La Lezione recensione film di Stefano Mordini con Matilda De Angelis, Stefano Accorsi e Marlon Joubert
di Bianca Tordera

Una Trieste ventosa, sinistra e opprimente fa da sfondo al nuovo thriller psicologico diretto da Stefano Mordini, La lezione, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Marco Franzoso.
Elisabetta (Matilda De Angelis) è una giovane avvocata che porta avanti la difesa del caso che coinvolge il professore universitario Angelo Walder (Stefano Accorsi), accusato di aver violentato una donna. Quest’ultima, proprio durante il processo, decide di ritrattare, scagionando il professore dal reato, affermando di essere stata pienamente consenziente durante l’atto.
Walder, dopo qualche tempo, ricontatta Elisabetta con l’intento di citare in giudizio l’università in cui insegna per mobbing nei suoi confronti, esercitato in seguito agli avvenimenti che lo hanno coinvolto e accusato. L’avvocata prende tempo: percepisce infatti alcuni segnali allarmanti provenienti dai comportamenti dell’uomo; parallelamente al lavoro, inoltre, riemergono fantasmi del suo passato, che sembrano perseguitarla senza sosta.
La donna si sente costantemente osservata, seguita, una sensazione opprimente che le impedisce di concentrarsi sul lavoro e la trascina lentamente in un baratro fatto di paura e tormento. Il fantasma del passato, la cui presenza aleggia nell’aria e ossessiona Elisabetta, è proprio il suo ex, Daniele (Marlon Joubert), uomo violento, controllante e manipolatore, già condannato per stalking, che ha terminato la condizionale e riacquisisce quindi la libertà.
Oltre a quelli in carne e ossa, sono due gli elementi sonori che assumono il ruolo di “personaggi” a tutti gli effetti: il suono del vento e il motivo musicale che la donna associa all’ex, che diventa una proiezione dell’angoscia provata da lei al pensiero di potersi interfacciare nuovamente con l’uomo.
Il vento della follia, che trascina con sé fantasmi che si sperava fossero stati sepolti dallo scorrere del tempo, è una presenza costante. Rappresenta un flusso ininterrotto di pensieri che si sovrappongono, si sfaldano, perdono i propri confini. Ed è questa la domanda centrale attorno alla quale ruota il film: cosa è reale e cosa no? Ciò che vediamo (o sentiamo, nel caso del motivo musicale) corrisponde alla realtà, o è filtrato dalla mente della protagonista?

La regia interviene seguendo perfettamente la linea narrativa: primissimi piani che tentano di cogliere emozioni impercettibili, di captare una verità che sembra negata, si alternano a rapide riprese eseguite invece a grande distanza dalla protagonista, indistinte e confuse. Ed è così che proprio lo spettatore sembra spiare da lontano Elisabetta nel bar, o in casa, guardandola dall’esterno nel tentativo di studiarla, di evincere una verità. Tutti i personaggi sembrano, al contempo, potenziali vittime e carnefici.
Il film, dunque, ci proietta nella mente di una vittima di stalking e manipolazione: l’abuso psicologico fa perno proprio sull’idea di far perdere il senso della realtà alla vittima; è vero ciò che si pensa o è un’allucinazione? Si sta forse esagerando, o sbagliando? Questi dubbi vengono riflessi sullo spettatore, che si trova ad attraversare in prima persona il paradosso della colpevolizzazione della vittima, che vede quest’ultima vacillare tra realtà e immaginazione, oscillando tra la paura del proprio carnefice e il rischio di non essere creduta.
Gli elementi del thriller psicologico sono ben delineati: la trama segue per importanza lo studio della psiche dei personaggi, le cui azioni e stati d’animo intensi rappresentano il vero focus del film. Il paesaggio sembra riflettere un’interiorità rotta, disgregata, in cui regnano la solitudine e la tempesta interiore: il buio, la pioggia, il vento, la terra che frana, sono elementi che compongono un luogo tetro e sinistro, specchio di una coscienza umana scissa, fratturata, non pienamente attendibile.
Un thriller ben strutturato, rispettoso del genere a cui appartiene, nel quale il dubbio prevale sulla sorpresa e sui colpi di scena che, se inseriti in momenti strategici, avrebbero potuto movimentare maggiormente il ritmo e rendere più personale e originale il taglio del film.
Il conflitto narrativo si costruisce in maniera equilibrata, lenta e angosciante, portando ad un finale aperto: distinguere “una mente malata da una mente sana” può non essere così semplice e immediato come afferma Walder, soprattutto per chi si trova imprigionato in dinamiche abusanti e manipolatorie.


