Le città di pianura recensione film di Francesco Sossai con Filippo Scotti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla.

Il cinema italiano è attualmente in una fase produttiva stagnante, lo si può dire. Eppure, tra la massa, emergono gemme rare. A volte perché si investono grandi somme, anche correndo rischi. Altre volte, perché qualcuno con buone idee decide di uscire dai soliti schemi: non usare sempre gli stessi dialetti, esplorare la vera realtà che ci circonda — fatta di dialetti meno orecchiabili come il veneto, di frasi sbiascicate dette da ubriachi e non in dizione, di storie autentiche che spingono anche alla riflessione.
Tutto questo è Le città di pianura.
Un film piccolo che dura il giusto, scritto in maniera impeccabile e senza cercare di impressionare con inquadrature sofisticate o pretenziose. Un film semplice, ma che nasconde tanta profondità, firmato da un regista al suo secondo lavoro. C’è una forte consapevolezza di ciò che si sta raccontando: niente stereotipi, niente drammi familiari. Si parla di non accettare mai che la birra che stai bevendo sia l’ultima, di non sprecare l’attimo, di trasmettere qualcosa attraverso la propria esperienza negativa e di tramandare una qualche sorta di saggezza.
I due co-protagonisti interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, rappresentano la passata generazione. Quella che purtroppo non è riuscita a seminare, ma anzi ha già mangiato il raccolto e cerca ancora campi prosperi. Rappresentano anche una riproposizione di Vittorio Gassman nel capolavoro Il Sorpasso, di Dino Risi.
Il ragazzo che si portano dietro, interpretato da un Filippo Scotti sempre più convincente, rappresenta il giovane d’oggi: sveglio, capace, ma ancora vergine — di esperienza, di vita, di voglia di buttarsi nelle cose per paura di chissà cosa. Anche lui richiama il coprotagonista de Il Sorpasso, Jean-Louis Trintignant.
Le atmosfere di Le città di pianura sono ammalianti, un’impresa notevole se si pensa a città che, a prima vista, appaiono piatte e simili tra loro, ormai ridotte a semplici punti di transito verso le grandi metropoli.
La fotografia cattura lo sguardo: i primissimi piani sui volti ebri e non più giovani dei protagonisti sono così suggestivi che viene naturale cercare di capire cosa si cela dietro alle loro frasi, ai loro detti, ai pensieri apparentemente senza senso. Per certi versi, si potrebbe persino definire il film “bukowskiano”
C’è molta amarezza di fondo, tanti sogni infranti e forse qualcuno ancora realizzabile — ma bisogna buttarsi e, perché no, concedersi l’ultima birra chissà dove nel frattempo. A differenza della pellicola di Dino Risi, qui il giovane riesce a comprendere i consigli dei due esperti senza subirli passivamente: impara da loro, ma non li segue alla lettera. Bisogna camminare con le proprie gambe, e all’inizio farsi sorreggere dalle generazioni passate non è solo utile, è essenziale.
C’è bisogno di cinema del genere. Poca pretenziosità e tanta sostanza.


