La Donna più ricca del mondo recensione film di Thierry Klifa con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte e Raphaël Personnaz

Prendete una leggenda vivente della recitazione, una delle vicende familiari più affascinanti del ventunesimo secolo, un co-protagonista a dir poco azzeccato e assicuratevi persino che il tutto venga inquadrato con piacevole eleganza e un’evidente dimestichezza nel muovere quel magico oggetto chiamato macchina da presa… basterà a girare un grande film, vero?
La donna più ricca del mondo è la dimostrazione che no, a quanto pare, almeno per noi, non sono sufficienti neanche queste preziose tessere per assicurarsi un mosaico audiovisivo che ci convinca fino in fondo, fino alla sensazione di eccellenza cinematografica.
Costruire un film su un evento realmente accaduto potrebbe apparire ad alcuni come una flaccida dimostrazione di pigrizia intellettuale, quando, in realtà, si tratta di uno degli esercizi creativi più complessi che si possano immaginare. I rischi sono incalcolabili e, se si evita la strada del sensazionalismo statunitense – tipico di avvenimenti tragici o simili -, appare a dir poco ostica la conquista di un’interpretazione che valga la pena di sommarsi alla narrazione mass-mediatica precedentemente compiuta dall’informazione.
È proprio questo il caso dell’ultima fatica di Thierry Klifa, il quale pesca a piene mani dalle cronache dell’affaire Bettencourt, le cui ambiguità e opacità scossero l’opinione pubblica francese nel decennio compreso tra il 2007 e il 2017 (anno di morte di Liliane Bettencourt).
Inutile riassumere in qualche robotico periodo quella che è la vicenda alla base dell’opera di Klifa, anche e soprattutto perché, se da una parte vi sono coloro i quali già sono a conoscenza della realtà dei fatti, dall’altra vi è chi, ignaro delle cronache, avrà piacere a vivere il lungometraggio come una continua scoperta.
Vi basterà sapere che la Huppert interpreta quella che è stata effettivamente la donna più ricca del mondo – primato attualmente detenuto dalla figlia – le cui fortune furono l’epicentro di una serie di dinamiche familiari, sentimentali e politiche a dir poco stratificate.
Klifa non sfigura, ma svuota la vicenda della sua dimensione più smaccatamente politica
La costruzione di un lungometraggio che restituisse quantomeno un affresco delle diverse sfumature che la vicenda reale è andata a toccare, era indubbiamente un’impresa titanica, anche e soprattutto a causa del coinvolgimento di diversi piani che, come detto, vanno da quello prettamente familiare a quello più squisitamente politico.
Non vi è nulla da recriminare alla confezione audiovisiva del regista francese, ma, piuttosto, a lasciare l’amaro in bocca è il contenuto, mai realmente in grado di esprimere il respiro socio-politico della vicenda. Si tratta infatti di una serie di eventi che coinvolsero direttamente il governo francese e, in tal senso, appare scarno il passaggio dal particolare al generale, dall’intimo al collettivo, dal sentimentale al politico.
Di certo l’accecante spessore interpretativo della Huppert, ma anche del suo collega di set Laurent Lafitte, affiancato alla più che discreta rappresentazione profilmica di Klifa, permettono al film di allontanarsi con convinzione e vigore dalla mediocrità, ma, al contempo, dispiace registrare un così plateale spreco della dimensione politica del soggetto in questione.
A tal proposito è difficile evitare il paragone con le raffinate soluzioni che al tempo furono adottate in The Crown, dove all’interno della campana di cristallo di Buckingham Palace risuonavano con insistenza gli echi delle conseguenze reali di ciò che avveniva nel palazzo.


