L'età dell'innocenza

L’età dell’innocenza recensione film di Martin Scorsese

L’età dell’innocenza recensione del film di Martin Scorsese tratto dal romanzo di Edith Wharton con Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer e Winona Ryder

Il romanzo L’età dell’innocenza ebbe un’importanza di non poco conto nell’ambito della letteratura americana d’inizio XX secolo. Pubblicato nel 1920, permise a Edith Wharton di vincere il Premio Pulitzer per il romanzo, risultando così la prima donna nella storia a ottenere un simile riconoscimento. Settantatré anni dopo, a misurarsi con una delle opere femministe più rilevanti di tutti i tempi, ci pensa Martin Scorsese (Taxi Driver, Fuori Orario).

Il cineasta di The Aviator (2004) e The Wolf of Wall Street (2013) – attualmente impegnato nella pre-produzione de Killer of the Flower Moon (2021) – con L’età dell’innocenza si cimenta per la prima (e unica) volta nel genere “in costume”. Tra le scenografie di Dante Ferretti, e i costumi di Gabriella Pescucci, il risultato è una cura scenica oltre ogni immaginazione. Abbastanza da permettere a L’età dell’innocenza di vincere 1 Oscar (Migliori costumi) su 4 nomination agli Oscar 1994.

Per una simile occasione, Scorsese assembla un cast d’eccezione che annovera Daniel Day-Lewis (Il petroliere, Il filo nascosto), Michelle Pfeiffer (Maleficent 2, Assassinio sull’Orient Express, Batman: Il ritorno, Scarface), Winona Ryder (Stranger Things, Il complotto contro l’America), Geraldine Chaplin, Richard E. Grant e Michael Gough.

L’età dell’innocenza: sinossi

Nella seconda metà dell’Ottocento americano, l’avvocato Newland Archer (Daniel Day-Lewis) sta per sposare l’aristocratica May Welland (Winona Ryder), bella e sofisticata ma dalle abitudini semplici e molto ligia al dovere familiare.

Tutto sembra procedere per il meglio finché non giunge a New York la cugina di May. L’affascinante contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer) reduce da un matrimonio disastroso, che sta scendendo a patti – nell’alta società – con la scelta di divorziare da un conte polacco che non l’ha mai rispettata.

Daniel Day-Lewis e Winona Ryder
Daniel Day-Lewis e Winona Ryder

L’ostracismo nei suoi confronti, l’esclusione, le voci malvagie e la solitudine di cui si fa scudo Ellen, spingono Newland a fare il possibile per aiutarla con il divorzio. Ben presto però, la solidarietà di una semplice consulenza legale “di famiglia”, diventano affetto per poi mutare in amore.

L’età dell’innocenza: la regia viscontiana

L’entrata in scena dei personaggi de L’età dell’innocenza – a teatro – è condita da una regia dinamica e vivace di dettagli e particolari, tra sguardi indiscreti, binocoli e dietrologia, con cui mostrarci il contesto narrativo dell’America di fine Ottocento.

La sequenza introduttiva – di un genere decisamente insolito per Scorsese – vive del linguaggio del corpo, di silenzi e parole sussurrate, di cenni e usanze. Nel buio di una fotografia illuminata – unicamente – da luci diegetiche, capaci di conferire un’intimità scenica, buttata in pasto all’ipocrisia della nobiltà americana.

Una scena de L'età dell'innocenza
Una scena de L’età dell’innocenza

La regia si fa preziosa, quasi viscontiana nella solennità dei momenti  – e nel far estasiare lo spettatore nella cura scenografica di Ferretti. C’è però il marchio di Scorsese nelle semi-soggettive, nelle soggettive e nella velocità di primi piani e piani medi. Dando così a L’età dell’innocenza, nella musicalità dei Walzer di Strauss, un linguaggio filmico innovatore del cinema di genere; ma è proprio questa la grandezza dei grandi cineasti come Scorsese, entrare in punta di piedi in un genere non abituale, per farlo suo caratterizzandolo profondamente.

Il film più violento di Martin Scorsese

A detta dello stesso cineasta di Toro Scatenato (1980), L’età dell’innocenza è il film più violento all’interno dell’opus Scorsesiano. Il vestito indossato all’opera “semplice e insignificante”, la scelta di mantenere quel nome “così polacco”; la contessa Olenska di una stratosferica Michelle Pfeiffer viene demolita spiritualmente e nella reputazione dai salotti delle malelingue.

L’eccentricità della Olenska – malvista dalla nobiltà americana – non è altro che la voglia d’emancipazione in un mondo come quello della fine dell’Ottocento, dove la parità di diritti (e d’azioni) tra uomini e donne era pressoché impossibile; nella ricerca dell’indipendenza che fa a pugni con la solitudine inflittale e con uno spasmodico bisogno di protezione.

Michelle Pfeiffer
Michelle Pfeiffer in una scena de L’età dell’innocenza di Martin Scorsese

Alla Olenska della Pfeiffer si oppone – caratterialmente – la Welland di una Winona Ryder in perenne sottrazione emotiva, che rappresenta la tipica donna dell’Ottocento. Sottomessa alla regole sociali, accondiscendente, e vogliosa più di soddisfare i bisogni della famiglia che non di vivere una vita piena, libera e sana.
La scelta del divorzio diventa così il nodo gordiano di un racconto che è lo specchio di una società dove esso viene riconosciuto dalla legislazione ma non dalle convenzioni sociali, limitando così la donna nel comportamento.
Una violenza insolita nel cinema di Scorsese, non tanto visiva e sanguinolenta, ma più latente, ostracizzante, fatta di parole, e di gratuite insinuazioni offensive.

L’età dell’innocenza: l’amore proibito

Con il dispiegarsi dell’intreccio scenico, L’età dell’innocenza si connota di una grande cura cromatica, di transizioni veloci di colori sfumati, a sottolineare l’andamento e lo sviluppo del racconto, come il rosso per la violenza o il giallo per la speranza e fiducia. Scelte che hanno rimandi ora nei vestiti della Olenska, ora in rose gialle come pegno d’amicizia.

Di pari passo si evolve il rapporto tra la stessa Olenska della Pfeiffer e l’Archer del Day-Lewis in un susseguirsi di incontri, lettere, sospiri, baci rubati e carezze; nell’evoluzione del ruolo scenico da aiutante con cui prender confidenza con le regole del contesto sociale, a una sincera amicizia sino ad un punto di rottura che porta all’amore proibito.

Michelle Pfeiffer e Daniel Day-Lewis
Michelle Pfeiffer e Daniel Day-Lewis in una scena de L’età dell’innocenza

Mi hai fatto intravedere dei lampi di vita vera, poi mi hai detto di continuare a viverne una falsa”. Nella citazione più pura del racconto della Wharton portato in scena da Scorsese, si racchiude il cuore di un’insita drammaticità, di un amore proibito non per la sua natura stessa, ma per le convenzioni sociali e le regole dell’alta società.

Un amore morto sul nascere – nelle apparenze e nell’allontanamento fisico, nella rinuncia – dal crescere della posta in gioco del matrimonio tra lo stesso Newland e May; ma non nell’intensità, sino a superare i confini del tempo e quelli geografici.

Un unicum nella filmografia scorsesiana

In una filmografia catalizzata dalla violenza fisica e dal genere gangster, ora agli albori (Mean Streets) ora al tramonto (The Irishman), L’età dell’innocenza rappresenta un’anomalia. Un unicum narrativo per la sua sorprendente capacità di mostrare una violenza più latente e sottintesa – quella delle parole mai dette perché rese impossibili da pronunciare.

In un finale reso ormai leggendario, Scorsese trascende il messaggio stesso del racconto in un gioco di finestre e luci, di opportunità ormai perse; di un voltare le spalle alla felicità perché non è più tempo. O semplicemente, perché certi uomini sono “all’antica”.

Sintesi

In una carriera costellata da gangster movie e drama solidi, L'età dell'innocenza rappresenta certamente un'anomalia tematica nella filmografia scorsesiana. Nella scelta di misurarsi con il cinema "in costume", Scorsese sceglie una delle opere più violente; perché ricolma non tanto di una violenza fisica e sanguinolenta, ma più latente, fatta di privazione della libertà e di reputazioni demolite dalle chiacchiere nei salotti dell'alta società.

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