Il ponte sul fiume Kwai

Il ponte sul fiume Kwai recensione film di David Lean con Alec Guinness e William Holden [Flashback Friday]

Il ponte sul fiume Kwai recensione del film di David Lean con Alec Guinness, William Holden, Jack Hawkins e Sessue Hayakawa

Le disumani atrocità della guerra contro il mantenimento dell’onore e del rispetto dell’etica e del grado militare. 7 Oscar vinti su 8 nomination tra cui Miglior film, Miglior attore protagonista (Alec Guinness); Miglior regia e Miglior sceneggiatura. Non si sbaglia nel definire Il ponte sul fiume Kwai (1957) di David Lean una delle più grandi opere filmiche di tutti i tempi. A distanza di sessantatré anni dal rilascio in sala, l’opera di Lean non perde un grammo del suo fascino; a conferma che quel titano austro-ungarico di Sam Spiegel – uno che negli anni precedenti aveva messo la firma in opere come Lo straniero (1946), La regina d’Africa (1951) e Fronte del porto (1954) – c’aveva visto giusto nel puntare su un concept che è al contempo tradizione e innovazione del cinema bellico. Non a caso, Spiegel tornerà a produrre Lean nel capolavoro che vale la carriera: Lawrence d’Arabia (1962).

Lo script tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Pierre Boulle infatti – a una forte componente “di genere”, specie nel terzo atto – oppone una radicata componente etica. Elemento di forte innovazione che affonda le sue radici sino alla Convenzione di Ginevra e in particolare nell’ex articolo 29 del 1929, poi articolo 49 della Terza Convenzione di Ginevra nel 1949:

La Potenza detentrice potrà impiegare come lavoratori i prigionieri di guerra validi; tenendo conto della loro età, del loro sesso, del loro grado; nonché delle loro attitudini fisiche, specie per mantenerli in buono stato di salute fisica e morale. I sottufficiali prigionieri di guerra non potranno essere costretti che a lavori di sorveglianza. Quelli che non vi fossero costretti potranno chiedere un altro lavoro che loro convenga; e che sarà loro procurato nella misura del possibile. Se ufficiali od assimilati domandano un lavoro che loro convenga; questo sarà loro procurato nei limiti delle possibilità. Essi non potranno in nessun caso essere costretti al lavoro.

I titoli di testa de Il ponte sul fiume Kwai
I titoli di testa de Il ponte sul fiume Kwai

L’opera del co-regista de La più grande storia mai raccontata (1965) si inserisce nel solco del cinema bellico “umano”. Quello de All’ovest niente di nuovo (1931) e Orizzonti di gloria (1957), de Il dottor Stranamore (1963), Il grande uno rosso (1980) e U-Boot 96 (1981); de La sottile linea rossa (1998), Dunkirk (2017) e 1917 (2019). Un sottogenere del cinema bellico di stampo militarista, alla Berretti verdi (1968) per intenderci; che nel caso dell’opera di Lean permette di far riflettere – in una cornice scenica “da kolossal” – sull’onore del prigioniero di guerra e sulla dignità dello schiavo.

Incongruenze storiche funzionali al racconto 

L’omonimo ponte che dà il titolo all’opera è realmente esistente. Costruito in acciaio, è ad oggi attraversato dalla linea ferroviaria Kanchanaburi – Nam Tok; diventando, grazie al successo planetario del film di Lean, una meta turistica. Eppure gli eventi alla base del plot de Il ponte sul fiume Kwai sono (più che) liberamente ispirati – più che altro stravolti – dalla costruzione di un ponte ferroviario sul fiume Mae Klong del 1943.

Durante la (reale) lavorazione della ferrovia Birmania-Thailandia negli quaranta, morirono circa 13.000 prigionieri di guerra; i cui corpi vennero sepolti lungo la ferrovia. Oltre a loro, quasi 100.000 civili da manodopera forzata perirono anch’essi nello sviluppo del progetto. Rispetto agli eventi mostratici nell’opera di Lean infatti, le condizioni di lavoro erano infinitamente peggiori; al punto che avrebbero potuto spaventare gli spettatori più impressionabili.

Alec Guinness e Sessue Hayakawa
Alec Guinness e Sessue Hayakawa in una scena de Il ponte sul fiume Kwai

Chiaramente anche il Nicholson di Guinness è tutt’altro che reale. Per la genesi caratteriale del meraviglioso agente scenico, Boille – ex prigioniero di guerra in Thailandia – ha realizzato un mix tra i ricordi d’ufficiali francesi, anch’essi internati, e il “suo” Nicholson: il Tenente-Colonnello Philip Toosey, uomo tutt’altro che mite e retto. Toosey era realmente l’anti-Nicholson, secondo quanto riportato dalle cronache dell’epoca, s’inventò qualunque espediente pur di sabotare i lavori del ponte; perfino raccogliere termiti in gran quantità al fine di danneggiare le strutture in legno.

La celebre climax, uno dei più alti momenti filmici del cinema moderno americano è anch’essa inventata di sana pianta. Vennero effettivamente costruiti due ponti, uno provvisorio in legno e uno in acciaio, permanente; distrutti durante i bombardamenti aerei alleati e infine riparati.

Il ponte sul fiume Kwai: sinossi

1943, Seconda guerra mondiale, campo di prigionia giapponese. Nella giungla birmana il Colonnello inglese Nicholson (Alec Guinness) e il suo battaglione si oppongono alla reiterata violazione dei diritti umani del Colonnello Saito (Sessue Hayakawa). Quest’ultimo infatti, si oppone al rifiuto di Nicholson di impiegare i propri ufficiali nella lavorazione pratica del ponte; non un vezzo, piuttosto il mantenimento dell’ordine e della dignità umana secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra. Infatti, nonostante le continue punizioni e torture nipponiche, i progressi dei prigionieri sono nulli.

Dopo una stoica resistenza, Nicholson l’ha vinta e può finalmente perseguire i suoi scopi; soltanto che, quando decide di collaborare, sorge il sospetto che un lavoro a regola d’arte possa esser visto come tradimento. Nicholson, in realtà, vede nella realizzazione del ponte sul fiume Kwai la conferma della tecnica inglese; oltre che dell’etica lavorativa non-violenta.

Alec Guinness
Alec Guinness in una scena de Il ponte sul fiume Kwai

Piani nobili a cui però si oppone il soldato semplice statunitense Shears (William Holden), ex-prigioniero di Saito che riesce a fuggire dal campo giapponese per poi ritrovarsi, suo malgrado, nella strada di ritorno. Il maggiore Warden (Jack Hawkins) infatti, proprio per il suo recente passato, lo coinvolge in una missione che ha come obiettivo la distruzione del ponte “di Nicholson”. Etica contro piani d’attacco, non-belligeranza contro azioni armate; sotto il ponte sul fiume Kwai passa molto più che acqua.

Tra prigioniero di guerra e schiavo: il sottotesto etico de Il ponte sul fiume Kwai

Un falco in volo, la giungla selvaggia. Il dettaglio di una palma. Una carrellata che vive di suoni della fauna incontaminata; di treno che corre lungo le rotaie, e di croci con cui ricordare i defunti. Nella semi-soggettiva spezzati di soldati armati di fucile mitragliatore e deportati ai lavori si apre il racconto de Il ponte sul fiume Kwai; in una carrellata di uomini portati al campo base attraverso cui Lean realizza una codifica d’immagini d’enorme rilevanza nell’economia del racconto.

Così facendo infatti, il cineasta de Passaggio in India (1984) pone, fin da subito, la criticità che funge da base drammaturgica della narrazione. Uomini in divisa, menomati, danneggiati, che marciano sotto il sole cocente o che piantano croci; di cui Lean disegna i primi tratti caratteriali tra innata onorevolezza e ironica sagacia. Tra morti senza nome, o di cui è impossibile ricordarne, e una marcia onorevole, Lean ci presenta gli agenti scenici del Colonnello Nicholson di Guinness e del soldato semplice Shears di Holden.

Alec Guinness in una scena de Il ponte sul fiume Kwai
Alec Guinness in una scena de Il ponte sul fiume Kwai

Sin dalle prime battute di racconto, in una marcia fischiettata e infine nello schieramento nel campo nemico, Lean dispiega i primi vagiti del sottotesto dall’anima profondamente umana della narrazione: il ruolo del prigioniero in un conflitto bellico. Un sottotesto complesso quindi, d’enorme rilevanza valoriale, che Lean dispiega in un contrasto ontologico tra la condizione di prigioniero di guerra e lo schiavo; legandosi così, a doppio filo, con l’etica della divisa, e dell’importanza del grado militare.

Saito e Nicholson: colonnelli agli antipodi

L’ingresso scenico del Colonnello Saito di Hayakawa, rappresenta il primo turning point del racconto, alzando sensibilmente la posta in gioco del sottotesto etico. Emerge infatti, dalle parole pronunciate su di un gradino – quasi a ricordare il suo ruolo di comandante del campo – la criticità alla base del racconto; in una netta opposizione tra le basilari regole della Convenzione di Ginevra e l’etica lavorativa dell’Impero nipponico.

Lean pone così le basi, oltre che di un contesto scenico disumano, del principale conflitto che permea il racconto; in un’opposizione dicotomica tra i valori di cui si fa portatore il Saito di Hayakawa e il Nicholson di Guinness. Un contrasto tra pari grado, reso anche a livello scenico da una composizione d’immagine di simile struttura, da cui emergono, di riflesso, sagaci linee dialogiche permeate di valori, come il diktat di Nicholson:

Gli uomini devono avere la convinzione d’essere comandati ancora da noi e non dai giapponesi; finché avranno questa condizione saranno dei soldati e non degli schiavi.

Parole che si oppongono, invece, a quanto declamato nella scena successiva da Saito:

Prigionieri inglesi, nota, non ho detto soldati inglesi. Da quando vi siete arresi non siete più soldati. Voi costruirete il ponte entro il 12 di maggio. […] Il tempo è poco, e quindi i vostri ufficiali dovranno lavorare con voi. Ed è anche giusto, perché sono loro quelli che vi hanno tradito; perché vi hanno fatto arrendere. E sono loro che vi hanno detto che era meglio vivere da schiavi che morire da eroi.

Alec Guinness e Sessue Hayakawa
Alec Guinness e Sessue Hayakawa in una scena de Il ponte sul fiume Kwai

Poi uno schiaffo in faccia con la stessa Convenzione di Ginevra spiegazzata, e il conflitto scenico che s’impenna vertiginosamente. Da un contrasto valoriale a distanza, Lean stringe il cerchio, realizzando la collisione fisica dei due mondi in piano medio: l’etica giapponese e l’umanità del soldato. Con un formidabile campo e controcampo in primo piano, Lean rompe un equilibrio tenuto per i fili sin dal primo momento; in uno scambio dialettico d’importanza vitale nell’economia del racconto che vive d’intenzioni sceniche e gesti.

Saito ordina ai prigionieri ma i soldati rispondono soltanto a Nicholson. La frattura che ne consegue – tra radicate prese di posizione – consolida così il sottotesto valoriale del racconto; vivendo dell’onorevolezza della divisa e della ragione, tra prove disumane e ricatti sotto fucile mitragliatore.

L’evoluzione caratteriale del Colonnello Nicholson di Alec Guinness

Sulle note di He’s a Jolly Good Fellow si sviluppa l’enorme mole etica e umana della struttura narrativa imbastita da Lean. Nel dispiego degli archi narrativi infatti, tra tentativi di fuga e isolamenti, il cineasta de L’amore segreto di Madeleine (1950) fa crescere la dimensione caratteriale degli agenti scenici di Nicholson e Shears; in un implicito contrasto tra onorevolezza e scaltrezza, tra lo rispettare la legge e la propria divisa, e la fuga contro la follia del carceriere.

Nel dispiego del secondo atto, Lean allarga i confini della giungla birmana addolcendola di una fotografia a luce naturale da manuale; e lavorando, infine, sulla codifica di background degli agenti scenici a cui dar loro spessore e colore. Andando ad attenuare le prese di posizione dei due Colonnelli in un potenziamento delle ragioni di senso, espediente che trova valorizzazione ora in un Saito manipolatorio ma aperto al dialogo, ora in un Nicholson onorevole perfino allo stremo delle forze.

Alec Guinness in una scena de Il ponte sul fiume Kwai
Alec Guinness in una scena de Il ponte sul fiume Kwai

La liberazione dei prigionieri e la finta vittoria dell’amnistia infatti, ricostruisce si la dimensione eroica del Nicholson; nel farlo però, Lean va a permeare il futuro Obi-Wan Kenobi di Star Wars, di un autentico cortocircuito caratteriale. L’onorevolezza e il rispetto della legge infatti, liberano l’orgoglio inglese dell’uomo fino a quel punto in prigionia pretendendo così, dai propri soldati, rispetto ed etica del lavoro. Nella condizione da uomo sconfitto e prigioniero, Nicholson impartisce una lezione d’efficienza a dimostrazione del fallimento di Saito e del suo sistema di valori. Un lavoro a regola d’arte con cui ricostruire la dignità dei suoi uomini e, pur nel dislivello di ruolo scenico-narrativo, riequilibrare la parità di grado.

Lasciare il segno nella storia: da eroe ad anti-eroe

Di riflesso, nel potenziare i suoi intenti filosofico-bellici, il cineasta de Il dottor Zivago (1965) arricchisce di sfumature il racconto de Il ponte sul fiume Kwai, sviluppando l’arco di trasformazione dello scaltro Shears di Holden, con cui incanalare la narrazione anche in binari più canonici. Una fuga rocambolesca, un grado mascherato; e l’ingresso scenico del Maggiore Warden di Hawkins con cui ritornare nell’inferno della giungla birmana.

Lean tesse così un solido intreccio di una struttura narrativa che dispiega due archi scenici opposti e contrari. Al centro il ponte, Nicholson con la costruzione e gli intenti etici; Shears con la relativa distruzione e gli scopi bellici. In tal senso, Il ponte sul fiume Kwai diventa innovazione e valorizzazione del genere nelle sue forze tematiche; sviluppandosi tra un’insegna che celebra il lavoro a regola d’arte e il piazzare cariche esplosive. Si ribaltano così i ruoli scenici, da alleati ad antagonisti, nella costruzione del ponte che diventa così qualcosa in più di una lezione a Saito e al suo sistema di valori, piuttosto un lasciare il segno nella storia:

Stavo pensando che domani saranno 28 anni esatti che sono nell’esercito. 28 anni in pace e in guerra Non sarò stato a casa più di 10 mesi, tutto sommato. Eppure, non mi lamento. Amo l”India, e non ho mai desiderato un’altra vita. Ma a volte ci si accorge di essere più vicini alla fine che al principio. E allora uno si chiede a cosa sia servita la propria vita; quale traccia resterà sulla terra della propria esistenza e se ne resterà. Specie pensando a quello che hanno raggiunto gli altri. Non so se faccia bene avere di questi pensieri; ma a volte mi vengono e non riesco a cacciarli da un po’ di tempo.”

Alec Guinness in una scena de Il ponte sul fiume Kwai
Alec Guinness e la scena del “Che cosa ho fatto?” de Il ponte sul fiume Kwai

Il raggiungimento dello scopo scenico, la ricostruzione del tono del contesto narrativo, da ostile a familiare, e la susseguente mutazione del ruolo arricchiscono di senso il racconto nei preparativi della climax. I soldati inglesi, pur consci della loro condizione da prigionieri di guerra, marciano fieri sul ponte in una panoramica suggestiva; simulacro non solo della manipolazione insita di Saito ma al contempo del tradimento di Nicholson vestito da (falsa) vittoria. La bassa marea, le cariche piazzate, l’inaugurazione del ponte,il sabotaggio dello stesso Nicholson e infine la presa di coscienza:

Cosa ho fatto?

Nella distruzione del ponte a opera del suo stesso costruttore, morente, Il ponte sul fiume Kwai ribalta ancora una volta l’inerzia narrativa del Nicholson di Guinness. In un’esplosione a lui vicina – e un cappello ripulito – c’è il linguaggio del corpo dell’onorevolezza del militare di un uomo arrivato da perdente, ossessionato da un obiettivo e infine andatosene da eroe; in una climax che sublima la componente etica e canonicamente bellica del racconto realizzando la piena dimensione caratteriale dell’agente scenico di Guinness.

Lo spartiacque della carriera di David Lean

In un plot riletto negli anni da Il buono il brutto il cattivo (1966) di Sergio Leone – e di cui è possibile ritrovarne ispirazione in Star Wars – Episodio VI: Il ritorno dello jedi (1983) e Indiana Jones e il tempio maledetto (1984) – c’è la consapevolezza dell’ingente peso specifico de Il ponte sul fiume Kwai nella storia del cinema. L’opera di Lean infatti, tra l’ossessione di Nicholson degna del Kane di Welles nella costruzione della maestosa Xanadu di Quarto potere (1941) e un ponte che collassa come nella climax de Come vinsi la guerra (1926), è tra le più iconiche espressioni filmiche del cinema moderno americano.

Un racconto solido, dal respiro scenico classico che pone le basi del consolidamento del David Lean narratore kolossale lungo tutta la successiva decade. Il ponte sul fiume Kwai rappresenta infatti la svolta di una carriera, fino a quel punto caratterizzata da conflitti scenici intimi o dal respiro dickensiano. Da opere come Breve incontro (1945), Grandi speranze (1946) e Le avventure di Oliver Twist (1948), Lean ingigantirà sensibilmente il suo cinema con i sopracitati Lawrence d’Arabia, Dottor Zivago e non ultimo La figlia di Ryan (1970). Un cinema grande nella forma e negli interpreti; nell’intreccio scenico e nella costruzione d’immagine. Opere immense, capaci di superare i confini del tempo e cristallizzarsi nella memoria collettiva.

La locandina de Il ponte sul fiume kwai
La locandina de Il ponte sul fiume kwai

Sintesi

Omaggi e rimandi di tutti i generi, da Il buono il brutto il cattivo a Il ritorno dello Jedi e Il tempio maledetto. Quello de Il ponte sul fiume Kwai è un racconto solido dal respiro scenico classico, autentico spartiacque nella carriera di David Lean che lungo tutta la successiva decade saprà passare da opere dickensiane come Grandi speranze e Le avventure di Oliver Twist a kolossal come Lawrence d'Arabia, Dottor Zivago e La figlia di Ryan. Un cinema grande nella forma e negli interpreti, nell'intreccio scenico e nella costruzione d'immagine. Opere immense, capaci di superare i confini del tempo e cristalizzarsi nella memoria collettiva.

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