La finestra sul cortile

La finestra sul cortile recensione del film di Alfred Hitchcock

La finestra sul cortile recensione del film di Alfred Hitchcock con James Stewart, Grace Kelly, Wendell Corey, Thelma Ritter e Raymond Burr

La produzione filmica degli anni Cinquanta di Alfred Hitchcock, è senza dubbio tra le più vivaci e imprescindibili; paragonabile, come peso specifico assunto nella storia del cinema, al contemporaneo cinema di Akira Kurosawa e alla Trilogia del Dollaro di Sergio Leone per gli anni Sessanta. Tra Il delitto perfetto (1954), Caccia al ladro (1955), L’uomo che sapeva troppo (1956), La donna che visse due volte (1958) e Intrigo internazionale (1959); il cineasta britannico ha saputo incidere sull’immaginario collettivo come pochi altri. Procedendo a innovazioni narrative e tecniche, e alla codifica di una nuova grammatica filmica del cinema thriller, Hitchcock ha posto, con la sopracitata opera del ’59 le basi della saga filmica di 007; ispirando nelle atmosfere il secondo film del ciclo Connery – 007 – Dalla Russia con amore (1963). In tal senso quindi, La finestra sul cortile (1954) s’inserisce nel periodo più florido momento del cineasta britannico; rappresentandone l’apogeo.

Hitchcock veniva infatti, dagli anni de L’altro uomo (1951) e il mezzo passo falso de Io confesso (1953); per certi versi quindi, sia La finestra sul cortile che Il delitto perfetto, hanno rappresentato un’importante svolta in carriera. Tornando così ai livelli d’ispirazione degli anni Quaranta, de Rebecca – La prima moglie (1940), Il sospetto (1941); ma soprattutto de Io ti salverò (1945), Notorious – L’amante perduta (1946) e Nodo alla gola (1948).

i titoli di testa de La finestra sul cortile
i titoli di testa de La finestra sul cortile

Come sempre, ci viene in soccorso il saggio filmico Il cinema secondo Hitchcock (1966) di François Truffaut; tra i libri cinefili più rilevanti di sempre. Al suo interno infatti, si racconta di una serie di conversazioni avvenute tra Truffaut e Alfred Hitchcock, lungo tutta una settimana nell’agosto 1962. Dalle pagine del saggio – tra aneddoti, curiosità e riflessioni – emerge un’interessante riflessione sulla composizione filmica de La finestra sul cortile che vale più di mille recensioni.
A detta di Truffaut infatti:

Abbiamo l’uomo immobile che guarda fuori. È una parte del film. La seconda parte mostra ciò che vede e la terza la sua reazione. Questa successione rappresenta quella che conosciamo come la più pura espressione dell’idea cinematografica.

Tra l’eterea Grace Kelly e Brian De Palma

Tratto dall’omonimo racconto di Cornell Woolrich del 1942, con La finestra sul cortile accade qualcosa di simile da quanto fatto da Kubrick con Shining (1980) e Cronenberg con Crash (1996); nell’adattamento, il regista britannico aggiunge degli elementi con cui colorare il racconto e farlo suo. Nello specifico, Hitchcock esplicita le paure del protagonista per mezzo di un uso pionieristico della profondità di campo. Girato in appena un mese nei teatri di posa (ristrutturati per l’occasione) della Paramount; leggenda narra che tutti sul set fossero abbacinati dalla grazia di Grace Kelly. A detta di James Stewart infatti, tutta la troupe si fermava al suo arrivo al mattino, sedendosi nei paraggi della sua presenza: “Era affabile con tutti, premurosa, fantastica, bellissima“.

Il peso specifico assunto negli anni da La finestra sul cortile ha un che di mitologico; caratterizzando principalmente il cinema di Brian De Palma – fervente hitchcockiano – in più e più opere. Rappresenta infatti l’ispirazione alla base del corpus centrale de Hi, Mom! (1970) e Omicidio a luci rosse (1984); oltre che diretto rimando ne Fury (1978) e Blow Out (1981). Non solo De Palma comunque, ma anche evidente ispirazione narrativa ne Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!! (1971) e L’appartamento del 13° piano (1972).

Nel cast figurano James Stewart, Grace Kelly, Thelma Ritter, Wendell Corey e Raymond Burr; e ancora Judith Evelyn, Ross Bagdasarian, Georgine Darcy, Frank Cody, Sara Berner e Jesslyn Fax.

La finestra sul cortile: sinossi

Un fotoreporter newyorchese di successo, L.B. Jeffries (James Stewart) è costretto su di una sedia a rotelle da quasi due mesi. Questo a causa di una frattura alla gamba sinistra riportata durante un incidente di lavoro; gli resta una settimana di reclusione forzata. Annoiato per la lunga inattività, e vittima del caldo asfissiante; Jeff inizia a curiosare nella vita dei vicini, per via delle finestre spalancate giorno e notte.

A fargli visita ci sono l’infermiera Stella (Thelma Ritter) e la sua fidanzata, Lisa Freemont (Grace Kelly); una ragazza dell’alta società, indossatrice non professionista. Entrambe considerano ciò che fa Jeff, una morbosità, seppur giustificandolo tra la noia e la gamba rotta.

James Stewart e Wendell Corey in una scena de La finestra sul cortile
James Stewart e Wendell Corey in una scena de La finestra sul cortile

Il curiosare nella vita dei vicini, permette a Jeffrey di farsi un’idea delle loro vite. C’è la sensuale ballerina Miss Torso (Georgine Dancy), Miss Cuore Solitario (Judith Evelyn), una perenne zitella in crisi d’identità; e infine un cantautore di poco successo (Ross Bagdasarian). Poi c’è una coppia, i coniugi Lars (Raymond Burr) e Anna (Irene Winston), dal rapporto disastrato. Lui perennemente sottomesso alle angherie di lei, finché un giorno lei sparisce.

Dal suo punto di vista privilegiato, Jeff osserva una serie di eventi insoliti. Uscite ad orari stravaganti, il letto non più utilizzato; e un cane che scava sempre in uno specifico punto del giardino. Jeff inizia così a lavorare di fantasia ed intuito; scoprendo ben presto fin dove può spingersi la natura umana.

Vita quotidiana tra reggiseni rosa e ossa rotte

La musica di Franz Waxman e delle tende alzate lentamente, di una finestra che si affaccia in un cortile. Basta poco per una delle opening title più interessanti e argute del cinema moderno. L’apertura di racconto de La finestra sul cortile vive di un virtuoso esempio di soggettiva; accompagnando il nostro sguardo curioso oltre i confini dell’abitazione. Tra gatti che girano per il quartiere, gente che si allaccia la cravatta, bambini seduti in balcone; e ancora piani comunicanti, un coppia che dorme sul balcone con la mano penzoloni, una donna che si pettina davanti allo specchio e il cielo plumbeo a cornice.

Un agile e silenzioso, quasi austero movimento di macchina, guida l’occhio lungo tutto questo microcosmo di vita sociale; una soggettiva che indirizza lo sguardo, sino a tornare indietro – sul primissimo piano del volto sudato del L.B. Jeffries di Stewart. Tra schiume da barba, musica jazz e reggiseni rosa di slanciate ballerine, l’occhio indugia, osservando la realtà e piccoli scorci di vita quotidiana.

Il cortile de La finestra sul cortile
Il cortile de La finestra sul cortile

Soffermandosi sul momento del clic dell’intimo, in un movimento di gamba che squarcia l’aria; in un campo lungo che diventa medio, con cui stringere il campo visivo. Un indugiare reso dal passaggio da “lungo” a “medio” con cui il cineasta britannico codifica il sottotesto voyeuristico alla base del racconto. Espediente con cui Hitchcock ci presenta il Jeffries di Stewart – e per la precisione le sue ossa rotte; tra un bagno di sudore e una macchina fotografica rotta anch’essa (per non dire a pezzi), Hitchcock delinea con un semplice parallelismo la caratterizzazione psicologica del suo eroe protagonista. Attraverso un brillante uso della soggettiva che indugia sui dettagli dell’abitazione infatti; ecco emergere il quadro di un uomo d’azione, un fotografo di successo costretto all’immobilismo del “dannato bozzolo”.

Voyeurismo e soggettive

Tra una coppia che prende il sole, spiate dall’elicottero, e lo sguardo di Jeffries che indugia sulla ballerina; ecco crescere e cristallizzarsi la connotazione voyeuristica alla base del racconto. In un montaggio di campo e controcampo tra il volto di Jeffries al telefono e l’oggetto del suo sguardo; con cui costruire gradualmente la mole narrativa del racconto. Per via dell’atipicità alla base del suo concept, infatti, nel suo essere kammerspiel voyeuristico; La finestra sul cortile oppone alla fissità scenica del suo protagonista, la vitalità del suo contesto di riferimento.

Così facendo, il cortile e i suoi abitanti alla base della narrazione di Hitchcock, vanno ben oltre l’essere una semplice arena scenica; piuttosto autentici co-protagonisti che tra invidie, distrazioni, drammi e movimenti slanciati, sono anch’essi dotati di specifici archi di trasformazione. Emerge così il valore della composizione dell’immagine di Hitchcock; una forza narrativa che trova slancio in un uso pionieristico della soggettiva. Mostrandoci, così, scorci di vita quotidiana che il cineasta giustifica e contestualizza per mezzo del (nostro) sguardo; in un gioco di intenzioni, anziché effettive esplicazioni.

“Niente ha creato più guai alla razza umana, dell’intelligenza”

Tra gente che prende il sole, liti tra moglie e marito, e chi fa giardinaggio, emergono così le prime dinamiche relazionali sotto l’occhio del Jeffries di Stewart; delineando, tra ficcanaso e burberi, caratterizzazioni semplici dei vicini di casa. Così facendo Hitchcock pianta i germogli di un intreccio solido in una struttura narrativa ciclica dall’andamento lineare e dal ritmo graduato; con cui disquisire ironicamente sul ruolo scenico-sociale del guardone. Perché se è pur vero che “la gente dovrebbe guardare di più in casa propria”, l’ironia de La finestra sul cortile sta nel giustificare narrativamente il voyeurismo, per mezzo della condizione coercitiva del suo protagonista.

Non solo comunque dinamiche “da cortile”. Onde evitare un’altrimenti monotematicità narrativa, il dispiego dell’intreccio de La finestra sul cortile permette a Hitchcock di introdurre ulteriori dinamiche relazionali, legate alla dimensione caratteriale del Jeffries di Stewart. L’ingresso in scena dell’Infermiera Stella della Ritter ad esempio, risulta essenziale nell’economia del racconto. Permettendo così non soltanto di realizzare un’arguta critica sul mutamento della società – perfettamente valida ai giorni nostri – ma anche di sviluppare la dimensione caratteriale del protagonista; a partire proprio dal suo background relazionale.

Grace Kelly in Rear Window
Grace Kelly in una scena de La finestra sul cortile

Nell’incapacità di Jeffries d’impegnarsi ad esempio, scegliendo mete esotiche con cui sabotare il rapporto con la Fremont della Kelly; emerge la crisi dell’individuo, di una solitudine auto-imposta, mascherando il tutto con una forzata razionalizzazione. Un primo piano in soggettiva, il controcampo sul volto adombrato di Stewart, e un primissimo con zoomata; un bacio delicato. Una presentazione iconica quella del personaggio di Grace Kelly; da cui emerge un personaggio arguto e vivace. L’ingresso in scena della sua Lisa permette a Hitchcock di giocare con il l’atipicità del suo kammerspiel; ora opponendo alle dinamiche relazionali “in superficie” una sagace profondità di campo giustificata dalla connotazione voyeuristica, ora sfruttando i lati bui dell’abitazione.

La finestra sul cortile: l’esplicitazione scenica del voyeurismo

Lo sviluppo del racconto si caratterizza di una maggiore definizione degli agenti scenici del cortile. A partire dalla slanciata ballerina che diventa Miss Torso, sino a una vicina che brinda a un fidanzato immaginario denominata Miss Cuore Solitario; piccoli espedienti con cui Hitchcock dà vita alle caratterizzazioni sceniche del contesto. Poi il silenzio, un urlo, un vaso rotto, la soggettiva che indugia su alcuni agenti scenici.

Hitchcock compone un solido intreccio, in un’indagine fatta di silenzi, di brevi sequenze, di dettagli e particolari. Così, nella fluidità registica di cui si compone il cortile, tra piani sequenza e soggettive dal campo visivo sempre più stringente – segnando indelebilmente il racconto; in una crescita progressiva della posta in gioco, con cui Hitchcock colorisce la connotazione voyeuristica alla base della narrazione.

James Stewart
James Stewart in una scena de La finestra sul cortile

Il Jeffries di Stewart vede così potenziata la sua funzione scenico-voyeuristica grazie alla sua deformazione professionale. Tra teleobiettivi e macchine fotografiche, la connotazione del racconto trova un’esplicitazione; lavorando così di dettagli, di sciabole che vengono avvolte su carta, e di sigarette accese nel buio della casa. In un gioco di deduzione, di lasciato intendere e non detto, che cresce di pari passo con lo sviluppo del racconto; caratterizzando così le dinamiche relazionali tra Jeffries e Lisa.

Il progressivo depotenziamento del conflitto amoroso-emozionale infatti, coincide con la crescita dell’elemento d’indagine deduttiva. Espediente con cui non soltanto depotenziare la componente poliziesca del racconto; ma al contempo, far crescere la caratterizzazione della Lisa della Kelly, da donna dei piani alti più interessata alle frivolezze, ad agente scenico dinamico.

La climax “passiva” de La finestra sul cortile

Tra secondo e terzo atto, La finestra sul cortile vede così evolvere il proprio racconto di destrutturazione delle estetiche del cinema di genere per mezzo di dialoghi incisivi, metodi poco ortodossi e soggettive indaganti; sino a far trasudare del tutto la connotazione voyeuristica. Hitchcock infatti, sfonda la parete dell’osservazione, catapultando i suoi eroi, e nello specifico Lisa, in una climax dal ritmo serrato “dall’altra parte della parete”; caratterizzandola così in un’azione a distanza, con cui depotenziare il ruolo scenico del Jeffrey di Stewart – che si ritrova passivo dinanzi agli eventi, limitato dall’immobilità.

Così facendo, si rompe il malsano equilibrio voyeuristico tra osservatore e osservato; generando un ribaltamento di fronte nella dimensione scenica del Thorvald di Burr – che da elemento di sfondo passivo, diventa attivo e “reale”. Rompendo la parete dell’osservazione, Hitchcock opera così, il definitivo passo verso l’umanizzazione degli agenti scenici del cortile; portando a compimento, in tal modo, i loro archi di trasformazione.

Tra le massime vette del cinema Hitchcockiano

Autentico crocevia degli anni Cinquanta di Hitchcock, a 66 anni dal rilascio in sala, stupisce ancora La finestra sul cortile. In una connotazione voyeuristica resa possibile da un linguaggio filmico moderno e attuale; un’atipicità filmica ora come kammerspiel, ora come thriller-giallo, che ha rappresentato, negli anni, un’ispirazione eccellente per Brian De Palma e per i cineasti di tutto il mondo.

Ma soprattutto, tra le più grandi prove d’attori dei suoi protagonisti. Un Raymond Burr assolutamente inedito come corpulento villain, un James Stewart vivace e brillante come forse soltanto in La donna che visse due volte (1958) nel sodalizio con Hitchcock; ma soprattutto l’eterea Grace Kelly, (forse) nel ruolo della vita – di certo quello con la presentazione del personaggio più vivace e iconica. In poche parole, un’opera imprescindibile per la sua incredibile capacità di costruzione dell’immagine, di cura del dettaglio, di narrazione deduttiva; di quelle, insomma, che ti fanno innamorare dell’essenza del cinema.

Il cortile al tramonto de La finestra sul cortile
Il cortile al tramonto de La finestra sul cortile

Sintesi

Autentico crocevia degli anni Cinquanta di Hitchcock, a 66 anni dal rilascio in sala, stupisce ancora La finestra sul cortile tra voyeurismo, una Grace Kelly straordinaria come poche altre volte in carriera, e una solida narrazione pionieristica nel cinema; un'ispirazione eccellente per Brian De Palma, e per i cineasti di tutto il mondo. 

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