Il Figlio del Deserto recensione film di Gilles de Maistre con Kev Adams e Adrianna Gradziel
di Martina Sica

Diretto da Gilles de Maistre, creatore di Il lupo e il leone e Mia e il leone bianco, il film si ispira alle vicende narrate da Monica Zak nel libro The Boy who lived with Ostriches.
La trama di Il Figlio del Deserto ruota intorno ad Hadara, un bambino di soli due anni che, durante una tempesta di sabbia, si allontana dalla madre e si smarrisce nel deserto. Il suo destino sembra essere segnato, ma la vita ha qualcos’altro in serbo per lui. Viene salvato da un gruppo di struzzi, diventa parte del branco e vive con loro fino all’età di dodici anni, quando si riunisce con la sua famiglia.
Gilles de Maistre aggiunge un elemento, aprendo il racconto con la quattordicenne Sun, che ha pubblicato un romanzo ispirato proprio alla storia di Hadara. Si tratta di un interessante gioco metanarrativo dove il romanzo che diventa film torna a essere romanzo nel film stesso.
Sun cresce immaginandosi questo bimbo straordinario di cui le parlava sempre suo nonno e, una volta arrivata nel deserto del Sahara, realizza che quella storia non è una semplice favola. Ecco che il regista condurrà lo spettatore in un intreccio di culture e memorie, dove si alterneranno tre voci narranti a metà tra la il documentario e il mito.
La direzione di Maistre come al solito non è formale ed è molto semplice, anche se in questo lungometraggio si percepisce un’evoluzione in questo campo e le inquadrature risultano più profonde e mature. Nello specifico, la parte iniziale del film ha un ritmo più lento rispetto alla seconda ed è quella che come stile si avvicina maggiormente alla sfera del documentario, mostrando la formazione alle spalle dell’occhio di chi registra, mentre nella seconda ci sono dei movimenti di camera più legati alle pellicole d’avventura.

In generale, il punto principale delle opere di Maistre resta lavorare a contatto con animali non addestrati, sensibilizzare e informare il pubblico per cambiare nel suo piccolo il mondo e mostrare ambienti che non sono la prima scelta dei movies ad alto budget di Hollywood.
Si tratta di un cinema d’attivismo, come dimostra il successo del precedente Mia e il leone bianco, che ha aiutato a proibire la caccia al leone bianco in Sudafrica.
Punto debole dei suoi lungometraggi rimane sempre un po’ la sceneggiatura, in particolare la scrittura dei personaggi “non straordinari” che reagiscono in modo fin troppo naturale agli eventi straordinari. in questo caso specifico, proprio perché il protagonista è un bambino che non è ancora entrato in contatto con i valori e le etichette imposte dalla società, questa debolezza viene meno e il film risulta più credibile.
Stimolante spunto di riflessione è anche il fatto che si inserisce alla perfezione nel filone dei bimbi cresciuti con gli animali, lontani dai loro simili umani. La mente corre subito subito ai film d’animazione Tarzan e Il libro della Giungla, il cui richiamo è evidente nella costruzione di alcune scene (quando Hadara si specchia nell’acqua perché non si riconosce, proprio come Tarzan che comincia a coprirsi di fango per assomigliare ai gorilla o Mowgli che alla fine si stacca dall’orso e la pantera, attirato da una sua simile).
In conclusione, Il Figlio del Deserto è consigliatissimo per famiglie, amanti degli animali e persone desiderose di esplorare ambientazioni inusuali.


