anni Cinquanta-Sessanta e i polizieschi tra gli anni Settanta-Novanta infatti, i cinecomics dispiegano narrazioni permeate di sfumature di generi, messaggi e tematiche, permeando gli agenti scenici di elementi valoriali rilevanti. Per certi versi quindi, l’operazione compiuta da James Mangold tra Wolverine – L’immortale (2013) e Logan – The Wolverine (2017), diventa il più significativo incontro tra passato e presente.

Prendere a prestito le estetiche dei jidai-geki e del western crepuscolare per avvolgerle attorno al corpo martoriato del Wolverine di Hugh Jackman. Agente scenico d’enorme rilevanza nella storia del cinecomic che appende gli artigli al chiodo dopo nove apparizioni tra la Trilogia originale (2000-2006) degli X-Men; la Trilogia-Prequel (2011-2016); e gli stand-alone (2009-2017).

Hugh Jackman in una scena di Logan - The Wolverine
Hugh Jackman in una scena di Logan – The Wolverine

Il Wolverine di Jackman è stato – al pari del Superman di Reeve e dell’Iron Man di Downey Jr. – un pioniere del cinecomic, dando il là al primo franchise moderno per poi proiettarlo nella contemporaneità e nella vivacità narrativa di Giorni di un futuro passato (2014) sullo sfondo del parallelo Marvel Cinematic Universe; lungamente accarezzato negli anni, ma mai raggiunto.

Un rimpianto per Jackman, che nel pieno dell’attività auspicava di poter incrociare l’Hulk di Ruffalo a mani nude e che lascia degnamente il ruolo per via delle difficoltà legate agli allenamenti, l’età e per il malanno con cui combatte da anni. Sono quindi del tutto nulle le possibilità di vederlo nei futuri X-Men targati Disney. Dal canto suo però, Jackman ha ammesso che semmai esistesse la possibilità di un crossover con Deadpool, ritornerebbe a indossare gli artigli di adamantio senza pensarci due volte.

Logan – The Wolverine & Il cavaliere della valle solitaria, Mangold & Stevens

Candidato agli Oscar 2018 come Miglior sceneggiatura non originale; ispirato liberamente a Old Man Logan (2009) di Mark Millar; Logan – The Wolverine, arricchisce la cifra stilistica del suo racconto con un omaggio a Il cavaliere della valle solitaria (1953) di George Stevens, che è pura storia del cinema. Tra improvvisazioni e aneddoti legati alla gioventù di Patrick Stewart, la sequenza diventa essenziale nella chiave di lettura del racconto e degli intenti della ratio filmica.

Un giocare tra passato e presente; tradizione e innovazione; permeando così il Logan crepuscolare di Jackman di una carica valoriale dagli intenti non dissimili dallo Shane di Ladd del gioiello filmico di Stevens. Cowboy solitari nelle strade delle vita, che con le loro azioni d’estremo sacrificio riportano “la tranquillità nella vallata“.

Il cavaliere della valle solitaria in Logan
Logan & Il cavaliere della valle solitaria

Nel cast figurano Hugh Jackman, Patrick Stewart, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Richard E. Grant Dafne Keen; e ancora Elizabeth Rodriguez, Eriq La Salle, Elis Neal, Quincy Fouse, Al Coronel e Reynaldo Gallegos.

Logan – The Wolverine: sinossi

Anno 2029, i mutanti sono praticamente estinti. Da 25 anni infatti non ne nasce più uno. Logan (Hugh Jackman) è invecchiato da quando il fattore rigenerante s’è indebolito. Questo a seguito dell’avvelenamento da adamantio; smessi i panni di Wolverine, trascorre le sue giornate come autista in Texas.

L’obiettivo è sopravvivere; cercare di combattere l’adamantio; e risparmiare denaro per comprare lo yacht dei sogni e delle medicine. Considerato praticamente un fuorilegge, Logan vive al confine tra l’America e il Messico, in una fonderia abbandonata assieme al mutante reietto Calibano (Stephen Merchant) e al novantenne Charles Xavier (Patrick Stewart). L’ex Professor X è anch’esso ai margini della società dopo che una sua crisi psichica ha ucciso molti dei suoi X-Men.

Hugh Jackman e Dafne Keen in una scena de Logan - The Wolverine
Hugh Jackman e Dafne Keen in una scena de Logan – The Wolverine

Di ritorno da una lunghissima giornata lavorativa, Logan viene avvicinato da una donna di nome Gabriela (Elizabeth Rodriguez). Quest’ultima, un’infermiera della Essex Corp, che lo implora di accompagnare lei e una ragazzina undicenne, Laura (Dafne Keen) in un luogo denominato Eden, nel Dakota del Nord.

Logan accetta con riluttanza, convinto di una ricompensa, ma al momento della partenza trova Gabriela morta e Laura scomparsa. Tornato a casa, scopre che la bambina s’era nascosta nel bagagliaio dell’auto e che gli assassini di Gabriela lo hanno pedinato; si tratta di Donald Pierce (Boyd Holbrook) e i “suoi” Reavers – spietati cacciatori di mutanti. Inizierà così un viaggio lungo tutta l’America, in cui Logan dovrà scendere a patti con il suo retaggio e accettare il suo lascito. Laura non è infatti una semplice bambina, ma un’esperimento, esattamente come lui: è sua figlia.

Sotto la maschera di Wolverine 

Che con Logan ci trovassimo in un sentiero narrativo decisamente più ispido della media dei cinecomic dell’epoca, è abbastanza chiaro dai titoli di testa: Cinemascope; il logo della 20th Century Fox con il layout degli anni settanta; una carneficina sulle note malinconiche di un pianoforte, con cui Mangold ci presenta il Logan di Jackman. Nella furia attenuata e a sprazzi del suo agente scenico, il cineasta de Ragazze interrotte (1999) costruisce in pochi attimi il background narrativo e caratteriale di Wolverine mostrandocelo ammaccato, malconcio, e intrappolato in un lavoro usurante.

L’espediente è efficace, Mangold ci mostra infatti l’iconico volto di copertina della saga degli X-Men di Singer in veste inedita. Un sagace lavoro di ricostruzione caratteriale che va a toccare i tasti della totale destrutturazione della dimensione eroica, declinata da Mangold ora in un fattore rigenerante difettato e in una struttura fisica meno muscolare, ora nel titolo stesso dell’opera.

Hugh Jackman
Hugh Jackman in una scena di Logan – The Wolverine

Il cinecomic diretto dal cineasta newyorchese infatti, non campeggia a tutto schermo il nome “Wolverine” – come nel capitolo precedente – bensì “Logan”. Espediente essenziale per ben comprendere la ratio dell’opera, in uno spogliare il (super)eroe del suo costume per mostrarcelo nell’umanità ridotta in pezzi. Il quadro che ci viene mostrato del Logan di Jackman è più vicino infatti all’eroe crepuscolare del vecchio west; a un Josey Wales e un Predicatore di eastwoodiana memoria; o ancora a un Thornton di Peckinpah e del “suo” Mucchio.

Logan è zoppicante e alcolizzato; ha manie suicida; si discosta dal suo retaggio umano e rifiuta perfino il suo esser stato il Wolverine degli X-Men: Criticità caratteriali che trovano rimandi nelle dinamiche relazionali con lo Xavier di Stewart e con il Calibano di Merchant, di cui Mangold ci fa leggere l’anima in una regia delicata e intima.

Mangold e il topos del viaggio fordiano

Tutti elementi con cui il cineasta de Quando l’amore brucia l’anima (2005) carica di valore il viaggio del (super)eroe che si andrà a dispiegare lungo il secondo atto del racconto, configurato nell’accezione tipicamente fordiana da intendersi come esplicitazione narrativa dell’arco di trasformazione. Nel farlo però, Mangold gioca con i topos del genere cinefumettistico contaminandolo ora nel rifiuto di Logan alla chiamata dell’eroe; ora in dei elementi meta-testuali con il fumetto degli X-Men che permeano interamente la climax dell’Eden; ora con un clone con cui esplicitare il conflitto interiore.

L’ingresso scenico della Laura della Keen, dà così il via all’evoluzione di Logan, in una ricostruzione della dimensione eroica e di uno scopo narrativo dell’agente scenico che Mangold avvolge attorno alla dinamica relazionale con il suo interprete principe.

Hugh Jackman e Dafne Keen
Hugh Jackman e Dafne Keen in una scena de Logan – The Wolverine

Si evolve così il racconto di Logan, in sfumature ora da western classico del sopracitato Il cavaliere della valle solitaria; ora in un road movie che asciugato nella sua essenza diventa rilettura wendersiana delle dinamiche padre-figlio di Alice nelle città (1974) e Paris, Texas (1984). Tutti elementi che arricchiscono di senso la narrazione che di riflesso denotano l’abilità di un Mangold capace di gestire le sequenze action e quelle più intime con uguale intensità registica.

Ne deriva una formidabile e già iconica climax di un Logan tornato Wolverine e in pieno Berserker da istinto paterno che è al contempo passaggio di consegna generazionale e fine di un’epoca. Un ciclo leggendario e pionieristico che trova nella sua ballata western crepuscolare dalla forte carica emotiva e nelle parole sussurrate del suo magnifico interprete: una chiusa che è storia del cinema.

Logan – The Wolverine: il mutante della valle solitaria

Un uomo ha la sua via tracciata. Non può cambiarla. Si infrange la legge quando si uccide, e non c’è rimedio. A torto o a ragione rimane un marchio; e non si cancella più. Ora torna presto dalla mamma, e dille da parte mia che non tema più niente; la tranquillità è tornata nella vallata.

Una croce capovolta e le parole sopracitate chiudono l’era di Wolverine. Nel farlo, Mangold ritorna sul sentiero narrativo de Il cavaliere della valle solitaria prendendone a prestito le parole della climax in una collisione tra mondi fatti di topos, estetiche e immaginari filmici che è cortocircuito e magia del cinema.

Quello di Mangold è infatti puro e semplice bricolage narrativo di cui aveva dato i primi segnali nel precedente L’immortale. Un tornare a dei giorni di un futuro passato del cinema moderno americano con cui attingere a una delle più grandi opere western per rielaborarla a piacimento; avvolgendone valori, emozioni e sentimenti attorno a un altro mondo narrativo. Elementi che vanno così a certificare l’evoluzione del cinema d’intrattenimento nelle decadi e gli intenti filmici di Logan – The Wolverine: celebrazione e mito di uno degli ultimi grandi eroi tragici del cinema americano, condannato dal suo stesso dono alla solitudine dell’immortalità, e infine scomparso con il suo “cuore” in mano.

La locandina de Logan
La locandina de Logan – The Wolverine

Sintesi

Con Logan - The Wolverine, Mangold compie un autentico bricolage narrativo, una collisione tra mondi fatti di topos, estetiche e immaginari filmici tra Il cavaliere della valle solitaria e il mondo narrativo degli X-Men che è puro cortocircuito e magia del cinema - elementi tutti avvolti attorno alla figura crepuscolare del Wolverine di Jackman, condannato dal suo stesso dono alla solitudine dell'immortalità, e infine scomparso con il suo "cuore" in mano.

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