Jay Kelly recensione film di Noah Baumbach con George Clooney, Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup e Riley Keough
Immaginate di essere un grande autore contemporaneo della settima arte – inteso nell’accezione più completa del termine, dunque un creativo a tutto tondo che da una parte cura la componente prettamente formale mettendosi dietro la macchina da presa, dall’altra quella più squisitamente contenutistica occupandosi della stesura della sceneggiatura -, a cui la comunità di cinefili riconosce soprattutto una particolare propensione alla raffinatezza in termini di costruzione dei personaggi e interazione tra essi.
Ora immaginate di scegliere come soggetto del vostro prossimo film la storia di un attore di Hollywood (in questo caso interpretato da George Clooney in una perpetua oscillazione tra autobiografia e finzione), alle prese con l’annosa dicotomia tra la soddisfazione per i risultati di una carriera luccicante e la frustrazione di una vita spesa più sul set che accanto ai propri cari. Suonerebbe piuttosto strano, dato che, trattandosi di una storia di successo narrata da persone di successo, il rischio di un generale appiattimento dei temi e dell’apparato drammaturgico del film sarebbe dietro l’angolo.

In questo caso, dunque, per evitare critiche del tipo: “La solita Hollywood che parla di first-world problems, per giunta prendendo in considerazione soltanto un’élite come quella degli attori statunitensi…” o “la solita storiella sulla star del cinema che in realtà è come tutti noi e scambierebbe jet privati e fama per un vero rapporto con i propri figli”, l’unica soluzione sarebbe quella di trattare la tematica con modalità diverse dal solito o con soluzioni di tale pregio da ottenere un’eccellenza quantomeno sul piano dell’esecuzione.
Un esempio virtuoso di questo approccio è senza dubbio alcuno il cinema di Damien Chazelle, da sempre ossessionato dalla dolorosa scissione esistenziale che scaturisce dal tentativo di far convivere una travolgente passione per il proprio lavoro con il necessario nutrimento dei rapporti personali.

Da stimato e nobile esponente della cinematografia contemporanea, Noah Baumbach sarà dunque riuscito ad evitare anche soltanto in parte le critiche sopracitate con il suo Jay Kelly? Nel corso della sua luccicante carriera Baumbach ha più volte scelto di raccontare le vite di soggetti appartenenti ad un élite – culturale, politica o economica che fosse -, ma, in questo caso, il rischio di scivolare nella banalità era indubbiamente moltiplicato esponenzialmente.
A dire il vero, l’ultima fatica del regista newyorkese, con nostra grande sorpresa, rischia a più riprese di capitolare nello spiacevole terreno del “ già visto” o dell’apocrifia. Il fuoriclasse nato a Brooklyn, tuttavia, evita il fossato della mediocrità per due motivi ben precisi: su un piano abbiamo l’immutata e prestigiosa capacità di Baumbach di rappresentare con tagliente e sarcastica onestà la psicologia dei propri personaggi e i rapporti tra questi, il che non può che elevare all’inverosimile l’economia drammaturgica dell’opera; sull’altro un finale che disattende con forza ogni possibile dinamica rassicurante, mettendo in scena una struggente amarezza con cui Baumbach sembra volerci dire: “No, Jay Kelly non è uno di voi e non troverà alcuna risoluzione dei propri drammi personali. Si tratta piuttosto di una creatura consumata, e in parte illuminata, dalla volontà di lasciare un segno nella mente di quella massa informe chiamata ‘pubblico’”.

