L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente

L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente recensione film di e con Bruce Lee

L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente recensione del film di e con Bruce Lee, Nora MiaoChuck Norris, Ping-Ou Wei, Chung-Hsin Huang e Robert Wall

Conclusasi la lavorazione de Dalla Cina con furore (1972), il sodalizio tra Wei Lo e Bruce Lee – iniziato con Il furore della Cina colpisce ancora (1971), si interruppe bruscamente. Il guerriero cinese avrebbe dovuto infatti prender parte a Massacro a San Francisco (1974), in coppia con Chuck Norris; ma le ambizioni di Lee erano altre, puntava dritto alla prima regia da protagonista assoluto, dando così una propria interpretazione ai Kung-Fu movies. L’occasione arriva proprio nel 1972 grazie alla “sua” Concord Production, con The Way of the Dragon – in Italia conosciuto come L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente.

Una ventata d’aria fresca nel Kung-Fu movie, a partire dallo spostamento della location, sino a dei toni più leggeri; con cui Lee si cucì addosso un personaggio vivace; funzionale alla valorizzazione della sua mimica espressiva e del suo sorprendente talento comico. Laddove in Dalla Cina con furore ci veniva infatti mostrato un Lee arguto trasformista; in L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente, ne emerge una spiccata vivacità da slapstick comedy.

Bruce Lee
Bruce Lee in una scena de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente

Entrata di diritto nella storia del cinema per via della risoluzione del conflitto scenico all’ombra del Colosseo; la prima regia di Lee vede la presenza proprio di quel Chuck Norris voluto da Wei in Massacro a San Francisco, la cui carriera cinematografica spiccherà il volo dopo la celebre sequenza in coppia con Bruce Lee. Nonostante il regista fosse più che soddisfatto del risultato ottenuto, era conscio dei difetti strutturali e “di sviluppo” del film; questo per via di un linguaggio filmico più adatto all’audience orientale che non a quella occidentale.

In vita infatti, Lee si oppose alla distribuzione de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente nei mercati occidentali, avendolo concepito unicamente per il pubblico asiatico. Alla sua morte però, il produttore e amico Raymond Chow lo distribuì in tutto il mondo; e contro ogni aspettativa la prima (e unica) regia di Lee fu uno strepitoso successo di critica e pubblico. Una consacrazione postuma, che parte dallo sguardo innocente di Lee verso la cultura italiana, sino alla maniacale cura delle sequenze action.

L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente: sinossi

Yen Chen (Bruce Lee) arriva da Hong Kong sino a Roma per aiutare Lao Shan (Nora Miao); una cugina alla lontana che, assieme a Wang (Wang Chung Hsin) ha aperto da poco un ristorante cinese nella Capitale. Il locale, tuttavia, è il bersaglio della criminalità organizzata – che vorrebbe infatti trasformarlo in una centrale di spaccio della droga per via della sua posizione vantaggiosa.

Non riuscendo con le buone a spingerli a vendere, i criminali del Boss (Jon T. Benn) decidono di intimorire Lao e i suoi amici, ma Chen interviene prontamente vendendo cara la pelle. Vedendo ogni sforzo del tutto vano, il Boss decide di assoldare il campione di karate degli Stati Uniti, Colt (Chuck Norris), per sbarazzarsi finalmente di Chen e mettere le mani sul locale –  sarà un combattimento leggendario all’ombra della Città Eterna.

Chuck Norris in una scena de L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente
Chuck Norris in una scena de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente

L’opera prima di Bruce Lee è una vivace destrutturazione del cinema di genere

Un primo che diventa piano medio e infine campo lungo; un gioco di sguardi, un bambino spaventato mentre mangia il gelato; delle zuppe ordinate al ristorante e l’arrivo della Shan della Miao e dei guai intestinali. Tra gag stanche e reiterate con cui giocare con la mimica super-espressiva di Lee, si apre il racconto di L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente; caratterizzandosi così, sin dalle prime battute, di una componente comica che genera come un rottura rispetto alle pellicole precedenti con Lee protagonista.

Toni scanzonati e vivaci, forse un po’ forzati, con cui Lee oppone la sua prima regia ai toni epici de Dalla Cina con furore. All’ombra della maestosità della Città Eterna infatti, Lee getta le basi drammaturgiche del racconto, a partire dalla causale “combattiva” della dinamica relazionale tra il Chen di Lee e la Shan della Miao; funzionale per raccontare dei romani e della romanità, tra un ipotetico giro turistico a colpi di Kung-Fu e seduzione “spiccia”.

Bruce Lee e Nora Miao in L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente
Bruce Lee e Nora Miao in una scena de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente

Ciò che colpisce de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente è il punto di vista di Lee. Una forte impronta registica che si traduce ora nell’uso di pionieristici campi medi/lunghi e profondità di campo, ora in un linguaggio filmico moderno e vivace. Nella cornice scenica di una narrazione decisamente tipica nel suo sviluppo, Lee caratterizza L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente di un’evoluzione del tono narrativo da scanzonato ad epico; un processo di destrutturazione che agisce per gradi, con cui giocare con le intenzioni dello spettatore – piazzando acrobazie atletiche nei momenti meno plausibili o depotenziando la chiamata dell’eroe narrativo con un semplice sorriso.

Espedienti con cui giocare, di riflesso, anche con la caratterizzazione del “Chen perfetto combattente”; laddove in Dalla Cina con furore l’andamento del racconto risultava spedito e “prevedibile”, nell’opera successiva Lee agisce mostrandoci il suo alter-ego come scanzonato, per poi scatenarne la furia distruttiva. La crescita graduale della connotazione combattiva va così di pari passo con l’evoluzione del Chen di Lee; che in regia viene sottolineata da zoomate e piani medi e fulminei primi piani, una maggiore vivacità fatta di colpi secchi, smorfie, nunchaku e “sedute” sugli avversari.

Oltre all’innovazione però, lo sviluppo del racconto si caratterizza di una dinamica amorosa-sentimentale alleggerita nei toni e nel melodramma; nonché di topoi conclamati del cinema di genere come “il cinese traditore” come ago della bilancia, e il guerriero straniero che prende piede nella climax narrativa.

L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente: il Colosseo e Chuck Norris

Tra occhiali da sole specchiati e una camicia che è tutto un programma, entra in scena il Colt di un Chuck Norris ancora ben lontano dalla dimensione filmica Delta Force/Cannon Film; espediente che permette a Lee di delineare un avversario degno di questo nome per la risoluzione scenica – senza dubbio la sequenza chiave del racconto.

Il Colosseo e Chuck Norris: la climax de L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidenteCiò che colpisce de L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente è il punto di vista di Lee. Una forte impronta registica che si traduce ora nell'uso di pionieristici campi medi/lunghi e profondità di campo, ora in un linguaggio filmico moderno e vivace. Nella cornice scenica di una narrazione decisamente tipica nel suo sviluppo, Lee caratterizza L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente
Il Colosseo e Chuck Norris: la climax de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente

L’ingresso tra le mura del Colosseo. Un campo lungo con cui saggiare la profondità delle sue incurvature, e una panoramica con zoomata, da cui far emergere il kimono bianco di Colt. Nell’arena scenica del Colosseo, in una regia silenziosa ora elegante, ora “a mano libera”, Lee conduce Chen tra i cunicoli dell’arena dei gladiatori dell’Antica Roma; un gioco del gatto col topo faccia a faccia con il Colt di Norris. Bianco e nero si compenetrano così tra le gallerie della Città Eterna, in una svestizione calcolata e silenziosa tra ossa scrocchiate, esercizi di respirazione e un gatto come spettatore.

Norris all’epoca cinque volte campione del mondo di Karate (ne vincerà sette di fila tra il ’68 e il ’74), Lee, atleta-autore leggendario nonché l’allievo per eccellenza di Yip Man. Quattro giorni di riprese e venti pagine di script, e la sospensione dell’incredulità dovuta all’intreccio scenico lascia il posto alla pura forza combattiva di due atleti formidabili; peli strappati, rallenti, calci rotanti, sequenze di pugni da capogiro e la lealtà di non colpire mai “da terra”. Tra Kung-Fu e Karate, Chen e Colt si affrontano, riconoscono l’uno il valore dell’altro, e fanno la storia del cinema.

La piena espressione del talento inespresso di Bruce Lee

Per certi versi sembrano comprensibili le remore di Lee in merito alla distribuzione della sua prima opera da regista. L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente riconduce il tutto alla spettacolarizzazione della connotazione combattiva di Chen; escludendo del tutto una crescita narrativa ragionata della posta in gioco e una caratterizzazione di villain e comprimari, quantomeno credibile. Nonostante questo però, emerge la giocosità di Lee in tutto il suo splendore; ora nelle gag quasi chapliniane, ora nell’insita bontà d’animo, ora nella tenerezza con cui fugge dalla procace Marisa Longo. In una regia di polso, quasi da cineasta consumato, con cui far vibrare ogni colpo di ogni duello; in una climax che è puro cinema combattivo, probabilmente il più grande duello marziale portato in scena.

Un’opera destinata al pubblico orientale che però diventa, al contempo, un’istantanea di come l’oriente guarda(va) l’occidente; i cui insiti difetti ci fanno riflettere non tanto sui demeriti del cineasta Bruce Lee, quanto, di quella che sarebbe potuta essere – tra dieci o forse quindici anni – la sua identità autoriale. Resta la leggendaria sequenza del Colosseo e il rimpianto di una morte prematura, di un talento tristemente inespresso.

La locandina de L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente
La locandina de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente

Sintesi

L'esordio alla regia di Bruce Lee è un'opera tanto densa di calci e pugni, quanto flebile dal punto di vista narrativo. Da L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente emerge però, tra tenerezza e gag chapliniane, l'insita giocosità di Lee in tutto il suo splendore, in una regia di polso, quasi da cineasta consumato, con cui far vibrare ogni colpo di ogni duello e in una climax che è puro cinema combattivo, probabilmente il più grande duello marziale portato in scena. Un'opera i cui evidenti difetti ci fanno riflettere non tanto sui demeriti del cineasta Bruce Lee, quanto, di quella che sarebbe potuta essere - tra dieci o forse quindici anni - la sua identità autoriale. Resta la leggendaria sequenza del Colosseo e il rimpianto di una morte prematura, di un talento tristemente inespresso. 

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