La mattina scrivo recensione film di Valérie Donzelli con Bastien Bouillon, André Marcon e Virginie Ledoyen
di Francesca Bastoni

Il mestiere e la vocazione dello scrittore.
Ultima fatica in veste di regista di Valérie Donzelli, dopo Notre dame e L’amour et les forêts, La mattina scrivo è tratto dall’omonimo romanzo di Franck Courtes e racconta le vicende di Paul Marquet, fotografo di talento che decide di rinunciare a tutto pur di dedicarsi alla scrittura.
Il buon riscontro critico ottenuto dal suo primo romanzo, unito a una vocazione profonda e non negoziabile, spinge Paul a compiere una scelta radicale: lasciare una vita stabile ed economicamente sicura per rispondere a ciò che avverte come un imperativo interiore. Scrivere non è un’opzione, ma l’unica possibilità di un’esistenza autentica. Fortunatamente distante dai toni idealizzati e confezionati del cinema commerciale, la pellicola si colloca su un piano di rigoroso realismo, aderendo alla fatica concreta della scelta creativa, senza mitizzazioni né scorciatoie emotive.
Tanto è vero che Paul, pur di proseguire nella sua vita di scrittore e non rinunciare all’appartamento, accetta lavori temporanei tramite una piattaforma di tuttofare, prestando il proprio corpo e il proprio tempo a mansioni faticose e malpagate. Una condizione che, per certi tratti del carattere del protagonista, richiama il factotum bukowskiano: la sopravvivenza come compromesso quotidiano, il lavoro come necessità brutale che consuma energie ma non spegne l’urgenza di creare.
Il film segue questa traiettoria attraverso una narrazione in prima persona, aderendo al punto di vista del protagonista e accompagnandone il percorso interiore. Donzelli costruisce un racconto essenziale, privo di enfasi, in cui la precarietà non viene spettacolarizzata ed esaltata, ma osservata nella sua dimensione più concreta: ripetizione, fatica, solitudine, giudizio sociale.
In questo quadro, l’interpretazione di Bastien Bouillon si integra con naturalezza a quella Virginie Ledoyen, Marie Riviére e Andrè Marcon, dando vita a una coralità misurata e credibile, coerente con il tono realistico del film.
La mattina scrivo non è un film sulla riuscita, né sul mito romantico dell’artista, ma sul rischio dell’esistenza. Paul sceglie di investire tutto su una forma di vita che non promette sicurezza né riconoscimento, ma che gli consente di restare fedele a sé stesso. La scrittura diventa così una pratica quotidiana, disciplinata e silenziosa, più vicina a un atto di resistenza che a un gesto eroico.
A sostenere questa scelta esistenziale interviene una messa in scena rigorosa, accompagnata da una fotografia calda e materica, mai però rassicurante o indulgente. La luce non costruisce un cliché romantico, ma resta aderente ai corpi e agli spazi abitati. L’immagine dei personaggi evoca i tratti di una neo Nouvelle Vague spogliata di nostalgia: un cinema che osserva, segue, respira insieme ai suoi protagonisti.
in sguardo sobrio e contemporaneo, il lungometraggio trova la sua forza più autentica: non idealizzare la vocazione, ma renderla visibile nel suo costo, nella sua necessità, nella sua ostinata verità.


