Lee Cronin – La mummia recensione film di Lee Cronin con Jack Reynor e Laia Costa [Anteprima]

Dopo aver terrorizzato il pubblico mondiale con La casa: il risveglio del male, il regista e sceneggiatore irlandese Lee Cronin torna dietro la macchina da presa con una nuova rilettura in chiave horror.
Anche questa volta il cineasta firma una trasfigurazione radicale del materiale di partenza – iscrivendosi anche all’interno del titolo – dando vita a un’opera in cui la popolarità e l’iconicità del soggetto si intrecciano con una visione personale e autoriale: coraggiosa per alcuni aspetti, ma altrove inutilmente esasperata e appesantita da una complessità che finisce per indebolirne l’equilibrio complessivo.
In questo nuovo universo orrorifico, la giovane figlia di un giornalista scompare nel deserto senza lasciare traccia. Otto anni dopo, mentre la famiglia è ancora prigioniera del trauma di quella perdita, una telefonata annuncia l’incredibile: la bambina è tornata. Il sollievo iniziale, però, lascia presto spazio all’inquietudine, perché la ragazza appare profondamente cambiata e il suo ritorno porta con sé un’oscura presenza, trasformando quello che dovrebbe essere un ricongiungimento felice in un incubo a occhi aperti.
Lee Cronin – La mummia mantiene intatte le promesse delle sue premesse: dopo un prologo violento e sanguinoso, il lungometraggio immerge subito lo spettatore in un racconto dal respiro caldo e fortemente familiare, in cui il clima afoso del Cairo non fa soltanto da sfondo, ma diventa parte viva e integrante della narrazione. È proprio in questo scenario che si coglie la prima vera novità: al centro del racconto non ci sono più spazi urbani anonimi né luoghi isolati e remoti tipici di buona parte dell’horror contemporaneo, ma un contesto ricco di identità, dove l’ambientazione assume un ruolo determinante nel definire tono, atmosfera e tensione.
Il lungometraggio tenta – non sempre con risultati pienamente convincenti – di fondere la componente orrorifica con quella del mystery, facendo procedere il soprannaturale parallelamente all’indagine poliziesca e costruendo un enigma via via più oscuro e indecifrabile.
Negli ultimi tempi, del resto, sono sempre più numerose le narrazioni che scelgono di intrecciare una dimensione investigativa al racconto horror (come dimostra anche il recente Weapons, candidato agli Oscar) coniugando l’elemento sovrannaturale, caro agli appassionati del genere, con un registro più terreno e razionale, capace di soddisfare anche chi cerca qualcosa che vada oltre la semplice successione di jumpscare.

Lee Cronin – La mummia sceglie uno sviluppo narrativo inconsueto per il genere horror: al posto di esorcismi e possessioni infernali, il film affonda le proprie radici nel folklore e costruisce il racconto attorno al tema della genitorialità. Ne emerge una pellicola che trova i suoi pochi momenti davvero convincenti nella rappresentazione del nucleo familiare e nella loro introspezione psicologica, dove la tensione soprannaturale si intreccia a una riflessione sull’accettazione, sulla perdita e sul legame tra genitoriale.
Quando però il racconto si allontana da questo centro emotivo, l’impianto narrativo mostra con evidenza tutti i suoi limiti: i personaggi secondari risultano debolmente caratterizzati e poco approfonditi, spesso marginali fino a risultare superflui, mentre la linea investigativa perde progressivamente credibilità, trasformandosi in un meccanismo narrativo sempre più forzato, appesantito da sviluppi improbabili e da una deriva surreale che finisce per indebolire la compattezza complessiva dell’opera.
Se vi è piaciuta La casa: il risveglio del male, difficilmente questa pellicola non incontrerà i vostri gusti. Le dinamiche generali restano coerenti, così come l’efficacia degli jumpscare e Cronin conferma di non avere timore nell’utilizzare il sangue con misura, ma sempre con notevole impatto scenico.
I due prodotti dialogano apertamente anche sul piano estetico: il gioco di colori, la gestione degli spazi, il posizionamento degli attori e l’uso della messa a fuoco sembrano ormai delineare una firma autoriale ben riconoscibile. Proprio questa continuità stilistica, tuttavia, finisce per trasformarsi anche in un limite: Il film finisce così per risultare prevedibile non solo sul piano narrativo, ma anche in quello formale, appiattendosi su soluzioni visive che raramente sorprendono.
La vera debolezza sul piano tecnico emerge soprattutto nel montaggio, costruito secondo una logica atipica e deliberatamente anticlimatica. Se inizialmente questa scelta può apparire interessante, quasi come un tentativo di spezzare il ritmo convenzionale del racconto e disorientare lo spettatore con una soluzione formale originale, con il procedere della visione finisce per perdere progressivamente incisività.
Il continuo ricorso al medesimo espediente rende infatti il meccanismo prevedibile, svuotandolo di tensione e trasformando ciò che in principio sorprende in una formula ripetitiva, a tratti persino irritante, che finisce per attenuare l’impatto delle sequenze più decisive e per riflettere il limite più evidente di una narrazione che, pur partendo da premesse interessanti, non riesce mai a trasformare davvero le proprie intuizioni in un risultato compiuto.


