Kill Bill Volume 1-2

Kill Bill Volume 1-2 recensione

Kill Bill: Volume 1-2 recensione del film di Quentin Tarantino con Uma Thurman, Lucy Liu, Michael Madsen, Vivica A. Fox, Daryl Hannah, Sonny ChibaDavid Carradine

La tuta gialla con striscia nera, la mimica di Uma Thurman, gli 88 Folli; e ancora Hattori Hanzo e Pai Mei. Se dovessimo trovare un aggettivo, una parola, per definire Kill Bill Volume 1-2 (2003-2004) di Quentin Tarantino (Pulp Fiction, The Hateful Eight, Django Unchained) – il dittico più famoso della storia del cinema contemporaneo – è senza dubbio Mitico. Candidato ad appena tre Golden Globes tra Vol.1 e Vol.2, e del tutto snobbato dall’Academy, Kill Bill è la più pura espressione della vivace creatività e del talento del suo regista; quel Tarantino che a proposito del suo dittico epico, ne parlava così – a critici e giornalisti – alla conferenza stampa di Vol.2:

I miei film abitano in due mondi differenti. Uno è l’universo del Quentin di Pulp Fiction e Jackie Brown, esagerati ma più o meno realistici. L’altro è l’universo del Film. Quando i personaggi dell’universo di Quentin vanno al cinema, vanno a vedere roba ambientata nell’universo del Film. Sono cioè delle finestre su quel mondo. Kill Bill è il primo film ambientato nel Mondo del Film, in cui le convenzioni e i cliché cinematografici vengono abbracciati in maniera quasi feticista, al contrario del mondo di Pulp Fiction, in cui la realtà si scontra con le convenzioni filmiche.

Delineando così una specifica mitologia da seguire, a proposito di un continuum nel suo cinema, Tarantino opera per la prima volta al di là del muro. Se Pulp Fiction siamo noi nell’atto di guardare il film, Kill Bill è quel film. Il cineasta americano rompe la parete del buio della sala, portandoci direttamente nel suo mondo filmico fatto di citazioni e narrazioni suggestive; trovandone completamento nel successivo progetto narrativo con Robert Rodriguez, Grindhouse (2007) – grottesca lettera d’amore ai b-movies di mezzanotte.

Uma Thurman in una scena di Kill Bill
Uma Thurman in una scena di Kill Bill

Riguardo la relazione tra le due parti di Kill Bill invece, Tarantino nel Making of, parla della ratio filmica alla base di Vol.1 e Vol.2 con cui sottolineare maggiormente l’accezione di dittico epico, e della semplicità di racconto – qui parliamo di vendetta pura e cruda, senza fronzoli:

Nel Vol.1 ci sono le domande, nel Vol.2 le risposte. I due film sono molto diversi tra loro. Il primo film crea l’intelaiatura che fa da supporto anche al secondo film. La protagonista si vendica di cinque persone che l’hanno ferita. Ha segnato i loro nomi su una lista e li elimina uno alla volta. Ecco l’essenza della storia. Potrei impreziosirla con altri spunti, ma non sarebbe onesto. Non sopporto quel genere di film. Eliminiamo gli elementi superflui e troviamo il coraggio di raccontare un film di vendetta

Nel cast dell’opera di Quentin Tarantino figurano Uma Thurman, Lucy Liu, Michael Madsen, Vivica A. Fox, Daryl Hannah; e ancora Gordon Liu, Julie Dreyfus, Sonny Chiba, David Carradine e Samuel L. Jackson.

Kill Bill: sinossi

Una Sposa senza nome (Uma Thurman) è in procinto di sposarsi con un giovane, Tommy Plympton (Chris Nelson). D’un tratto il suo ex-mentore e amante, Bill (David Carradine), si presenta al matrimonio fingendosi il padre della sposa, salvo poi ordinare il massacro di tutti i presenti. Contro ogni pronostico, e spinta unicamente da una forza primordiale, la Sposa è in coma ma ancora viva.

La katana della Sposa
Uma Thurman in una scena di Kill Bill

Quattro anni dopo, la Sposa si risveglia, e decide di vendicarsi dei suoi aguzzini – nonché “ex-soci in affari” delle Vipere mortali. C’è Vernita Green detta Testa di rame (Vivica A.Fox), esperta nelle armi affilate. Budd detto Sidewinder (Michael Madsen), un cowboy consumato dai vizi che vive in una roulotte; scaltro come una volpe. Poi Elle Driver detta Serpente montano della California (Daryl Hannah); assassina spietata con un occhio solo. E infine O-Ren Ishii detta Mocassino acquatico (Lucy Liu) che dopo una vita al servizio della Yakuza ne è diventata capo.

La punta di diamante della squadra era chiaramente la “nostra” Sposa, nome in codice Black Mamba; la più letale di tutti. Sarà l’inizio di una carneficina di pura vendetta.

Tra Pulp Fiction, Truffaut, Fujita e The Whole Bloody Affair

Chiaramente, come qualunque Tarantiniano doc saprà già, l’idea alla base di Kill Bill è riconducibile alla backstory del (breve) passato da attrice della Mia della Thurman di Pulp Fiction, con il racconto del pilot delle Fox Force 5:

C’era una bionda, Sunset O’Neil, lei era il capo. La volpina giapponese era una maestra di arti marziali. Alla ragazza nera toccavano le demolizioni, era un’esperta. La volpina francese aveva una specialità: il sesso. […] Il mio personaggio, Raven McCoy, era la donna più pericolosa del mondo con un coltello.”

 

Valorizzando quindi la stessa tesi di Tarantino, secondo cui il suo dittico epico è da intendersi come il primo esempio di film del “Mondo dei film“; ma come ogni racconto tarantiniano che si rispetti, anche Kill Bill si caratterizza per due tipologie di citazioni – quelle che compenetrano nel tessuto della struttura narrativa, e quelle per dare colore al racconto. A sentire lo stesso regista, gli elementi presenti in Kill Bill riguardano lo Yakuza Film, i jidai-geki, gli spaghetti-western, e “una scena alla Brian De Palma per dare un tocco particolare“; opportunamente declinati tra le atmosfere più orientali di Vol.1 e quelle più western di Vol.2.

Nello specifico, il concept alla base del racconto, oltre che dell’autocitazione sopracitata, rappresenta una sorta di ipotetico mash-up filmico tra La sposa in nero (1968) di François Truffaut, e Lady Snowblood (1973) di Toshiya Fujita; raccontando quindi di donne forte in cerca di vendetta, in chiave postmoderna.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair
Kill Bill: The Whole Bloody Affair

Riguardo invece le citazioni con cui dare colore al racconto, la lista è pressoché infinita, ma citiamo alcune delle più interessanti; a partire da quella che Tarantino riesce a rendere in forma non soltanto sonora, ma anche testuale. La Sposa senza nome, non è che un evidente rimando all’Uomo senza nome di Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone; e ancora il suono che avverte la Sposa alla vista dei nemici è un delizioso rimando ad Ironside (1967-1975) e la tecnica dell’esplosione del cuore con cinque dita, che rievoca il semi-omonimo film del 1972 di Chang-hwa Jeong – sino a una certa “porta” in apertura di Vol.2 che inequivocabilmente rievoca Sentieri selvaggi (1956).

Come tutti sappiamo, a livello globale Kill Bill è stato rilasciato in forma di dittico, ma nel 2004, quando Tarantino era Presidente di giuria a Cannes – premiando con la Palma d’Oro Fahrenheit 9/11 di Michael Moore – presentò fuori concorso una versione uncut intitolata The Whole Bloody Affair (2011); rilasciata poi per saltuarie proiezioni al New Beverly Cinema (dello stesso Tarantino) e che dovrebbe trovare la via dello streaming su Netflix – quanto meno negli Stati Uniti. Da quanto trapela, le differenze tra le due forme filmiche sono consistenti, a partire dalla scena madre con gli 88 Folli senza variazioni cromatiche, sino al frammento narrativo anime, molto più lungo e gore; e ancora un maggior approfondimento del background del personaggio di Pai Mei, e alcuni interessanti modifiche a livello di montaggio.

La vendetta è un piatto che va servito freddo

Un primo piano su un volto tumefatto e tremante, un rumore di passi; un fazzoletto con su scritto “Bill” e un colpo di pistola. Un evento traumatico, uno scorcio fordiano e le note di Bang Bang di Nancy Sinatra, caratterizzano l’apertura del racconto di Kill Bill. Per mezzo infatti di un linguaggio filmico immediato negli effetti, ma oltremodo elaborato nella forma – tra split screen, panoramiche hitchcockiane e rotture di quarta parete – Tarantino pone le basi di un solidissimo intreccio scenico.

Tra un susseguirsi di dettagli di piedi e primi piani, il cineasta rilegge così uno dei più celebri topos delle narrazioni: la vendetta – in questo caso d’amore. Gioca in tal senso Tarantino con la connotazione del suo racconto, a partire dalla sopracitata frase nei titoli di testa – che rievoca il suo passato da Trekkie – con cui porre le basi di un’epica che s’arricchisce di significazioni.

Uma Thurman in una scena di Kill Bill
Uma Thurman in una scena di Kill Bill

L’evento traumatico in apertura di racconto infatti, permette a Tarantino di caratterizzare il racconto di una forte carica femminista; declinando così una dinamica relazionale malata, d’amicizia e fiducia ma anche sadismo e possessione estrema. Il susseguente dispiego dell’intreccio quindi, determina non soltanto una graduale ricostruzione fisica della Sposa della Thurman, ma anche un ribaltamento della polarità relazionale.

Procede così Tarantino realizzando un racconto per mezzo di una struttura a-lineare episodica con cui amplificare la forza narrativa de Le iene (1992) prima e Pulp Fiction poi, ma non gli intenti rivoluzionari. Declinata in un dittico con cui giocare con i tempi narrativi e lo sviluppo di un abituale epica – in Kill Bill ne vede raddoppiati gli effetti tra Vol.1 e Vol.2.

Tra sacralità e modernità, la “nuova” a-linearità di Quentin Tarantino

Laddove però nelle opere sopracitate, Tarantino non dava rimandi temporali di alcun tipo, in Kill Bill esistono rimandi effettivi e giustificazioni narrative; caratterizzando così l’a-linearità come ragione meramente stilistica. Tarantino spezza così le tipizzazioni del cinema action, a partire dalla presentazione di personaggi dalle caratterizzazioni psicologiche e morfologiche sempre più colorite; e che, per via dell’espediente dell’a-linearità, avviene di volta in volta e per mezzo di cartelli, background e voce narrante – ma non solo.

Uno scorcio Fordiano in Kill Bill
La rievocazione di Sentieri selvaggi (1956) di John Ford alla maniera di Quentin Tarantino in Kill Bill: Volume 2

La destrutturazione prosegue nel compenetrare passato e presente, nella sacralità del combattimento all’interno di una cucina, chiacchierando di una resa dei conti tra cereali e caffè; o di un final-showdown dal respiro epico, in un ristorante chic. Un sagace processo con cui unire tradizione e modernità, che trova conferme nel ipse dixit testuale di voce narrante:

Per chi è considerato guerriero, durante il combattimento l’annientamento del nemico deve essere l’unica preoccupazione. Reprimete qualsiasi emozione o compassione. Uccidete chiunque vi ostacoli, ancorché fosse Dio o Buddha in persona. Questo è il cuore dell’arte del combattimento

Una frase quasi uscita dal cinema di Akira Kurosawa, e che Tarantino invece “dissacra”, declinandola mentre la Sposa è a bordo della Pussy Wagon.

Kill Bill: il valore funzionale dell’arco narrativo della Sposa

Il racconto si sviluppa in una mole narrativa grandiosa, con cui Tarantino potenzia di valore un’epica già ricca di elementi citazionisti e tematici, di dinamiche relazionali intricate e complesse tra Bill, la Sposa e le ex-Vipere. L’a-linearità che imbastisce Tarantino per mezzo di un pionieristico lavoro di montaggio, permette di determinare – e valorizzare di riflesso – un viaggio dell’eroe dei più semplici; reso però grande dalle estetiche del cinema tarantiniano.

Tramite un efficace lavoro di decostruzione e costruzione dell’agente scenico della Sposa, il cineasta azzera del tutto la sua precedente caratterizzazione; privandola così della figlia, della capacità riproduttiva e perfino di quella motoria. Così facendo Tarantino dà maggior forza all’arco di trasformazione della Sposa; determinando un effettivo tornare a vivere, ricostruendone il ruolo scenico-narrativo a livello umano e guerriero – e infine dello status di madre con la risoluzione del conflitto scenico di Vol.2.

Uma Thurman in una scena di Kill Bill
Uma Thurman in una scena di Kill Bill

L’abilità narrativa di Kill Bill la si evince anche dalla funzionalità dell’evoluzione scenica del personaggio della Sposa della Thurman. Il momento di stasi in cui Beatrix riprende a camminare, ad esempio, diventa l’opportunità narrativa per approfondire la dimensione caratteriale dell’antagonista di Vol.1 – la O’Ren della Liu. Tale espediente viene reso per mezzo di un interessante intermezzo animato dal sapore leoniano per sonorità e tematiche; con cui alzare la cifra stilistica del racconto. Altre valide componenti sono date, oltre che dal rituale della scelta della spada, con cui Tarantino rilegge l‘Hattori Hanzo di Sonny Chiba in chiave postmoderna, dalla sequenza degli insegnamenti del Pai Mei di Gordon Liu de la 36° Camera dello Shaolin (1978).

Sepolta viva

A conferma della valenza narrativa di una contaminazione di generi compiuta da Tarantino in Kill Bill; la seconda parte del dittico epico si caratterizza per un forte momento filmico – con cui il regista di Jackie Brown (1997) contamina il suo jidai-geki moderno, con elementi da western urbano. La presenza scenica del Buck di Madsen ad esempio, permette a Tarantino di giocare con le atmosfere degli spaghetti-western; oltre che dal sopracitato riferimento a Per un pugno di dollari, sino all’utilizzo delle Leone. Tarantino realizza così una sequenza cruda e vivace a livello filmico; con cui portare Beatrix all’inferno tra dettagli dei chiodi e nel silenzio del buio della tomba – realizzando una citazione ex-ante de CSI: Grave Danger (2005).

Uma Thurman in una scena romeriana di Kill Bill
Uma Thurman in una scena romeriana di Kill Bill

L’intera sequenza vive di un’intensità drammatica fuori dal comune, amplificando l’effetto claustrofobico a partire dal buio posto e il susseguirsi di rumori sempre più tetri e la disperazione di Beatrix – poi il silenzio. La fioca luce della lampadina ci mostra l’ambiente scenico, il dettaglio degli stivali, dei piedi, e del volto di Beatrix. Sulla musica de Il mercenario, Beatrix, colpisce, e colpisce, fino a rinascere; in una sequenza la cui estetica rievoca il miglior Romero de La notte dei morti viventi (1968).

Resa dei conti a (Little) Tokyo – Gli 88 Folli

Il terzo atto di Kill Bill Vol.1 è senza dubbio tra le sequenze meglio concepite, scritte e girate nel cinema contemporaneo. A partire dalla dimensione narrativa di Beatrix finalmente compiuta – e caratterizzata da quell’iconico giallo con strisce nere divenuto instant-cult; sino all’ingresso in scena di O’Ren sulle note de Battle Without Honor or Humanity di Hotei.

L’arrivo della caratteristica sequenza del final-showdown è la piena espressione del valore del Tarantino regista; tra piani sequenza e panoramiche, con cui dare fluidità all’azione e campi e Leone e controcampi lunghi con cui alzarne l’intensità scenica. In una ragionata crescita della posta in gioco e nella crescita progressiva a livello numerico e di difficoltà dei nemici; Tarantino opera una serie di espedienti con cui caricare di valore le atmosfere mitiche della sequenza.

La Sposa vs Gli 88 Folli
La Sposa vs Gli 88 Folli

A partire da un montaggio veloce che da ritmo alla sequenza, a un uso intelligente della colonna sonora, sino ad agire sull’elemento cromatico. Operando così prima su una de-saturazione del colore, per poi procedere infine su una tinta unica in blu; in un gioco di ombre cinesi a metà tra vezzo artistico e trucco con cui aggirare il veto della censura, da cui emerge l’anima samurai della Beatrix della Thurman.

La risoluzione del conflitto scenico di Vol.1 si concretizza così in un grande momento di cinema; una climax che trova il suo momento più alto nell’incontro dei due agenti scenici opposti. Nel mezzo di un contesto scenico innevato, quasi fuori fuoco rispetto al resto del racconto, Tarantino rilegge il sopracitato Lady Snowblood, gioca con i topoi del jidai-geki e realizza un duello dal sapore leoniano sulle note di Don’t let me be misunderstood dei Santa Esmeralda.

Tra Superman e Vol. 3: l’apogeo filmico del Primo Tarantino

A distanza di sedici anni dal rilascio in sala, il dittico epico di Quentin Tarantino continua a stupire ed affascinare; complice anche l’iconica Sposa incarnata da una Uma Thurman al massimo del suo potenziale recitativo, e ingiustamente snobbata agli Oscar – con cui segnare l’immaginario collettivo e creare suggestioni tarantiniane. Tra teorizzazioni sulla natura umana traslate nel ruolo di Superman, e il sogno della vendetta filmica di Nikki verso la Sposa in un ipotetico Kill Bill Vol.3 con Zendaya e Maya Hawke; Kill Bill, al di là del sopracitato concetto tarantiniano del Mondo dei film, si può considerare a pieno titolo, l’apogeo filmico del Primo Tarantino.

Un’opera unica che permette al cineasta americano di rinnovare profondamente la sua poetica, svestendo i panni di narratore neo-gangster. Con l’epica della Sposa infatti, Tarantino depotenzia la carica rivoluzionaria dei suoi espedienti narrativi, giocando così con la linearità e i topoi del cinema per il semplice gusto di realizzare solidi e (sempre più) coloriti intrecci scenici. Se Pulp Fiction rappresenta l’opera con cui Tarantino acquisisce consapevolezza, innova, e si consegna all’immortalità cinematografica, Kill Bill ne rappresenta il consolidamento e la maturità autoriale e creativa.

Sintesi

La tuta gialla con striscia nera, la mimica di Uma Thurman, gli 88 Folli, Hattori Hanzo e Pai Mei. Se dovessimo trovare un aggettivo, una parola, per definire Kill Bill Volume 1-2 (2003-2004) di Quentin Tarantino - il dittico più famoso della storia del cinema contemporaneo - è senza dubbio Mitico. Con l'epica della Sposa infatti, Tarantino depotenzia la carica rivoluzionaria dei suoi espedienti narrativi, giocando così con la linearità per il semplice gusto di realizzare solidi e (sempre più) coloriti intrecci scenici. Se Pulp Fiction rappresenta l'opera con cui Tarantino acquisisce consapevolezza, innova, e si consegna all'immortalità cinematografica, Kill Bill ne rappresenta il consolidamento e la maturità autoriale e creativa.

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