Lo squalo

Lo squalo recensione film di Steven Spielberg con Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw

Lo squalo recensione del film di Steven Spielberg con Roy Scheider, Richard Dreyfuss, Robert Shaw, Lorraine Gary e Murray Hamilton

Come nelle grandi sceneggiature, la prima vera grande svolta nella carriera di Steven Spielberg arriva quasi per caso; per la precisione su di un foglietto su cui era descritta la trama de Lo squalo (1975) e un “potrebbe essere un buon film“. I produttori della Universal, Richard D. Zanuck e David Brown, sentirono spesso parlare dell’omonimo romanzo di Peter Benchley del 1974; l’idea di un film arrivò però con una piccola nota a margine della moglie di Brown, Helen Gurley Brown, all’epoca editrice di Cosmopolitan.

Zanuck e Brown divorarono il libro in una nottata, e furono dell’avviso che potesse essere, per davvero, un film fenomenale; non era ancora chiaro come si sarebbe potuto produrre un film dalle simili criticità. In ogni caso, acquistati i diritti per poco più di 175.000 dollari, Zanuck e Brown iniziarono a sondare il terreno per la regia; inizialmente pensarono, in prima battuta, a John Sturges come regista, per poi dirottare decisamente su Spielberg, il cui suo primo lungometraggio cinematografico – Sugarland Express (1974) con protagonista assoluta Goldie Hawn – era di loro produzione. Spielberg prese in mano il progetto e alleggerì il tono del racconto; sciogliendo del tutto una sottotrama legata a Ellen Brody, e riducendo, in parte, la dimensione scenica del sindaco di Amity – ruoli poi andati a Lorraine Gary e Murray Hamilton.

Steven Spielberg sul set de Lo squalo
Steven Spielberg sul set de Lo squalo

La sceneggiatura vide però un notevole scoglio di difficoltà, visto che di bozze ne vennero redatte almeno cinque; tre dello stesso autore dell’opera originaria, una del vincitore del Pulitzer Howard Sackler (Paura e desiderio), Carl Gottileb – che diede un contributo importante per la componente suspense – , e perfino al regista John Milius (Apocalypse Now) – il cui apporto è da ascrivere alla componente dialogica.

Quarantacinque anni dopo e tre Oscar vinti tra cui Miglior sonoro, Miglior montaggio, e Miglior colonna sonora, fa quasi strano immaginare a qualcuno di diverso da Roy Scheider, Robert Shaw e Richard Dreyfuss nei panni di Brody, Quint e Hooper; eppure nessuno di loro è stato la prima scelta nel ruolo. Per Brody non ci fu mai, effettivamente, una primissima scelta; Charlton Heston si propose per la parte ma Spielberg lo riteneva inadatto – il ruolo andò poi a Scheider ma il regista temeva potesse non cogliere l’insita umanità del personaggio. Riguardo Quint e Hooper invece, si pensò rispettivamente a Lee Marvin e Sterling Hayden per il cacciatore di squali e Jon Voight per il biologo marino.

L’ammirazione di Ingmar Bergman e le problematiche con gli squali meccanici

La lavorazione de Lo squalo attirò le attenzioni di tantissimi cineasti, tra questi spicca un inaspettato Ingmar Bergman, che a proposito di Spielberg si espresse in modo più che lusinghiero: “Tra i registi di oggi mi piace molto Steven Spielberg.” Attenzione, non saranno certamente parole di fuoco, ma Bergman non era affatto facile a complimenti; negli anni il regista che ha plasmato Max Von Sydow, definì Antonioni come “soffocato dal suo stesso tedio“, Tarkovskij come “il più grande di tutti“, Welles come “è solo una bufala” e Godard con un più laconico “noia fottuta“. Questo per via dell’insita natura giocosa del regista de Il settimo sigillo (1957), e di un cinema che pur trattando spesso tematiche probanti, ha sempre una nota vivace, dolce, sentimentale; come confermato dalla prima ora de Fanny & Alexander (1982), tra i più delicati film del Maestro di Uppsala.

Ingmar Bergman sul set de Lo squalo
Ingmar Bergman sul set de Lo squalo

La principale attrattiva era la meccanica degli squali, eppure la forza innovativa del racconto divenne anche la sua stessa, principale, problematica. Per Lo squalo ne vennero costruiti ben tre: un modello intero per le riprese subacquee o per le uscite del muso e due per girare unicamente a destra e sinistra; questi ultimi caratterizzati da un lato totalmente cavo per permettere ai tecnici di operarvi all’interno. Costruiti da Joe Alves, gli squali de Lo squalo ebbero molteplici malfunzionamenti, causando continui ritardi alla lavorazione e un lievitare del budget che misero a repentaglio la realizzazione stessa del film.

Pensate che il giorno del collaudo, uno degli squali naufragò sul fondale a causa della corrosione degli impianti idraulici da parte dell’acqua salata; quel giorno Spielberg coniò il soprannome de “il grande bastardo bianco” – creò più di un grattacapo quel grosso colosso meccanico. A dimostrazione della caratura registica di un già giovanissimo Spielberg, il nostro però non si scoraggiò; sfruttando così i molteplici imprevisti per dare al racconto una sfumatura altrimenti impossibile.

Lo squalo: sinossi

Isola di Amity. Durante una festa notturna Christine Watkins lascia la festa per andare a fare un bagno di mezzanotte; all’improvviso, mentre è in mare, viene trascinata sott’acqua da qualcosa di cui percepiamo appena la dimensione. L’indomani mattina il capo della Polizia Martin Brody (Roy Scheider) ritrova i resti mutilati del corpo di Christine sulla spiaggia. Dal referto del medico legale e del rapporto della scientifica risulta chiaro: attacco di squali.

Brody informa così il sindaco Larry Vaughn (Murray Hamilton) della minaccia ittica attorno alle coste di Amity; a suo dire però, non bisogna cedere agli allarmismi, minimizzando l’accaduto e curandosi più dell’economia del paesino che non della vita di cittadini e turisti.

Roy Scheider, Robert Shaw e Richard Dreyfuss
Roy Scheider, Robert Shaw e Richard Dreyfuss in una scena de Lo squalo

Dopo la morte di Alex Kintner però, qualcosa cambia nella percezione della minaccia dello squalo. La madre offre una taglia di 3000 dollari a chiunque catturi e uccida l’assassino ittico di suo figlio. Regna il caos ad Amity; Vaughn cerca di contenere l’evento, turisti e cacciatori di professione si presentano alla soglia del Municipio. Scesi in campo il cacciatore di squali Quint (Robert Shaw) e il biologo marino Matt Hooper (Richard Dreyfuss), per Brody inizia una sfida con sé stesso e la sua paura dell’acqua. Inizia la stagione di caccia in mare aperto.

La costruzione della suspense spielberghiana e la codifica dell’Effetto Vertigo

Una soggettiva subacquea, la colonna sonora ormai leggendaria di John Williams, e un falò sulla spiaggia; una corsa spensierata di due ragazzi all’alba, Un tuffo in acqua, una nuotata nel silenzio totale. Un’altra soggettiva, una zoomata, il crescere della colonna sonora; una boa che fa da spettatrice di un efferato delitto. Si apre così uno dei grandi classici essenziali nella transizione da cinema moderno a postmoderno; quel Lo squalo con cui Spielberg costruisce le basi del più iconico summer movie, in un thriller insolito dall’andamento sincopato.

Tra campi lunghi e mani sporche di sangue, il regista di Ready Player One (2018) ci presenta la dimensione familiare del Brody di Scheider; agente scenico funzionale in queste prime battute di racconto, con cui Spielberg pone le basi del conflitto scenico tra fischietti smezzati, mani sputate dalle onde del mare e la scritta in calce “Shark attack”. L’apertura di racconto de Lo squalo, risulta così immediata, netta, semplice, quasi da manuale; a conferma della nomea di “regista veloce” di Spielberg non soltanto a livello registico, e di ritmo, ma anche nella capacità di comporre la messinscena, di sviluppo di racconto.

Roy Scheider e l'effetto Vertigo de Lo squalo
Roy Scheider e l’effetto Vertigo de Lo squalo

In una cornice narrativa vivace e pacifica, fatta di falò sulla spiaggia, di tuffi in acqua e di serafica pace estiva dell’Isola di Amity; Spielberg porta in scena un incubo alla luce del sole giocando di contrasto tra un Brody consapevole, sin dall’apertura di racconto, dell’insita criticità ittica, e un ambiente che ne prende ora le distanze ora ne risulta inconsapevole. Esemplare, in tal senso, la sequenza che porta alla codifica registica dell’Effetto Vertigo; in un continuo di campi e controcampi tra lo sguardo di Brody, le distrazioni dategli dall’ambiente scenico, e tante piste da seguitare, con cui Spielberg gioca con le intenzioni dello spettatore, e le sue aspettative manipolando la suspense.

Così facendo il regista statunitense costruisce un solidissimo intreccio che trova vita e forza, ora nella crescita graduata della componente di pericolo della minaccia ittica; ora nel susseguente conflitto scenico tra lo stesso Brody e gli sforzi del Vaughn di Hamilton di minimizzarne la portata catastrofica. Un doppio conflitto quindi, che vive l’uno dell’altro, in una relazione simbiotica con cui valorizzare una narrazione tanto semplice nella forma quanto complessa nei suoi piani, densa e stratificata.

Eroi classici, un cacciatore di squali da spaghetti-western e un biologo marino

Lo sviluppo del racconto permette così a Spielberg, di allargare sempre più la forbice delle caratterizzazioni tra Brody e Vaughn. Eroe e antieroe, senza sfumature, ma la più semplice dicotomia bene/male in modo netto e incisivo; in caratterizzazioni che sono compiute, efficaci, che ruotano tra la dimensione del buon padre di famiglia e quella del freddo calcolatore.

Un materassino bucato, una macchia di sangue e 3000 dollari. Nell’alzare la posta in gioco de Lo squalo, Spielberg allarga le maglie relazionali e – onde evitare un ipotetico remake acquatico de Mezzogiorno di fuoco (1952) – introduce la dimensione caratteriale del Quint di Shaw; in una presentazione scenica d’antologia, sopra le righe, iconica, deduttiva, con cui Spielberg alza considerevolmente la cifra della qualità di scrittura. Camera fissa, un dolce zoom e il resto è la storia del cinema:

Qui mi conoscete tutti. Sapete come mi guadagno da vivere. Ve lo prenderò io quel pesce, e non sarà uno scherzo. È una brutta bestia. Non è come andare a pesca di sardine o di merluzzi: questo è uno squalo, e ti si mangia vivo! […] Ma non sarà facile per niente; e la mia pelle vale molto di più di 3.000 dollari, Capo. Io per tremila dollari ve lo trovo, ma per prenderlo e ammazzarlo ne voglio dieci. La decisione spetta a voi. Se volete far affari questa estate alzate il premio; oppure fate gli spilorci e passate l’inverno a piangere. Non ho bisogno di nessuno, non mi servono volontari, ci sono già troppi comandanti su quest’isola. 10.000 dollari per me, e per me solamente; e io vi porto la testa, la coda e tutto quello che c’è in mezzo.

Roy Scheider
Roy Scheider in una scena de Lo squalo

Laddove infatti Brody e Vaughn risultano quasi eroi semplici e classici; per Quint il cineasta de The Post (2017) gioca sulla rilettura scenica del bounty-killer, in un cacciatore di squali le cui sfumature caratteriali lo rendono più vicino al cinema di Sergio Leone che non allo stesso Spielberg. Non ultimo l’Hooper di Dreyfuss, biologo marino che rappresenta, oltre che l’aiutante, l’opposto scientifico-competente – nonché caratteriale – di Quint.

La crescita della componente di pericolo de Lo squalo permette così a Spielberg di permearne interamente gli stessi agenti scenici; in un Brody poco avvezzo al mare che trova nell’ossessione per la minaccia ittica la molla con cui far scattare l’arco di trasformazione di riavvicinamento al mondo marino. Espediente essenziale nell’economia del racconto, con cui Spielberg dà colore al personaggio, giocando tra illustrazioni, elementi testuali, dando brio alla dinamica relazionale di famiglia.

Lo squalo: la crescita del pericolo alla maniera di Hitchcock

Una catena spezzata, un molo scivoloso, appena una pinna in un canale, e un sagace uso di soggettive. Complici le sopracitate difficoltà produttive legata al funzionamento degli squali meccanici, Spielberg giocò molto su un tono “alla Hitchcock” nel caratterizzare la componente di pericolo de Lo squalo; in una suspense che cresce in una minaccia che è un appena mostrato, perlopiù dedotto. Imprevisti che se per un altro regista avrebbero significato la fine del progetto, per un cineasta come Spielberg diventano un’opportunità narrativa con cui arricchire il racconto.

Il regista de Salvate il soldato Ryan (1998) configura così un gioco di detto/non detto, di soggettive con cui mostrarci i movimenti della creatura ittica, e di piccoli espedienti come barili attaccati a zattere, o pinne motorizzate. Così facendo, Spielberg ci fa percepire la minaccia e il terrore tangibile, palpabile, senza però mostrarcela direttamente; non prima del terzo atto perlomeno – con l’incrocio degli archi narrativi di Brody, Quint e Hooper, tra convivialità ed espedienti con cui vender cara la pelle, a cui Spielberg ci trascina tra una cornice ossuta e una nave pronta a salpare.

La percezione del pericolo ne Lo squalo
La percezione del pericolo ne Lo squalo

La crescita della posta in gioco, tra mare aperto, postura, nodi, e una competenza compenetrante con i tre protagonisti, permette a Spielberg di amplificare al massimo la sensazione di costante pericolo de Lo squalo. Così, in linea con una cura del momento sorprendente – e del suo essere un thriller-horror a cielo aperto – basta un semplice, ma calcolato, movimento del mulinello della canna da pesca per giocare con le intenzioni sceniche. Il resto lo fa la raffinata e incisiva regia di Spielberg in primi piani e piani medi, e la colonna sonora di Williams: l’autentico deuteragonista de Lo squalo.

L’umanità de Lo squalo, e una climax al sapore di Moby Dick 

Nonostante però la natura limpida e hitchcockiana della componente di pericolo del racconto, Spielberg non lesina a jump-scare e ne piazza un paio realmente poderosi; espedienti semplici, efficaci, a cui basta il semplice muso dello squalo per incanalare la narrazione nei binari più canonici “di genere”. Per un racconto che evolve in kammerspiel in mare aperto, che il cineasta arricchisce di senso, tra barili, canti e bevute; dando così colore alla narrazione e spezzando la tensione.

Nella risoluzione del conflitto, la componente di pericolo va così a compenetrare del tutto gli archi narrativi dei suoi agenti scenici; espediente attraverso cui Spielberg potenzia la ragione di senso dei suoi protagonisti, dandovi una ratio, uno scopo. La caccia allo squalo omonimo fa emergere tutte le criticità caratteriali; in un Brody ben poco competente ma dalla crescita esponenziale e infine risolutivo, un Hopper che colma le sue lacune da “biologo da scrivania”, e un Quint novello Achab – la cui ossessione va oltre l’umana comprensione.

Roy Scheider in una scena de Lo squalo
Roy Scheider in una scena de Lo squalo

L’Achab di Spielberg infatti è totalmente accecato dalla sua fama e da un vissuto tutt’altro che eroico; in una progressiva evoluzione del suo ruolo scenico da cacciatore competente a nemico di sé stesso e nemesi nella dimensione narrativa in mare aperto – attraverso cui Robert Shaw ruba la scena ai colleghi e monopolizza l’attenzione dello spettatore. Come Achab però, anche Quint resta vittima delle sue stesse ossessioni; potenziando di riflesso l’agire del Brody di Scheider che tra una frase iconica, una bombola e un finale rievocante la magia di Casablanca (1942) fa la storia del cinema.

Spartiacque produttivo e primo grande film di Steven Spielberg

Totalmente pionieristico a livello di distribuzione e marketing, tanto che risultò il maggior incasso nella storia del cinema prima dell’arrivo di Una nuova speranza (1977); Lo squalo è l’autentico prototipo del blockbuster estivo, in una distribuzione su larga scala in pochi giorni dal rilascio americano. All’epoca si teorizzò molto sulla valenza filmica dell’opera di Spielberg; ne parlò così, ad esempio, l’autore Thomas Schatz:

Se un singolo film ha segnato l’arrivo della New Hollywood, questo è stato Lo squalo; il thriller diretto da Spielberg che ha ricalibrato il profitto potenziale dei successi di Hollywood e ridefinito parimenti il suo stato di merce e fenomeno culturale commerciabile. Il film ha posto un’enfatica fine ai cinque anni di recessione di Hollywood accompagnandolo in una era di thriller di alti costi, alta tecnologia e alta velocità.”

Non a caso infatti, Spielberg è stato non soltanto tra gli autori che hanno saputo definire la New Hollywood, ma anche tra quelli capaci di sapersi reinventare dopo il crollo (artistico) verticale de I cancelli del cielo (1980) di Michael Cimino; acquisendo negli anni Ottanta sempre maggior peso specifico ora sul fronte registico (I predatori dell’arca perduta, E.T. L’extraterrestre, Il colore viola), ora produttivo (Gremlins, Ritorno al futuro, I Goonies).

Prima di tutto questo però c’è Lo squalo, che dopo tanta gavetta televisiva, un’intelligente opera prima non-cinematografica come Duel (1971) e il sopracitato Sugarland Express, consegna il suo brillante autore all’immortalità cinematografica attraverso un concept intelligente e audace – e non è che la seconda pellicola di una filmografia straordinaria.

La locandina de Lo squalo
La locandina de Lo squalo

Sintesi

Alla sua seconda regia cinematografica, con Lo squalo, Spielberg mette piede nel terreno dei grandissimi realizzando un'opera di rara intelligenza. Il pioniere del blockbuster estivo per eccellenza è tra i più grandi film di tutti i tempi nel segno di una regia veloce, caratterizzazioni classiche e performance di attori del calibro di Roy Scheider, Robert Shaw e Richard Dreyfuss, il suo primissimo feticcio attoriale.

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