Lo Schiaffo recensione film di Frédéric Hambalek con Julia Jentsch, Felix Kramer e Laeni Geiseler
di Tommaso Di Pierro

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo
La vita in famiglia non è mai facile: la famiglia non si sceglie, la si può solo subire.
Lo sa bene Marielle (Laeni Geiseler) che, dopo aver ricevuto uno schiaffo da un’amica, sviluppa dei poteri telepatici che le permettono di percepire ogni pensiero e ogni gesto dei suoi genitori.
È così che tutto il marcio, le bugie e i non detti di quella casa vengono a galla insieme, come un mostro che sbuca da sotto il pavimento: impossibile da nascondere, ancora più impossibile da controllare.
Dopo Modell Olimpia (2020), il regista tedesco Frédéric Hambalek torna con Lo schiaffo – What Marielle Knows letteralmente “Quello che Marielle sa“- a esplorare ancora una volta le dinamiche di una famiglia disfunzionale. Rispetto al suo esordio, sceglie una strada meno cupa e inquietante, ma comunque attraversata da una vena surreale, che rimane ai margini del raziocinio.
Attraverso il pretesto dei poteri telepatici acquisiti dalla falsa protagonista Marielle — un atipico McGuffin — il regista indaga una famiglia insoddisfatta e repressa, sul piano professionale come su quello sessuale. È un nucleo in cui genitori ipocriti mentono agli altri, ma soprattutto a sé stessi, mantenendo un status quo di squallida quiete apparente, pronto a esplodere da un momento all’altro.
Ma non tutto il male vien per nuocere. Anzi. La medicina è amara, ma il paziente ne ha comunque bisogno: e così Hambalek, dopo aver affondato il coltello nella piaga, è anche colui che ti porge la garza per iniziare a guarire.

La telepatia è infatti assunta a male necessario, croce e delizia per sanare al meglio i drammi di una famiglia incrinata, le cui crepe sono appena agli inizi e su cui è ancora facile intervenire. Questo singolare potere permette infatti ai due genitori di essere finalmente sé stessi, di liberarsi, di dirsi finalmente la verità in faccia e di abbattere tutti i muri di silenzi e di bugie che li dividono. Un evento imprevisto, quindi, diventa necessità e motivo di catarsi e di liberazione, di riflessione su sé stessi e sull’andamento del proprio essere, su come eravamo, su come siamo e su come saremo.
Che le crepe siano grandi o piccole, i traumi restano, ma, se ne esce comunque più consapevoli, anche se un po’ più fragili. E che questo sia un film sull’essere genitori importa fino a un certo punto, perché tutti, in un modo o nell’altro, siamo stati figli della menzogna, dell’oppressione e del senso di colpa.
Se è vero che la verità rende liberi, allora questo film invita ad abbracciarla in tutta la sua essenza: non perché sia sempre la cosa giusta da dire, ma perché è ciò che ci fa respirare meglio, che ci ripulisce e ci riporta al mondo per quello che è, senza filtri.


