La sfida del samurai

La sfida del samurai recensione film di Akira Kurosawa con Toshirō Mifune [Flashback Friday]

La sfida del samurai recensione del film di Akira Kurosawa con Toshirō Mifune, Tatsuya Nakadai, Takashi Shimura, Isuzu Yamada, Yoko Tsukasa Daisuke Kato

Ritenuto ancora oggi tra le vette del jidai-geki e in Giappone tra le opere imprescindibili del suo autore. Qui in Italia Yojimbo/La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa ebbe un successo clamoroso per ragioni – oltre che artistiche – oltre lo schermo; arrivando perfino nelle aule di tribunale nostrane. A modo suo infatti, nell’innovare la grammatica filmica del suo genere di riferimento, il brillante jidai-geki riuscì a conquistare vaste platee di pubblico; ben oltre quello nipponico. Arrivando sino alle orecchie e agli occhi stupefatti dei cineasti italiani Sergio Leone e Sergio Corbucci. Fu un’autentica folgorazione per i i padri dello spaghetti-western. Vedevano nell’epica di Yojimbo qualcosa di totalmente inedito, capace di lasciarli senza parole.

Ma se per Corbucci la visione de La sfida del samurai fece sgorgare un’ispirazione benevola che diede il là nel gettare le basi del concept di Django (1966) con Leone si agì secondo un’inerzia opposta. L’opera di Kurosawa è senza dubbio il progenitore della leoniana trilogia del dollaro. Quei Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966) il cui linguaggio filmico rivoluzionò per sempre l’approccio al western classico. Solo che l’ispirazione andò ben oltre l’adulazione, sfociando dolorosamente nel plagio conclamato.

Toshirō Mifune in una scena de La sfida del samurai
Toshirō Mifune in una scena de La sfida del samurai

Nel buttare giù lo script di Per un pugno di dollari infatti, Leone chiamò a raccolta Duccio Tessari, Sergio Corbucci e Tonino Delli Colli e nel giro di qualche mese la sceneggiatura fu pronta. Il trattamento fu redatto nei primi mesi del 1964 sulla base del copione tradotto de La sfida del samurai. E in effetti le similitudini di svolte narrative e scelte registiche sono clamorose. Quello tra Per un pugno di dollari e La sfida del samurai è quasi uno shot-by-shot per certi aspetti: come l’entrata nel villaggio; il preludio al final showdown; la caduta dell’eroe; la cattura da parte dei villain e la sua resurrezione miracolosa.

La sfida del samurai: sinossi

Un ronin di nome Sanjuro Kuwabatake (Toshirō Mifune) arriva in una cittadina silenziosa e senza vita. Alloggiatosi nella locanda scopre dall’oste (Ejiiro Tono) che in città regnano omertà e corruzione. Da tempo infatti è in corso una guerra civile tra due famiglie yakuza. Deciso a far tornare l’ordine nel villaggio, Sanjuro capisce che un approccio diretto sarebbe impossibile da sostenere. Decide così di manipolarli. Spingendo i capi delle due famiglie a uno scontro diretto.

Ben presto però le macchinazioni di Sanjuro vengono svelate. Unosuke (Tatsuya Nakadai) il fratello minore di uno dei due capi-famiglia, capisce il doppiogioco del ronin e lo fa catturare e torturare. Riuscito a scappare, Sanjuro si rimette in forze preparandosi per una vendetta sanguinosa e senza scampo. Riportata la pace nel villaggio, per Sanjuro è tempo di nuove sfide.

Toshirō Mifune in una scena de La sfida del samurai
Toshirō Mifune in una scena de La sfida del samurai

La causa legale, il remake autorizzato di Walter Hill, le origini noir

Nei piani di Leone, a dire il vero, c’era il voler realizzare un remake effettivo de La sfida del samurai. Di tutt’altra idea la Jolly Film che non pagò mai i diecimila dollari di compenso pattuiti per i diritti d’utilizzazione alla Toho Film. Si arrivò alla causa legale tra Akira Kurosawa e Sergio Leone. Momento di raro squallore che sarebbe bene dimenticare in cui, pur avvalorare la propria tesi, la difesa sostenne che in realtà l’ispirazione venne da Arlecchino servitore di due padroni (1745) di Carlo Goldoni.

In ogni caso, la risoluzione della querelle vide il regista nipponico ottenne i diritti di distribuzione nel mercato asiatico e il 15% degli incassi del film in tutto il mondo del primo capitolo del dollaro. Leone non la prese bene, e commentò con una caduta di stile non indifferente, l’esito sfavorevole:

Kurosawa aveva tutte le ragioni per fare ciò che ha fatto. È un uomo d’affari e ha fatto più soldi con questa operazione che con tutti i suoi film messi insieme. Lo ammiro molto come regista.

Toshirō Mifune
Toshirō Mifune in una scena de La sfida del samurai

La causa non va ad inficiare, in alcun modo, il valore di Per un pugno di dollari. Ma è l’ulteriore conferma di come La sfida del samurai funzionasse e – di riflesso – della bontà assoluta del lavoro di Akira Kurosawa. Circa trent’anni dopo Leone, l’epica di Sanjuro trova nuova vita in un ulteriore remake – stavolta autorizzato – a opera di Walter Hill. Quel Ancora vivo (1996) con Bruce Willis, che rielabora lo script di Kurosawa in chiave gangster.

Ancor prima che precursore indiretto – e duplice –  dello spaghetti-western però, la genesi filmica de La sfida del samurai attinge a piene mani da un altro genere: il noir. E nello specifico a La chiave di vetro (1942) di Stuart Heisler. Opera che a sua volta è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Dashiell Hammett. Informazione di per sé preziosa perché, da quanto risulta, un altro romanzo del sopracitato autore incise nel delineare la caratterizzazione del samurai senza nome: Piombo e sangue (1927). A conferma di come quello de Yojimbo fosse un concept efficace per tutte le stagioni e i generi: noir, jidai-geki, spaghetti-western e gangster.

Kurosawa e la concezione fordiana del jidai-geki

Con il suo cinema Akira Kurosawa ha innovato il processo di codifica della grammatica filmica del jidai-geki moderno in forma simbiotica con quanto compiuto da John Ford per il cinema western. Sulla base del principio baziniano de “il western è il cinema americano per eccellenza“, lo stesso può dirsi del jidai-geki per il cinema giapponese; almeno nelle intenzioni del suo autore. Era il suo modello dichiarato del resto. Non soltanto quindi vestire i suoi agenti scenici di cariche valoriali dagli intenti pedagogici – o comunque del ruolo di modello – ma anche manipolare il genere strumentalizzando le estetiche di differenti sfumature filmiche.

Non che prima del suo opus i jidai-geki non fossero in voga nel cinema nipponico. Da I 47 ronin ribelli (1941) a i vincitori dell’Oscar al Miglior film straniero 1955-1956 – La via dell’inferno (1953) e  Miyamoto Musashi (1954) – sino a L’intendente Sansho (1954). A mancare però, nelle pellicole sopracitate, era la concezione fordiano-kurosawiana del genere che lo ha reso grande. Concezione, quest’ultima – autentico spartiacque d’intenzioni registico-narrative – di cui avremo splendidi esempi nella decade successiva tra Harakiri (1962) e L’ultimo samurai (1967). Raffinati e incisivi jidai-geki, entrambi firmati – non a caso – Masaki Kobayashi.

Toshirō Mifune
Toshirō Mifune in una scena de La sfida del samurai

Kurosawa è riuscito infatti a declinare brillantemente il jidai-geki ora come epica drammatica con I sette samurai (1954); ora come epica vivacemente brillante ne La fortezza nascosta (1958); nonché in Kagemusha – L’ombra del guerriero (1980) sullo sfondo di una riflessione sullo scambio d’identità e di ruoli scenico-narrativi. Non ultimo però, il jidai-geki diventa anche strumentale per poter manifestare la sua passione per William Shakespeare. Declinata sapientemente tra Il trono di sangue (1957) per il Macbeth e Ran (1985) per il Re Lear.

Discorso a parte per Rashomon (1950) in cui la componente di genere jidai-geki risulta puramente funzionale all’anima drammatica del racconto volta a declinare una riflessione senza-tempo sulla verità soggettiva e la sua potenza. Con La sfida del samurai – e il diretto sequel Sanjuro (1962) però – Kurosawa punta sulle manipolazioni della società corrotta.

La sfida del samurai: corruzione, regia sopraffina e una climax iconica

Tematica non del tutto inedita nel suo cinema. Già affrontata nella forma di denuncia verso l’anti-vitale burocrazia di Vivere/Ikiru (1952) o ne I cattivi dormono in pace (1960) dove Kurosawa punta l’obiettivo su quella nelle alte sfere. Ne La sfida del samurai però, tale riflessione viene resa per mezzo di un concept semplice nella forma ma elaborato nello sviluppo. Un racconto di chiaro stampo action – seppur dalla tecnica registica e dalla grammatica filmica ancora assai rarefatta – capace di alternare momenti profondi e densi dal respiro intimista e critico.

Formidabile in tal senso l’espediente registico alla base del racconto che tiene il tempo della criticità. Giocare di semi-soggettive e primi piani e medi intensi in apertura di racconto – perfino claustrofobici – per poi, lungo il dispiego dell’intreccio, allargare sempre più l’obiettivo attraverso campi lunghi a perdita d’occhio e di riflesso la percezione dei confini di uno spazio scenico comunque scarno e vuoto.

Tatsuya Nakadai nella leggendaria climax de La sfida del samurai
Tatsuya Nakadai nella leggendaria climax de La sfida del samurai

Toshirō Mifune nella leggendaria climax de La sfida del samurai
Toshirō Mifune nella leggendaria climax de La sfida del samurai

Elemento, quest’ultimo, che trova la sua massima espressione nella climax del racconto con cui, in una delle sequenze più belle del cinema di Kurosawa per costruzione dell’immagine, Sanjuro riporterà la pace nel villaggio. Nonostante il sopracitato copia-incolla che portò poi alla causa legale però, Leone la rivoluzionò totalmente puntando maggiormente sul contrasto pistola/fucile piuttosto che sull’immensità dell’agente scenico. La differenza, in sostanza, che c’è nell’impronta autoriale tra la cura registica leoniana e l’abilità narratoria kurosawiana.

Nel raccontare quindi della solitudine dell’arguto samurai Sanjuro, Kurosawa punta il dito contro il marcio della società. Quest’ultima resa nel microcosmo di un villaggio sperduto e senza vita perché impossibile a germogliare con cui il regista nipponico – nella figura di un Mifune alla piena maturazione artistica/perfetta, sua, effige scenica – gioca allo stesso gioco dei potenti e degli oppressori sfruttando gli ingranaggi di un sistema malato di violenza e terrore.

La sfida del samurai: un caposaldo senza tempo del cinema nipponico

Prossimo all’anniversario dei sessant’anni, Yojimbo/La sfida del samurai – nel suo doppio nome rievocativo – non perde un grammo della sua forza filmica. Per percepire adeguatamente la valenza di uno dei caposaldi del cinema nipponico basti pensare un attimo al suo retaggio pluridecennale. Nell’anima di Sanjuro/Toshirō Mifune fatta rivivere, nella sua arguzia e nei suoi buoni intenti, in quella dell’Uomo senza nome/Clint Eastwood, Django/Franco Nero e John Smith/Bruce Willis.

Ma soprattutto negli omaggi filmici a opera dell’universo starwarsiano tra Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza (1977) alla figura di Ahsoka Tano nella seconda stagione di The Mandalorian (2020); nonché in Kill Bill Vol.1 (2003). A conferma dell’eccellente lavoro compiuto da Akira Kurosawa. Un’opera unica e dall’eco che continuerà a riecheggiare negli anni a venire La sfida del samurai magari sotto nuove forme filmiche come da mutevole tradizione del suo concept.

La locandina de La sfida del samurai
La locandina de La sfida del samurai

Sintesi

Prossimo all'anniversario dei sessant'anni, per percepire adeguatamente la valenza di uno dei caposaldi del cinema nipponico basti pensare un attimo al suo retaggio pluridecennale. Nell'anima di Sanjuro/Toshirô Mifune fatta rivivere, nella sua arguzia e nei suoi buoni intenti, in quella dell'Uomo senza nome/Clint Eastwood, Django/Franco Nero e John Smith/Bruce Willis. Ma soprattutto negli omaggi filmici a opera dell'universo starwarsiano tra Una nuova speranza e la figura di Ahsoka Tano nella seconda stagione di The Mandalorian, nonché in Kill Bill Vol.1. A conferma dell'eccellente lavoro compiuto da Akira Kurosawa. Un'opera unica La sfida del samurai dall'eco che continuerà a riecheggiare negli anni a venire, magari sotto nuove forme filmiche come nella mutevole tradizione del suo concept. 

Perché MadMass.it

Non è questa la cinesfera che ci meritiamo, abbandonata allo strapotere delle content farm e al loro incessante copia-traduci-incolla finalizzato ad invadere i motori di ricerca. Meno del 20% dei contenuti delle content farm è originale ed il loro modello distorto ha contribuito alla scomparsa dell'opinione cinematografica online. Oltre il 90% degli articoli presenti su MadMass.it è farina del nostro sacco: mettiamo la qualità, il piacere di scrivere e la voglia di proporre qualcosa di autentico e diverso al centro dei nostri contenuti. Sostieni anche tu la causa di una cinesfera più creativa e originale, insieme possiamo restituire influenza ed autorevolezza al nostro web cinematografico. Supportaci se puoi con una donazione o acquistando i prodotti consigliati sul nostro sito, o semplicemente passa a visitarci e sfoglia le nostre pagine: ci permetterai di continuare a crescere e fare sentire la nostra voce.

Articoli Correlati

Commenti

Ultimi Articoli