Lawrence d'Arabia

Lawrence d’Arabia recensione film di David Lean con Peter O’Toole e Omar Sharif [Flashback Friday]

Lawrence d’Arabia recensione del film di David Lean con Peter O’Toole, Omar Sharif, Anthony Quinn, Alec Guinness, Jack Hawkins, José Ferrer e Claude Rains

Archeologo, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà britannica, scrittore. Thomas Edward Lawrence è stato tra i più grandi uomini che la storia ricordi. Il suo contributo nella cosiddetta Rivolta araba (1916-1918) – conflitto di cruciale importanza nella Grande guerra –  permise di dare stabilità, ordine e coesione a una terra caotica dalle genti ancora più imprevedibili. Gesta leggendarie, di loro già cinematografiche, dall’appeal irresistibile. Non stupisce quindi che all’apice della sua creatività il cinema moderno americano avesse partorito un’opera come Lawrence d’Arabia (1962). Capolavoro di David Lean vincitore di 7 Oscar 1963 tra cui Miglior film e Miglior regia su 10 nomination; la massima esaltazione produttiva del genere kolossal.

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In realtà ci provarono in tanti a realizzare un biopic sulla gesta di Lawrence. Già negli anni quaranta, ad esempio, Alexander Korda s’interessò ad un adattamento cinematografico della memorie di Lawrence, I sette pilastri della saggezza (1926), con Laurence Oliver come protagonista. Il progetto tuttavia naufragò per difficoltà produttive insormontabili.

La prima mondiale di Lawrence d'Arabia
La prima mondiale di Lawrence d’Arabia

Dieci anni dopo, precisamente nel 1952, le strade di Lean e Lawrence d’Arabia s’incrociarono per la prima volta. L’opera però avrebbe avuto connotati ben diversi rispetto al kolossal-capolavoro. Una produzione Rank Organization. Società che all’epoca lanciò Lean nel cinema che conta realizzando, tra gli altri, Breve incontro (1945) e Grandi speranze (1946); anche qui però, il progetto fallì per difficoltà finanziarie.

Lean-Spiegel, la seconda volta non si scorda mai, ma nessuno ha fatto i conti con Ross

Circa cinque anni dopo, all’indomani del successo de Il ponte sul fiume Kwai (1957), s’iniziò a fare sul serio. Sam Spiegel riuscì a convincere un riluttante Lawrence a cedere i diritti di utilizzazione economica della sopracitata opera letteraria. È tutto pronto. Ci sono Lean e la sua impareggiabile visione kolossal e una Columbia decisa a investire. Poco prima dell’inizio della pre-produzione però sorse giusto un piccolo inconveniente. Nello stesso periodo Terrence Rattigan iniziò a lavorare su Ross (1960); pièce teatrale che raccontava l’omosessualità di Lawrence al tempo della Royal Air Force.

Peter O'Toole in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole in una scena di Lawrence d’Arabia

L’opera, che aprirà i battenti a Broadway e vedrà proprio il “futuro Principe Faysal” Alec Guinness nei panni del condottiero britannico, rallentò i piani della Columbia. Spiegel ribolliva di rabbia. Mise il progetto in stand-by finché Ross non fosse cancellato dai palinsesti teatrali. Cosa che effettivamente accadde l’anno successivo, dando infine il via alla produzione di Lawrence d’Arabia. Nulla poté una quasi-moribonda Rank Organization cercando di mettere in cantiere una versione cinematografica di Ross con Dirk Bogarde a prestare il volto a Lawrence: il progetto ebbe finalmente inizio.

Nel cast figurano Peter O’Toole, Omar Sharif, Anthony Quinn, Alec Guinness, Jack Hawkins; José Ferrer, Claude Rains e Anthony Quayle.

Lawrence d’Arabia: sinossi

1935, Gran Bretagna. Un uomo è vittima di un incidente stradale che mette fine alla sua vita. Andando a tutto gas in una strada di campagna a bordo di una motocicletta, nel frenare bruscamente la moto s’impenna finendo su di un dosso. Una folla incredibile prende parte al suo funerale: personalità militari, politiche, della stampa, ma anche gente comune; tutti partecipano commossi all’ultimo saluto nella Cattedrale di Saint Paul. È il funerale di Thomas Edward Lawrence (Peter O’Toole), noto anche come Lawrence d’Arabia. Leggendario condottiero dell’esercito di Sua Maestà britannica che ebbe un ruolo strategico durante la Rivolta araba.

Peter O'Toole in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole in una scena di Lawrence d’Arabia

Ancor prima di questo però, e del suo celebre soprannome, Lawrence era un Tenente con l’incarico di cartografo. Molto interessato ai movimenti delle tribù arabe, è un intellettuale dotato di enorme preparazione umanistica. Su iniziativa di Mr Dryden (Claude Rains), gli viene affidato un incarico prestigioso e “decisivo”. Ha infatti il compito di raggiungere il Colonnello Brighton (Anthony Quayle) in udienza dall’Emiro Faysal (Alec Guinness). Sarà l’inizio di una delle più grandi imprese del mondo libero.

T. E. Lawrence in Lawrence d’Arabia: la storicità inaccurata di un uomo auto-distruttivo

Nonostante l’eco cinematografico avuto nel corso delle decadi, molti biografi si lamentarono della caratterizzazione offerta in Lawrence d’Arabia del condottiero britannico. Il problema principale era di tipo fisico: Lawrence era alto 1,65 metri; O’Toole 1,88 metri; 23 centimetri in più che chiaramente pesavano e non poco nella percezione d’attendibilità.

Oltre a questo, lo script del racconto di Lean descriveva Lawrence come un’egoista “ambiguo”, specie nel modo in cui si ritrova a prender parte agli eventi. Elemento in sé che fece letteralmente impazzire Martin Scorsese elogiandone la dimensione auto-distruttiva da b-movie. A detta di Lowell Thomas e del suo reportage With Lawrence in Arabia (1924) non è chiaro fino a che punto il vero Lawrence volesse o meno prender parte all’impresa. Ne emerge infatti il quadro di un uomo che se i primi tempi non voleva nemmeno essere fotografato, con le luci della ribalta finì con il posare egli stesso, con convinzione.

Peter O'Toole in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole in una scena di Lawrence d’Arabia

Lo stesso dicasi per il suo orientamento sessuale. Elemento di cui, in Lawrence d’Arabia, non viene praticamente mai fatto menzione; né direttamente, né tantomeno in forma indiretta. Per alcuni storici Lawrence era “un bugiardo patologico ed esibizionista“. Per altri – come nel sopracitato Ross – un recluso fisicamente e spiritualmente.

Tutti elementi di cui, in realtà, Lean fa menzione nella sequenza del funerale. Se ci si fa caso le opinioni di chi partecipa alle esequie mutano vertiginosamente tra chi ritiene T. E. Lawrence un prode soldato e chi uno spudorato esibizionista.

Il padre delle spugne Peter O’Toole, la mimesi spirituale con Lawrence

Ulteriore criticità narrativa è relativa al background narrativo dell’agente scenico di O’Toole. Nella costruzione caratteriale e delle fondamenta del conflitto ci viene mostrato un Lawrence “cartografo di biblioteca”, ritenuto quasi la pecora nera degli Uffici arabi; nonostante questo però, parla fluentemente la lingua del popolo ed è super-competente.

In realtà Lawrence fu grande ancor prima degli eventi che lo resero, d’Arabia. Lungo tutta la decade diede infatti un contributo importante alla Rivolta araba tra viaggi archeologici e del prezioso lavoro di spionaggio. Una rilettura quindi, funzionale per ragioni narrative, al fine di caricare di valore la base di partenza del viaggio dell’eroe che andrà a dispiegarsi. Eppure, oggi sarebbe quasi impensabile immaginare un qualsiasi altro volto cinematografico come Lawrence. Peter O’Toole gli diede un’umanità mutevole cristallizzatasi nella memoria comune capace di rispecchiare l’animo colorito del condottiero britannico.

Peter O'Toole in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole in una scena di Lawrence d’Arabia

Quella di O’Toole e Lawrence, a dispetto delle opinioni di alcuni storici, si rivelò un’autentica mimesi spirituale. Certo non amava il deserto e la sabbia quanto il mitico condottiero. Per le scene a dorso di cammello utilizzava un cuscinetto che gli valse, tra i beduini, il soprannome di Padre delle spugne; eppure la storia diede ragione a Lean.

Pensate che nella sequenza dell’assalto ad Aqaba, O’Toole stava rischiando di morire calpestato dai cavalli delle comparse perché disarcionato dal cammello; soltanto per un miracolo rimase aggrappato all’animale gobbuto. Incidente che capitò, nelle medesime dinamiche, a Lawrence nella battaglia di Abu El Lissal nel 1917.

La cacciata di Albert Finney dal set, Alain Delon e le lenti a contatto marroni

Nonostante tutto, è per puro caso che O’Toole è diventato Lawrence. L’interprete de Il leone d’inverno (1968) non fu affatto la prima scelta. Tanti i candidati per il ruolo di Lawrence, da Marlon Brando ad Anthony Perkins e Montgomery Clift; all’ultimo la spuntò un ancora sconosciuto Albert Finney. Il celebre Poirot di Sidney Lumet in Assassinio sull’Orient Express (1974) prese parte perfino a due giorni di riprese; poi licenziato in tronco per ragioni tutt’ora poco chiare.

A Spiegel peraltro piaceva pochissimo, così come Clift che avrebbe considerato come ultimissima scelta. Lo vide in un’adattamento teatrale di Improvvisamente l’estate scorsa (1959) risultando ben poco incisivo, di sicuro non abbastanza da impressionarlo. Dalla sua O’Toole ebbe, oltre alla somiglianza con Lawrence, il favore di Lean che vedeva in lui l’interprete ideale.

Peter O'Toole, Omar Sharif ed Anthony Quinn in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole, Omar Sharif ed Anthony Quinn in una scena di Lawrence d’Arabia

Lo stesso non può dirsi per Omar Sharif come Sceriffo Ali. Già volto noto in Medio Oriente, in principio l’interprete de Il dottor Zivago (1965) avrebbe dovuto prendere parte a Lawrence d’Arabia nel ruolo della guida Tafas; personaggio chiave nel primo atto, in ogni caso minore nell’economia del racconto.

Come Sceriffo Ali, tra le decine di attori provinati, il più vicino a ottenere la parte fu Alain Delon. Il leggendario interprete de Frank Costello Faccia d’angelo (1967) tuttavia non passò lo screen test con indosso le lenti a contatto marroni. Provinati anche Maurice Ronet e Dilip Kumar – con scarsi risultati – Lean tornò sui suoi passi e diede la chance che valse la carriera a Sharif.

Lawrence d’Arabia: ricalibrare il cinema di John Ford tra le dune del deserto

Al momento del rilascio in sala di Quarto potere (1941) Orson Welles raccontò come la principale ispirazione registica del suo esordio filmico fosse Ombre rosse (1939) di John Ford. A detta del regista de L’infernale Quinlan (1958) infatti, l’opera di Ford rappresentava il perfetto manuale di regia cinematografica. Si dice che Welles lo guardò qualcosa come 40 volte in preparazione alle riprese. Quasi vent’anni dopo le parole di Welles fecero evidentemente eco, ispirando indirettamente il genio di David Lean. Secondo le cronache dell’epoca sembrerebbe infatti che la dichiarata ispirazione registica di Lawrence d’Arabia sia riconducibile ad un’altra (più che) eccellente opera fordiana: Sentieri selvaggi (1956).

Peter O'Toole e Omar Sharif in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole e Omar Sharif in una scena di Lawrence d’Arabia

Ed effettivamente c’è molto di fordiano nella narrazione leaniana di Lawrence d’Arabia. Il traslare la valenza filmica e il respiro scenico delle Monument Valley con la Wadi Rum/Valle della Luna ad esempio. O l’ingresso narrativo dell’Ali di Sharif in un campo dalla profondità di campo a perdita d’occhio rievocante le atmosfere dell’incipit fordiano con l’arrivo dell’Ethan Edwards di Wayne. Composizione narrativa non dissimilare. Da cappello a visiera e cinturone a tuniche e spade, Lean ne ricalibra l’essenza declinandola in una dimensione a più ampio raggio.

La nuova vita del viaggio fordiano nella narrazione di David Lean

Un kolossal colossale, quintessenza del genere, dove tra Overture e intermezzi prende forma un racconto dal respiro registico imponente. Tutto lo è, del resto, in Lawrence d’Arabia: la cura scenografica; la colonna sonora di Maurice Jarre poi citata come delizioso inside joke ne Agente 007 – La spia che mi amava (1977); la digressione temporale immensa in apertura di racconto; i colori sgargianti ma curati come fossero un dipinto; il minutaggio proibitivo e il ritmo cadenzato con cui assaporare ogni momento di una narrazione solida; perfino nella curata costruzione d’immagine che in Lawrence d’Arabia vive ora di match-cut netti ora di dissolvenze poetiche nella loro gradualità.

Peter O'Toole in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole in una scena di Lawrence d’Arabia

Tante le suggestioni, eppure il principale elemento di mimesi con il cinema di John Ford sta nel valore narrativo del viaggio in Lawrence d’Arabia. Redivivo topos fordiano qui declinato secondo l’accezione che è esplicitazione degli archi di trasformazione degli agenti scenici. Lean carica di significato il viaggio dell’eroe dell’agente scenico di O’Toole cucendogli addosso un’impresa impossibile e colossale in un coming-of-age d’immediata e semplice fruizione nonostante intenti filmici imponenti.

Lawrence d’Arabia: la caratterizzazione che fece innamorare Steven Spielberg

Una formazione caratteriale dalla crescita graduale che il regista de La figlia di Ryan (1970) fa vivere di tanti minimi particolari che vanno infine a costruire un sottotesto che è puro mosaico di colori e sfumature caratteriali. Vive così Lawrence d’Arabia nei dettagli del vestiario e nell’abbandono degli abiti inglesi per abbracciare la tunica araba, come a simboleggiare l’evoluzione caratteriale/presa di coscienza dell’agente scenico di O’Toole; nonché nella percezione dello stesso nel contesto scenico di riferimento.

Elemento, quest’ultimo, di cui Lean ci dà un chiaro rimando nella celebre sequenza della limonata agli Uffici arabi. Sequenza che denota una ciclicità impareggiabile con cui Lean costruisce, in sole due scene, la dimensione caratteriale del Lawrence eroe e non più cartografo d’ufficio.

Peter O'Toole in una scena di Lawrence d'Arabia
Peter O’Toole in una scena di Lawrence d’Arabia

Il pugnale insanguinato in una scena di Lawrence d'Arabia
Il pugnale insanguinato in una scena di Lawrence d’Arabia

Il particolare caratteriale più evidente però, sta nel valore scenico del coltello. Elemento narrativo di cui parlò così Steven Spielberg nel quasi omonimo documentario Spielberg (2017); probabilmente il più grande fan di Lawrence d’Arabia, o forse soltanto il più importante assieme a Scorsese:

C’è una scena in cui lui si guarda riflesso nel pugnale, quando gli vengono dati gli abiti e pensa d’essere da solo. Si gira ridendo, guardando la sua ombra e vede che le sottili vesti che indossava erano impresse nell’ombra sulla sabbia. Poi dopo, quando fanno strada i Turchi in ritirata, lo si vede di nuovo ricoperto di sangue che tiene il pugnale esattamente come lo teneva nei suoi giorni di gloria; e si guarda riflesso, guarda chi è diventato.

Per poi esplicitare ciò che per il regista de I predatori dell’arca perduta (1981) ha rappresentato l’opera di Lean:

Quella fu la prima volta che, guardando un film, capii che esistono altre tematiche oltre a quelle narrative; esistono delle tematiche che sono i personaggi stessi. David Lean aveva creato una ritrattistica. Aveva trasformato un ritratto in una morale con uno scopo e una trama assurda, ma è proprio nel cuore di Lawrence d’Arabia che io rivedo me stesso.

Un miracolo artistico, tra le più grandi opere mai concepite

In modo del tutto casuale Lawrence d’Arabia incise perfino sulle scelte di casting in Schindler’s List (1993). Grazie infatti al sequel apocrifo, il film televisivo A Dangerous Man: Lawrence After Arabia (1992), Spielberg scoprì il talento di Ralph Fiennes scegliendolo come volto di Amon Goeth. La passione per Lawrence d’Arabia è ormai chiara, quella del regista de Lo squalo (1975) è un’ammirazione al limite della trascendenza. Dichiarò così qualche tempo fa, senza mezzi termini:

Un miracolo di film. Prima di cominciare delle riprese riguardo sempre Lawrence d’Arabia.

Di fatto riportando, indirettamente, l’enfasi delle parole che furono di Welles prima e lo stesso Lean poi, in relazione al cinema di John Ford come ispirazione registica. Lo scoprì da adolescente Spielberg, rimanendo abbacinato da così tanta bellezza filmica. Una folgorazione: scoprire sé stessi nel montaggio d’immagini. Una capacità d’analisi tale da segnare il proprio destino e l’avvenire. Parole laconiche, semplici, ma che racchiudono in sé il giudizio su di una gemma artistica tra le più brillanti del firmamento hollywoodiano moderno che valgono più di mille paragrafi scritti. Pura magnificenza filmica Lawrence d’Arabia. Un capolavoro vero: un miracolo.

La locandina di Lawrence d'Arabia
La locandina di Lawrence d’Arabia

Sintesi

7 Oscar vinti nel 1963. Il film preferito di Steven Spielberg e tra quelli più amati da Martin Scorsese. Lawrence d'Arabia di David Lean è la quintessenza del cinema moderno americano. Un kolossal colossale, magnificente, dal respiro immenso, capace di stregare intere generazioni di cinefili e cineasti solo al sentire le note dell'overture di Maurice Jarre come solo i grandi capolavori sono in grado di fare.

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