La cosa

La cosa recensione film di John Carpenter con Kurt Russell [Flashback Friday]

La cosa recensione del film di John Carpenter con Kurt Russell, Keith David, Wilford Brimley, Richard Masur, Charles Hallahan, David Clennon e Donald Moffat

In tutto il suo cinema, non c’è stato momento in cui John Carpenter non abbia, in qualche modo, citato Howard Hawks e la sua pesante eredità artistica. In Distretto 13: Le brigate della morte (1976), ad esempio, Carpenter – oltre che accreditarsi come John T. Chance nell’editing – rilegge le dinamiche “d’assedio” di Un dollaro d’onore (1959) privandolo della magia musicale di un My rifle, my pony, and me, ma dandovi una dose extra-forte di violenza cruda e amore posticcio. La svolta arriva però con Halloween – La notte delle streghe (1978) dove Carpenter realizza il definitivo omaggio esplicito inserendo La cosa da un altro mondo (1951) come “film dell’orrore” della notte di Halloween di Laurie Strode.

La cosa da un altro mondo
I titoli di testa de La cosa da un altro mondo di Howard Hawks

Tre anni dopo, la Universal Pictures, conoscendo la passione sfrenata di Carpenter per il cinema di Hawks; gli offre l’opportunità di coronare un piccolo sogno: rileggere secondo le estetiche contemporanee (dell’epoca), ciò che in Halloween era brevemente apparso nel piccolo schermo. Nasce così, La cosa (1982) di John Carpenter; a cui però, il cineasta de 1997: Fuga da New York (1981) sceglie di porvisi in forma più conforme al romanzo originario che non all’opera hawksiana.

La cosa da un altro mondo – John Carpenter & Howard Hawks

Il concept trae infatti ispirazione da Who Goes There? (1938) di John W. Campbell, ma se Hawks agì rileggendone le dinamiche paranoiche a favore di un’agire di virile coesione – di chiaro stampo politico anti-maccartista; Carpenter scelse invece di restare fedele all’opera di Campbell, amplificando al massimo l’elemento paranoico, in una disgregazione dell’umanità nonché d’indifferenza verso il prossimo. Una netta opposizione stilistica e tematica, come quella tra l’Antartide di Carpenter e l’Artide di Hawks che trova specifici rimandi ora nella morfologia, ora nel modus della Cosa: definita e mostruosamente umanoide nel 1951, subdolo mutaforma nel 1982.

La cosa da un altro mondo - John Carpenter & Howard Hawks
La cosa da un altro mondo – John Carpenter & Howard Hawks

La scelta, figlia dello storico precedente Invasione degli Ultracorpi (1956)/Terrore dallo spazio profondo (1978), più coerente in termini d’estetica cinematografica e del differente ruolo assunto dalla fantascienza negli anni; è anche funzionale all’evitare qualunque confronto tra le due opere. Differenti ratio, differenti epoche, per un’opposizione che nel distanziare le “due cose” il più possibile, celebra, di riflesso, la bontà di un concept senza tempo. Sfumature di racconto diverse che vivono e coesistono nella storia del cinema, ognuno con la propria – e specifica – anima filmica; trovando così opposte letture da parte di due brillanti cineasti – vicini e lontani, allievo e maestro.

Per gli stessi motivi, nel 2011 Matthijs van Heijningen jr realizzò un prequel dell’opera carpenteriana con Mary Elizabeth Winstead e Joel Edgerton; raccontando così dei tre giorni nella base norvegese con cui ricollegarsi agli eventi catastrofici dell’Outpost #31. A differenza però degli Ultracorpi, dove ogni remake e rilettura riesce ad avere una sua specificità; La cosa (2011) di van Heijningen jr si perde in una cgi fiacca che non può reggere il confronto con il fascino degli animatronic dell’opera di Carpenter.

Nel cast figurano Kurt Russell, Keith David, Wilford Brimley, Richard Masur, Charles Hallahan, David Clennon e Donald Moffat: e ancora Peter Maloney, Richard Dysart, Joel Polis, Thomas G. Waites e Jed.

La cosa: sinossi

Antartide, 1982. Nella base scientifica americana Outpost #31 la vita scorre serenamente finché un elicottero tenta di uccidere a fucilate un siberian husky (Joe). È un norvegese (Larry Franco) l’assalitore, che nell’annientare il lupoide prova perfino a lanciarvi una granata; per un errore di valutazione però, uno dei membri della base viene ferito e ne deriva un conflitto a fuoco. Portato in salvo il cane, tra lo stupore generale; il team statunitense guidato dal comandante Garry (Donald Moffat) riprende la vita come se nulla fosse.

La trasformazione "ragnesca" de La cosa
La trasformazione “ragnesca” de La cosa

La squadra è composta dal pilota R.J. MacReady (Kurt Russell), Cooper, il medico (Richard Dysart), i biologi Blair e Fuchs (Wilford Brimley e Joel Polis), il meteorologo Bennings (Peter Maloney); e ancora il geologo Norris (Charles Hallahan), l’addetto alla radio Windows (Thomas G.Waites), i meccanici Childs e Palmer (Keith David e David Clennon), l’addetto ai cani Clark (Richard Masur) e il cuoco Nauls (T.K. Carter). Nessuno di loro ha idea di cosa stia succedendo, e decidono così d’indagare. Arrivata la sera però, tra una partita a biliardo e il far varcare al “trovatello” il recinto, tutto diventerà più limpido; nel gelo antartico, la foga del norvegese risulterà finalmente chiara – sarà l’inizio di un incubo di pura paranoia.

Comincia male quest’inverno

L’angosciante colonna sonora minimale di Ennio Morricone in crescendo; sullo sfondo un astronave che precipita sulla Terra. Poi l’Antartide e una camera a mano che accompagna l’incedere di un elicottero in scena nel seguitare un husky in fuga. La corsa affannata del lupoide, e un uomo con il fucile che spara dal velivolo. Un gesto disumano e da condanna mostratoci tra panoramiche e campi lunghi; per poi spostare l’attenzione sulla base antartica U.S. Outpost #31 tra gesti di vita quotidiana e del buon JB versato su di un computer “baro”.

Tra granate e colpi di fucile con cui stanare il lupoide, la minaccia neutralizzata apre il racconto de La cosa. Un espediente certamente insolito e brutale che non rappresenta tuttavia della violenza fine a sé stessa. Qualcosa con cui Carpenter gioca sin dall’apertura di racconto, in quelle ultime parole pronunciate dal norvegese “pazzo” che per gli scandinavi è quello che si potrebbe definire uno spoiler fatto e finito:

Se til helvete og komme dere vekk. Det er ikke en bikkje, det er en slags ting! Det imiterer en bikkje, det er ikke virkelig! Kom dere vekk, idioter!

Che tradotto vorrebbe dire:

Andate via, diavolo! Non è un cane, è una sorta di cosa! Imita un cane, ma non è reale! Andate via, idioti!

L'incipit cinofilo de La cosa
L’incipit cinofilo de La cosa

Espediente geniale, con cui Carpenter lavora di bricolage narrativo e di percezioni. Un incipit d’impatto, che se per una specifica audience dirada quasi totalmente la nebbia, entrando in quello che lo Sheldon di The Big Bang Theory avrebbe definito “pre-sconvolgimento”; per tutti gli altri diventa invece un enigma con cui tessere, attraverso un linguaggio filmico semplice e immediato, un solidissimo intreccio.

Caratterizzazioni semplici e primi germogli di paranoia

Il racconto si sviluppa così, delineando piccoli accenni di background narrativo con cui far percepire allo spettatore dell’incapacità a comunicare con il mondo; e in una regia fluida con cui mostrarci corridoi, tetti e soffitto di un ambiente chiuso. Ora nel silenzio della base antartica, ora sfruttando unicamente le azioni sceniche dell’husky che gironzola. Tutti elementi che grazie alla sopracitata colonna sonora minimale; e a una regia perlopiù d’intenzioni – e lasciato intendere – permettono a Carpenter di porre i germogli della connotazione paranoica del racconto. Il cineasta de Grosso guaio a Chinatown (1986) procede così nel disegnare piccoli elementi caratteriali; caratterizzazioni semplici, perfino raffazzonate, di pure funzioni sceniche.

Kurt Russell
Kurt Russell in una scena de La cosa

La bravura di scrittura di Carpenter fa si che il dispiego graduale dell’intreccio ci faccia entrare sempre più in empatia con i suoi agenti scenici; un kammerspiel innevato la cui criticità narrativa permette al regista statunitense di riuscire nei suoi intenti empatici per mezzo di dinamiche relazionali secche. Chi emerge, chiaramente è il MacReady di Russell a cui Carpenter non pone nemmeno grandissima attenzione in termini caratteriali. Gira per l’Antartide con un cappello di cowboy, e le funzioni sceniche parlano di lui come un “tipo tosto”; basta questo al cineasta di Essi vivono (1988) per catapultare un simulacro dei western che amava, in un mondo gelato fatto di paranoia e alieni mutaforma.

Stan Winston e rantolii infernali nel corpo di un cane

Dicevamo, la paranoia. Allargando il contesto scenico, Carpenter fa crescere la criticità del suo racconto tra cadaveri congelati e sangue raffermo e altri ancora in putrefazione. In una base abbandonata la cui composizione d’immagine permette di guardare al futuro tra uomini bruciati, malformazioni; e un odore di marcio di cui se ne può sentire il sapore in bocca dallo schermo. Il dispiego dell’elemento sovrannaturale, proprio per via dell’incipit che urla spoiler in norvegese, è una carta che Carpenter si gioca da subito.

Espediente sagace, vivace, che tra guaiti di cani spaventati a morte e rantoli infernali, emerge la cosa omonima; alzando così – sensibilmente – la posta in gioco. Ossa che scricchiolano, animali inglobati, bagni di sangue e un essere demonico; Carpenter dispiega al massimo i gli animatronic di Stan Winston – che danno una marcia in più alla rilettura “di genere” del racconto hawksiano.

La cosa: Dieci piccoli indiani nell’inferno antartico (e un lanciafiamme)

Ci troviamo di fronte un organismo che imita le altre forme viventi; e le imita perfettamente. Questa cosa ha attaccato i nostri cani e ha tentato di digerirli. Di assimilarli. E nel frattempo ha tentato di plasmarsi in modo da imitarli. Questo per esempio, non è un cane; è un’imitazione. L’abbiamo preso prima che avesse il tempo di finire.

L’ingresso scenico della Cosa, permette a Carpenter di delinearne i contorni da deuteragonista latente in una presenza che aleggia lungo tutto il racconto. Così facendo, il cineasta de Vampires (1998) fa sbocciare del tutto la connotazione paranoica; in una crescita graduale con cui andare a inquinare le dinamiche dialogico-relazionali, amplificare l’indifferenza verso “l’altro”, e di riflesso alzare sensibilmente la posta in gioco. La narrazione de La cosa procede così in un andamento “alla Dieci piccoli indiani”; in una progressiva riduzione dei membri della base, funzionale allo snellimento della coralità del conflitto narrativo. Resa scenicamente da un montaggio sapientemente manipolatorio che “spezza” il momento e amplifica la paranoia; generando così, nello spettatore, inganno e ansia.

Una scena de La cosa
Una scena de La cosa

È sagace il lavoro di scrittura di Carpenter, in una crescita organica delle componenti e delle dimensioni caratteriali in modo parallelo e compenetrante. La crescita della caratterizzazione del Blair di Brimley va infatti di pari passo con la componente scientifica, giustificandola; e di riflesso l’elemento paranoico che cresce con gli affinamenti “da mutaforma” della Cosa.

Sugli scudi il MacReady di Russell, che emerge così come leader silenzioso e unico baluardo; con cui però Carpenter gioca con il ruolo narrativo, in piccoli indizi con cui sviare l’attenzione, manipolare lo spettatore e dare dinamicità al racconto. Elementi che trovano valorizzazione e potenziamento in una regia che lavora di profondità di campo; e nella fotografia in notturna di Dean Cundey la cui polarizzazione in blu è puro piacere dei sensi.

Il capolavoro di John Carpenter

La progressiva riduzione del conflitto scenico trova nella climax il suo elemento chiave. Una crescita esponenziale dei raggiri della Cosa tra esplosioni, cunicoli e gallerie sotterranee; visi squarciati e mutazioni sempre più spaventose – e infine quell’ultima enigmatica sequenza, di stallo, in un finale aperto con cui Carpenter gioca ancora una volta con le nostre percezioni. Prima parte della trilogia tematica “dell’Apocalisse” assieme a Il signore del male (1987) e Il seme della follia (1995) sulla solitudine e disillusione dell’individuo in forma allegorica e orrorifica. Nella forza del concept de La cosa, emerge la bravura del suo autore; asciugando del tutto i didascalici elementi socio-politici dell’opera del ’51, per ricalibrarli in un’accezione più da horror/thriller paranoico.

Carpenter realizza così un’opera che vive di luce riflessa del gioiello filmico di Hawks, ma che al contempo brilla di luce propria; consolidandosi, negli anni, come autentico capolavoro del genere, oltre che consacrazione del linguaggio filmico del suo brillante interprete. Se il box office dell’epoca, tra la fantascienza rassicurante di E.T. – L’extraterrestre e i trekkies di Star Trek II: L’ira di Khan condannarono La cosa al flop commerciale; saranno le decadi successive a dare a Carpenter e alla sua magnifica opera il giusto riconoscimento – risultando ad oggi tra le massime vette dell’opus carpenteriano e tra i capolavori del survival horror.

La locandina de La cosa
La locandina de La cosa

Sintesi

Nella forza del concept de La cosa, emerge la bravura del suo autore, asciugando del tutto gli arguti elementi socio-politici de La cosa da un altro mondo di quasi trent'anni prima, per ricalibrarli in un'accezione più da horror/thriller paranoico. Carpenter realizza così un'opera che vive di luce riflessa del gioiello filmico di Hawks, ma che al contempo brilla di luce propria. Consolidandosi, negli anni, come autentico capolavoro del genere, oltre che consacrazione del linguaggio filmico del suo brillante interprete. 

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