Lo Spartito della vita

Lo Spartito della vita – Sterben recensione film di Matthias Glasner 

Una partitura corale sul disamore

Lo Spartito della vita – Sterben recensione film di Matthias Glasner con Corinna Harfouch, Lars Eidinger e Lilith Stangenberg

di Francesca Bastoni

Lo spartito della vita - Sterben (Credits: Satine Cult)
Lo spartito della vita – Sterben (Credits: Satine Cult)

Lo Spartito della vita – Sterben è un film corale, drammatico, che nella sua struttura stratificata e nella sua tensione emotiva richiama la complessa polifonia narrativa di Magnolia di Paul Thomas Anderson. Come in quella sinfonia cinematografica, anche qui le vite dei personaggi si intrecciano, si rispecchiano, si urtano, generando una partitura fatta di dolore, perdita, amore e redenzione impossibile.

Al centro della narrazione troviamo la famiglia Lunies. La madre Liss, figura ambivalente e centrale, attraversa il tempo con il peso della decadenza e la lucidità della consapevolezza. Accanto a lei, i due figli, Tom e Hellen, ciascuno alle prese con la propria deriva esistenziale. È in questo nucleo disgregato e muto che si agitano i temi portanti del film: la morte come detonatore emotivo, la nascita come promessa mancata, l’amore come forza ambigua che salva e condanna.

Matthias Glasner costruisce con Lo Spartito della vita un percorso narrativo e psichico che prende avvio dalla morte del padre Gerd, uomo fragile, compatito, amato e infine abbandonato nel momento più estremo della sua esistenza. La sua morte, spoglia di rituali e di retorica, è uno degli snodi più potenti del film: una scena muta, straziante proprio perché ordinaria, che si impone come vuoto narrativo e simbolico.

Il lutto agisce come una fessura da cui filtra tutto ciò che non è mai stato detto. Ogni membro della famiglia Lunies si ritrova costretto a fare i conti con il proprio specchio deformante. Tom, compositore sensibile e disturbato, rifugia nel suono un desiderio di armonia che la sua vita gli nega; Hellen, medico disilluso, vive una giovinezza senza radici né legami stabili in cui potersi specchiare; Liss, madre e vedova, resta a presidiare un presente che si sfalda, cercando di mantenere controllo e lucidità sul caos che avanza

La forza del linguaggio visivo, il rigore della messa in scena e dell’intreccio sono gli aspetti che spiccano in Lo Spartito della vita.  Non è affatto casuale  se il titolo del film  ci riporta a due aspetti specifici della pellicola:  la  sinfonia  intitolata dedicata alla morte e diretta da Tom; nonché all’agonia e alla  scomparsa  di Gerd.

Sceneggiato da Matthias GlasnerUlf Israel e Jan Krüger, il film trova nella sintesi dei suoi autori un linguaggio disturbante e ipnotico, capace di avvolgere lo spettatore in un’atmosfera gelida e sensoriale. Ogni dettaglio – dallo sguardo alla luce, dal suono ai silenzi – costruisce un mondo sospeso in cui il dramma è trattenuto, ma mai anestetizzato. Non ci sono concessioni alla catarsi, né scorciatoie melodrammatiche: Lo Spartito della vita è una diagnosi cruda, uno studio quasi clinico dell’animo umano.

A rendere tutto ciò possibile è una triade di interpreti formidabili. Corinna Harfouch dà corpo a una Liss ruvida, materna e distante, magnetica nella sua immobilità. Lars Eidinger incarna un Tom inquieto e trasparente, diviso tra genialità e autodistruzione e Lilith Stangenberg è una Hellen sfuggente, in bilico tra fuga e resa, che porta nel corpo il peso di una vita mai abitata davvero.

Presentato in concorso alla 74ª Berlinale nel 2024, ha sorpreso e scosso il pubblico internazionale con la sua capacità di mettere a nudo i legami familiari, senza abbellimenti né pietà.

Il film disvela, con precisione chirurgica, le derive emotive e relazionali che scaturiscono dalla perdita: la vita sregolata di Hellen, l’algida complicità conflittuale tra Tom e Liss, il dolore non elaborato che trasforma l’amore in un’arma silenziosa.

Sintesi

Lo Spartito della vita è una pellicola che lascia il segno. Un film che – nel suo rigore formale – si fa anamnesi emotiva, spingendo lo spettatore a riflettere su ciò che resta, quando tutto sembra finito. Indimenticabile il confronto tra madre e figlio, tra accusa e verità, tra parole che feriscono e parole mai dette. Non consola, ma illumina. Non salva, ma ci costringe a sentire

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