Il mucchio selvaggio

Il mucchio selvaggio recensione del film di Sam Peckinpah [Flashback Friday]

Il mucchio selvaggio recensione del film di Sam Peckinpah con William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Edmond O’Brien e Warren Oates

Negli anni Cinquanta il celebre critico dei Cahiers, André Bazin, definì il cinema western come “il cinema americano per eccellenza“. Questo per via della sua capacità innata d’essere portatore sano di valori; delineando così racconti in cui convivevano amore, dramma, tragedia, comicità, erotismo ed eroismo. Una componente narrativa totalizzante resa grande da John Ford con cui il cineasta americano poté consegnare pezzi di storia americana all’immortalità cinematografica. In tal senso se la rivoluzione filmica di Leone e i suoi Spaghetti ha operato a livello di linguaggio e di dinamismo registico – spezzando le catene della rigidità del western classico – a mancare è il respiro del western e dell’America. Qui s’inserisce Sam Peckinpah e il suo Il Mucchio Selvaggio (1969) con cui suonare la riscossa dei cineasti americani e dar vita alla corrente revisionista per eccellenza.

Lo stesso Sergio Leone e C’era una volta il West (1968) diedero inavvertitamente vita al revisionismo western “all’americana”. Ma per quanto la sua rilettura del western classico secondo i Leonismi codificati con gli Spaghetti è da considerarsi un lavoro sublime, manca l’appartenenza alla terra e la (ri)codifica di quel paradigma culturale in forma filmica. Il contributo di Peckinpah alla causa del revisionismo parte proprio da qui; Il Mucchio Selvaggio opera delineando un’allegoria narrativa di uomini del vecchio west catapultati in un “nuovo mondo”.

Un poster de Il Mucchio Selvaggio
Un poster de Il Mucchio Selvaggio

Ironia della sorte vuole che le vicende narrate ne Il Mucchio Selvaggio prendano piede proprio nel Messico reso grande da Leone; come se Peckinpah avesse voluto tracciare una linea di confine tra gli Spaghetti e la nuova corrente western. L’opera di Peckinpah riesce nell’intento operando, di riflesso, un risveglio di coscienza di autori – sperimentali ed eclettici – come Arthur Penn, Robert Aldrich e Robert Altman. Ad emergere però è il Clint Eastwood autore, che con Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976) prenderà il timone come unico vero erede della tradizione Fordiana.

Nel cast figurano William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Edmond O’Brien e Warren Oates; e ancora Ben Johnson, Bo Hopkins, Jaime Sanchez, Emilio Fernàndez, Albert Dekker, Alfonso Arau e Strother Martin.

Il mucchio selvaggio: sinossi 

Il bandito Pike Bishop (William Holden) e la sua banda nota come “Mucchio Selvaggio” si travestono da soldati e svaligiano la banca della ferrovia. Un gruppo di sciacalli cacciatori di taglie capeggiato da Deke Thornton (Robert Ryan) – ex appartenente alla stessa – li coglie sul fatto decimandoli e lanciandosi al loro inseguimento.

Scoperto il tranello, Bishop e Dutch Engstorm (Ernest Borgnine) guideranno il Mucchio sino in Messico; raggiungendo così un villaggio in cui vive uno dei membri della banda.

Ernest Borgnine in una scena de Il Mucchio Selvaggio
Ernest Borgnine in una scena de Il Mucchio Selvaggio

Dopo un incredibile colpo di un carico d’armi su di un treno – però – le cose precipiteranno drasticamente per il Mucchio. A quel punto Pike e Dutch dovranno decidere tra il fare la cosa più semplice e salvare la pelle, o fare la cosa giusta e mettersi nei guai. Seguirà il più grande final showdown del cinema moderno con cui consegnare l’opera di Peckinpah all’immortalità cinematografica.

La rivoluzione di Sam Peckinpah tra scorpioni mangiati vivi e caratterizzazioni sporche

È un interessante apertura di racconto quella de Il mucchio selvaggio. A partire dall’immediato ingresso in scena della banda che incrocia dei bambini in cerchio intenti – tra primi e primissimi piani di sorrisi e sguardi torvi mascherati da sorrisi – a punzecchiare scorpioni divorati vivi da uno sciame di formiche rosse. Gli scorpioni cercano di fuggire, i ghigni dei bimbi continuano a guardare con occhi vivaci, ma la morte sopraggiunge per una fiammata.

Come dicevamo, è un incipit atipico, perché oltre che trasudante un voyeurismo quasi hitchcockiano nel godere della morte, oppone una creatura abitualmente mortale come lo scorpione, portata al massacro – indirettamente – dai bambini, simbolo dell’innocenza. Qualcosa di totalmente impensabile nel western classico misurato e “portatore sano di valori” – specie negli incipit semplici, caratteristici e familiari – ma con Il mucchio selvaggio, siamo soltanto all’inizio.

William Holden nella sparatoria finale de Il Mucchio Selvaggio
William Holden nella sparatoria finale de Il Mucchio Selvaggio

Tale sequenza, oltre che porre da subito le basi dell’intreccio scenico, permette a Peckinpah di presentarci i “suoi” antieroi; nonché l’opposizione scenica tra i carismatici Bishop di Holden ed Engstorm di Borgnine, e il misurato Thornton di Ryan e i suoi sciacalli. Una dicotomia tra agenti scenici che rievoca tanto quella alla base de Per un pugno di dollari (1964), tra il Joe di Eastwood e il Ramon di Volontè. Personaggi fatti della stessa raison d’être. Simulacri dei valori di un western che non c’è più, degli Ethan Edwards e John T. Chance ormai passati, ma al contempo pionieri di un mondo nuovo. Personaggi dalle caratterizzazioni similari – e sporche – la cui reale opposizione sta nei ruoli narrativo-scenici piuttosto che di tipo ontologico.

Il Mucchio Selvaggio: il nuovo cinema western

Partendo da premesse non dissimili da quelle di Leone e i suoi Spaghetti, Peckinpah procede nella codifica di un linguaggio filmico con cui cucire un nuovo vestito addosso al western classico tanto amato – ma ormai spento. Le sopracitate caratterizzazioni dei personaggi, ad esempio, pur da ritenersi Leoniane e sporche, non condannano gli agenti scenici a un’altrimenti inevitabile bidimensionalità.

Gli uomini di Peckinpah proprio perché “classici” ma trapiantati in un contesto “altro”, sono vivi, malinconici e crepuscolari; uomini in cerca di un ultimo colpo prima di ritirarsi a vita civile. Personaggi dotati di un solido background – supportato da incisive digressioni temporali – con cui dar colore al racconto e generare dell’empatia. Un insieme di piccole sfumature che – oltre che arricchire le caratterizzazioni sceniche – permettono a Peckinpah di valorizzare gli archi di trasformazione.

William Holden ed Ernest Borgnine
William Holden ed Ernest Borgnine in una scena de Il Mucchio Selvaggio

I personaggi prendono vita in un contesto scenico autentico e vibrante, in un racconto con cui Peckinpah fa suoi topoi di genere conclamati come il tema del viaggio – autentico corpus narrativo – e della rapina in banca e al treno. Peckinpah procede rileggendoli, rivalutandoli, per mezzo di una regia audace con cui cucirli addosso a una narrazione di pura atmosfera western che fa suoi scorci Fordiani per rileggere il passato e forgiare il presente.

Ma l’innovazione certamente più d’impatto è quella relativa alle sequenze action. Scordatevi i duelli solenni e dosati dei western classici. In Il Mucchio Selvaggio le esplosioni sono fragorose, i proiettili in enorme quantità e le pistole sparano a raffica. Peckinpah elabora la lezione del triello Leoniano in tre macro-sequenze che rileggono altrettanti capisaldi di genere. Autentici momenti filmici di pura adrenalina che prendono vita grazie a un pionieristico lavoro di montaggio. Una lezione di cinema con cui Peckinpah conferisce al racconto dinamismo, vivacità e l’immediatezza di una contemporaneità ante-litteram.

Il massacro di Agua Verde, la perfezione filmica della climax

Per mezzo di soggettive, primissimi piani quasi Leoniani e il tipico montaggio spezzato e alternato, Peckinpah prepara il terreno per quello che è senza dubbio il momento topico del racconto. Un momento essenziale in sceneggiatura, perché Peckinpah pone i suoi anti-eroi dinanzi una scelta; se il fare la cosa più semplice o quella più giusta. Alla base di questa scelta filmica c’è tutto. C’è il proprio destino, la dimensione anti-eroica e quella eroica e il decidere se essere bandidos gringos o – per una volta – eroi.

Tra gambe bagnate di champagne e coriandoli, mariachi e giovani prostitute, Il Mucchio Selvaggio sceglie fino in fondo la via del crepuscolo. Peckinpah arricchisce il racconto di una scelta ontologica e filosofica, con cui portare Pike e Dutch – che funge da “coscienza” scenica del gruppo – e il resto della banda, a scegliere di fare la cosa giusta e intraprendere la via dell’eroismo.

La sparatoria finale de Il Mucchio Selvaggio
Warren Oates e la climax de Il Mucchio Selvaggio

Il final showdown che ne consegue – in una crescita schizofrenica del conflitto – è un tripudio di sangue, pallottole e inquadrature. Il Generale taglia la gola all’Angelo di Sanchez, Pike e Dutch sparano al Generale ferendolo mortalmente. Poi il silenzio, l’attesa. Gli sguardi del Mucchio che si girano intorno frementi (e spaventati). I gringos anch’essi spiazzati da quanto accaduto circondano il Mucchio. Una situazione di stallo in cui nessuno vuol fare la prima mossa. A Dutch scappa da ridere, Pike intuisce e Peckinpah sorprende lo spettatore in un primo piano zoomato verso di lui e in controcampo verso gli alti gradi dell’Esercito. Pike spara al Comandante in capo ed è l’inizio di una delle più grandi sequenze della storia del cinema moderno americano.

Ci vollero 12 giorni di lavorazione e più di 10000 pallottole finte per portarla a casa ma il risultato finito è qualcosa di straordinario. Un tripudio di sangue e pallottole, di spari da terra in piani medi e colpi alle spalle; e ancora di spari al rallentatore e di interi caricatori di mitragliatrici scaricati addosso ai nemici. Un gioiello di puro dinamismo reso possibile da un montaggio che conferisce alla sequenza un ritmo incisivo, netto; un susseguirsi di qualcosa come quaranta inquadrature – di cui riusciamo a coglierne appena l’essenza – con cui consegnare alla leggenda l’opera di Peckinpah.

Non sarà più come una volta, ma è qualcosa

In una sequenza conclusiva con cui Peckinpah ci ricorda che nel nuovo west non ci sono eroi ma solo banditi e sciacalli, il Thornton di Ryan gioca un ruolo allegorico decisivo. La sua rinuncia a seguire i gringos nel loro cammino è l’incapacità d’accettare il cambiamento; scegliendo invece i vecchi ideali del west con cui distaccarsi del tutto dalla nuova corrente filmica. Il mucchio selvaggio è quindi epitaffio del western classico, ma al contempo celebrazione – di riflesso – dei suoi ideali, e inizio del nuovo corso.

Peckinpah fa quel passo in più praticamente impossibile per Leone, rivoluzionare il genere western nella sua totalità, a partire dalla cultura alla base del racconto. La tecnica degli spaghetti-western viene così aggiornata, potenziata, valorizzata, approfondendo il contesto scenico e presentandoci una ricodifica del paradigma linguistico con cui il cineasta americano permette ai suoi eroi d’essere a loro volta portatori sani di valori. Siamo nel 1969, Leone ha smosso le coscienze dei cineasti americani, ed è tempo della riscossa. È tempo di Peckinpah.

Sintesi

Il mucchio selvaggio è epitaffio del western classico, ma al contempo celebrazione - di riflesso - dei suoi ideali, e inizio del nuovo corso. Peckinpah fa quel passo in più praticamente impossibile per Leone - per evidenti limiti culturali - rivoluzionando il genere western nella sua totalità, a partire dalla cultura alla base del racconto. La tecnica degli spaghetti-western viene così aggiornata, potenziata, valorizzata, approfondendo il contesto scenico e presentandoci una ricodifica del paradigma linguistico con cui il cineasta americano permette ai suoi eroi d'essere a loro volta portatori sani di valori.

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