L'esercito delle 12 scimmie

L’esercito delle 12 scimmie recensione film di Terry Gilliam con Bruce Willis e Brad Pitt

L’esercito delle 12 scimmie recensione del film di Terry Gilliam con Bruce Willis, Brad Pitt, Madeleine Stowe, Christopher Plummer, David Morse e Jon Seda

Era il 1962 quando Chris Marker realizzò La jetée, cortometraggio di fantascienza distopica tipicamente dickiana; una favola psicologica dallo spiccato tono parossistico che intreccia amore e predestinazione tra l’alba e il tramonto della Terza Guerra Mondiale. L’opera, resa come “un photo-roman“, nel suo incedere di allucinanti visioni fotografiche postatomiche, ebbe modo di codificare un linguaggio filmico insolito; sconfinando così, in un terreno narrativo e tonale, che rivedremo soltanto nella fantascienza degli anni Ottanta. Trentadue anni dopo, Terry Gilliam coglie a piene mani l’anima filmica de La jetée, veicolandola – in un’arguto processo di bricolage narrativo con il racconto breve The Skull (1952) di Philip K. Dick – nel racconto de L’esercito delle 12 scimmie (1995).

L’idea di una rielaborazione postmoderna de La jetée venne al produttore esecutivo Robert Kosberg, che convinse perfino Marker ad appoggiare l’idea da presentare alla Universal. A progetto avviato, e già con una sceneggiatura solida sulle spalle, il primo e unico nome considerato per la regia fu proprio Gilliam. L’ex-Monty Python, dopo l’eccellente Brazil (1985), era ritenuto infatti il profilo giusto sia in termini narrativi e tonali che produttivi. Il suo stile distopico ed estraniante ben si sposava con la narrazione de L’esercito delle 12 scimmie che commentò così lo script e la scelta di poter realizzare una simile opera nonostante fosse “su commissione”:

La storia è sconcertante. Si tratta di tempo; di follia; e di una percezione di ciò che il mondo è o non è. È uno studio di follia e di sogni; di morte e di rinascita; ambientata in un preciso mondo a venire.

Oltre a ciò, Gilliam acquistò credito con la lavorazione di Brazil, riuscendo a rientrare nel budget di spesa e guadagnandosi – per L’esercito delle 12 scimmie – il cosiddetto final cut privilege.

I murales rivendicatori de L'esercito delle 12 scimmie
I murales rivendicatori de L’esercito delle 12 scimmie

L’esercito delle 12 scimmie ebbe in realtà non poche problematiche in pre-produzione. Nello stesso anno infatti, la Universal stava finanziando Waterworld (1995), tra le produzioni più dispendiose del cinema negli anni novanta. Per ottenere il semaforo verde, Gilliam si ritrovò così a mediare tra produzione e attori; convincendo infine Bruce Willis ad abbassarsi al cachet – all’epoca ben oltre “il stellare”. Né WillisPitt furono tuttavia le prime scelte del cineasta de Le avventure del Barone di Munchausen (1988). Gilliam aveva infatti indicato Nick Nolte e Jeff Bridges come coppia dei sogni; dovendovi infine rinunciare su netto rifiuto della Universal. Nessun problema invece per la Stowe – prima e unica scelta – che colpì immediatamente Gilliam per l’intelligenza e la bellezza eterea.

Nel cast figurano Bruce Willis, Brad Pitt, Madeleine Stowe, Christopher Plummer, David Morse e Jon Seda; e ancora Christopher Meloni, Frank Gorshin, Joseph McKenna, Rick Warner, Frederick Strother e Lee Golden.

L’esercito delle 12 scimmie: sinossi

Anno 2035. Con la promessa della grazia, il detenuto James Cole (Bruce Willis) viene mandato nel passato. L’obiettivo è indagare sulle origini di una pandemia globale che ha sterminato il 99% della popolazione; costringendo così, i superstiti, a vivere nel sottosuolo per sfuggire al contagio. I detenuti sono infatti obbligati a vestirsi di tute ermetiche per non rischiare il contagio. Nei sotterranei, nel frattempo, i capi della comunità lavorano a un antidoto al virus, così da poter riconquistare presto la superficie.

La causa della pandemia, secondo le prove storiche, riconducono a un fantomatico gruppo ecologista noto come l’esercito delle 12 scimmie. Questi avrebbero infatti diffuso il contagio così da estirpare dalla Terra il cancro della società: l’uomo. Cole viene quindi spedito negli anni Novanta. A causa di un malfunzionamento però, della macchina, Cole torna indietro nel 1990 anziché nel 1996. Qui incontra lo schizofrenico Jeffrey Goines (Brad Pitt) e la dottoressa Kathryn Railly (Madeleine Stowe); entrambi, al centro del conflitto della pandemia che ha causato l’estinzione della specie. Sarà una corsa contro il tempo per indagare nel passato per comprendere così il presente.

La sala dell'interrogatorio de L'esercito delle 12 scimmie
La sala dell’interrogatorio de L’esercito delle 12 scimmie

Il solido contesto scenico e l’estraniante occhio registico di Terry Gilliam 

5 miliardi di persone moriranno nel 1997 a causa di un virus mortale. I sopravvissuti abbandoneranno la superficie del pianeta. Ancora una volta gli animali domineranno il mondo.

 

Estratti di un’intervista a uno schizofrenico paranoide; 12 aprile 1990, Baltimore County Hospital.

Urla strazianti, sangue e il primissimo piano degli occhi di un bambino; un raccordo scenico che unisce passato e presente, e ci viene così presentato il James Cole di Willis. In un susseguirsi di dettagli e particolari tra tute in lattice e respiratori, Gilliam costruisce le fondamenta di un contesto scenico tetro che sembra fare il verso alla Zona di Tarkovskjiana memoria; dandoci coordinate specifiche di un rigoroso mondo distopico avvolto in una visione da apocalittico e denso near-future.

We Did It
We Did It ne L’esercito delle 12 scimmie

Il regista de I banditi del tempo (1981) infatti, non lascia nulla al caso, catapultandoci così in una metropoli desolata e innevata disseminata di orsi selvatici e blatte nell’eco di canti natalizi dimenticati; il perfetto incontro di civiltà perduta e giorni di un futuro passato. Nel farlo, Gilliam declina il suo occhio registico in modo virtuoso e vivace: movimenti di macchina veloci, piani medi distorti, campi lunghi immersivi a perdita d’occhio e un effetto d’astrazione e asetticità “senza filtri” reso possibile dalla combinazione della Lente di Fresnel; nonché del prezioso lavoro del direttore della fotografia Roger Pratt.

Il risultato è il medesimo effetto estraniante dello stile registico e visivo del sopracitato Brazil e del corto The Crimson Permanent Assurance de Il senso della vita (1983); dando così forma a un racconto che vive d’immagini dal forte respiro grottesco.

L’esercito delle 12 scimmie: montaggio alternato e ricostruzione delle dinamiche relazionali

Gioca così Gilliam con le percezioni dello spettatore, avvolgendo L’esercito delle 12 scimmie in una narrazione dal solidissimo intreccio il cui dispiego viene continuamente rivitalizzato dall’uso massiccio di digressioni temporali. Tra passato, futuro e presente infatti, Gilliam interviene nella crescita del conflitto attraverso un delicato uso del montaggio alternato. Espediente attraverso cui il cineasta de Jabberwocky (1962) va ad così ad alterare la percezione della realtà e della soggettività del ricordo dell’evento traumatico alla base della narrazione; diradandone infine la nebbia attorno al suo ruolo vitale nell’economia del racconto.

Nel mezzo Gilliam costruisce e ricostruisce continuamente le dinamiche relazionali; ora facendo evolvere l’agente scenico della Stowe da sfumato antagonista ad aiutante, ora quello di Pitt da aiutante a simil-villain. Forze contrarie e opposte che trovano bilanciamento nel James Cole di Willis; definito così dal suo autore come chiave di volta del sottotesto narrativo:

Cole è stato inviato da un altro mondo nel nostro; ritrovandosi di fronte alla confusione in cui viviamo, che molte persone in qualche modo accettano come normale. In questo modo a lui appare anomalo, e ciò che sta accadendo intorno a lui sembra casuale e bizzarro. È lui a essere matto o lo siamo noi tutti?

Bruce Willis
Bruce Willis in una scena de L’esercito delle 12 scimmie

Gilliam infatti gli cuce addosso un arco di trasformazione che lo fa evolvere da agente scenico dall’inerzia passiva, frastornato dalle droghe, ad attivo e competente, in balia di un mondo che pone al centro il ruolo da consumatore “folle”. Attenuando così, sempre più, la forbice tra lo scopo scenico, la portata del viaggio dell’eroe, e la sua dimensione caratteriale.

La climax temporale nel segno del Principio di autoconsistenza di Novikov

È nell’iconica climax, tuttavia, che la narrazione de L’esercito delle 12 scimmie alza sensibilmente la cifra stilistica del racconto. Se da una parte infatti, va a riequilibrare lo status scenico dell’esercito delle 12 scimmie, dall’altra ne consolida gli intenti di predestinazione in un paradosso temporale degno di Dark (2017-2020).

Nella risoluzione del conflitto scenico infatti, il regista de La leggenda del Re Pescatore (1991) gioca con il rapporto di casualità del racconto e il topos del doppio tra morfologia ed elementi caratteriali; legandola infine al Principio di autoconsistenza di Novikov sulla ratio nel viaggio del tempo che diventa quindi predestinazione e non risoluzione, come lo può essere, invece, per Ritorno al futuro (1985). Così facendo, Gilliam va ad incidere ora sul conflitto stesso, ora sulla sua specifica ragion d’essere, ridefinendo infine l’inerzia delle già malleabili dinamiche narrative.

24 Hour Hitchcock Fest ne L'esercito delle 12 scimmie
24 Hour Hitchcock Fest ne L’esercito delle 12 scimmie

Un sagace bricolage narrativo – apogeo di un’opera che vive di sostanziosi rimandi a Monkey Business – Quattro folli in alto mare (1931) e La donna che visse due volte (1958) – con cui Gilliam riscrive interamente la narrazione in essere; dandovi così nuova significazione – e di riflesso – arricchirla di senso. Espediente eccezionale – degno delle climax dell’hitchcockiano I diabolici (1955) di Clouzot e de I soliti sospetti (1995) di Singer – che permette a Gilliam di avvolgere l’intero racconto di un’aura nichilista.

Uno sguardo al domani che fa riflettere sull’oggi

Candidato a due Oscar 1996 (Miglior attore non protagonista e Migliori costumi), reso come remake in forma seriale nel 2015; la narrazione de L’esercito delle 12 scimmie – al pari del “contemporaneo” Strange Days (1995) – ha saputo acquistare sempre maggior senso lungo le decadi. L’opera di Gilliam guarda infatti a un futuro distopico falcidiato dalla pandemia che negli occhi della gente del 2020 diventa quasi un monito nichilista del presente; trovando arricchimento di senso nel sopracitato sottotesto del racconto che – in una battuta pronunciata dal Dottor Peters di Morse – pone l’accento sulle ragioni del declino della civiltà moderna:

Esistono dati reali che confermano che la sopravvivenza della Terra è compromessa dagli abusi della razza umana. La proliferazione dei dispositivi nucleari; i comportamenti sessuali smodati; l’inquinamento della terra; dell’acqua; dell’aria; il degrado dell’ambiente. In questo contesto non le sembra che gli allarmisti abbiano una saggia visione della vita? E il motto dell’homo sapiens: andiamo a fare shopping, sia il grido del vero malato mentale?

In tal senso, è interessante notare come gli scienziati del 2035 non chiedano mai a Cole di intervenire sul passato per scongiurare la pandemia, bensì di indagarne le cause. La coscienza acquisita da Cole negli anni Novanta però, gli farà mutare la predisposizione all’agire; arrivando a pensare realmente, nella sopracitata climax, di salvare il mondo. Al pari di Brazil però, e di una chiusa che impacchetta i sogni idealistici di Sam Lowry in uno stato catatonico; L’esercito delle 12 scimmie non dà alcuna speranza di salvezza, condannando l’umanità e i suoi vizi alla dannazione pandemica.

La locandina de L'esercito delle 12 scimmie
La locandina de L’esercito delle 12 scimmie

Sintesi

Tra La jetée di Chris Marker e The Skull di Philip K. Dick, ecco L'esercito delle 12 scimmie, il cui continuo giocare di montaggio alternato tra passato e presente, permette a Gilliam di indagare sulle origini di una misteriosa pandemia puntando il dito contro il consumismo e il declino della civiltà moderna.

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