Il cinema secondo Corman recensione del documentario di Giulio Laroni [RoFF 20]

Roger Corman, nato nel 1926 e scomparso nel 2024, è stato uno dei protagonisti assoluti del cinema indipendente americano. Dotato di una rarissima capacità di realizzare lungometraggi di buon livello in tempi record – talvolta anche in meno di tre giorni – Corman si è distinto in particolare nel cinema di genere, soprattutto western e horror, spesso ispirandosi ai racconti di Edgar Allan Poe. Tra i suoi film iconici si ricordano: Le donne della palude, La legge del mitra (Machine-gun Kelly), La piccola bottega degli orrori, I vivi e i morti, Il pozzo e il pendolo, I racconti del terrore, L’uomo dagli occhi a raggi X, L’odio esplode a Dallas e Frankenstein oltre le frontiere del tempo, il suo ultimo film da regista.
Insignito di un Oscar onorario alla carriera nel 2009, Corman è stato attivo e prolifico anche come produttore, sia dei film suoi che di altrui. Registi che hanno segnato la storia del cinema mondiale apparentemente ben distanti dal suo immaginario di genere, si sono formati nella vera e propria factory che, soprattutto tra gli anni sessanta e settanta, si era venuta a creare attorno a Corman. Tra questi figurano James Cameron, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Jonathan Demme, Nicolas Roeg, Peter Bogdanovich e Ron Howard, tutti hanno lavorato con lui all’inizio della loro carriera, nei ruoli più disparati.
Non meno suggestiva fu la sua capacità di lanciare attori senza esperienza o quasi, che nel giro di pochi anni dal loro debutto avrebbero sfondato a Hollywood: Jack Nicholson, William Shatner, Dennis Hopper, Bruce Dern e Peter Fonda sono i nomi più celebri di questa categoria. Del resto, lo stesso intuito Corman lo dimostrò anche nella sua attività di distributore, portando negli Stati Uniti film d’autore stranieri diretti da registi come Bergman, Fellini, Kurosawa e Truffaut, raggiungendo una cifra record di titoli del suo listino che avevano vinto l’Oscar al miglior film straniero.
Il cinema secondo Corman, diretto da Giulio Laroni, è un documentario che omaggia la figura del regista e produttore portando alla luce un’intervista realizzata una decina di anni fa a Los Angeles e alla base di un libro-intervista pubblicato da Laroni nel 2016, inedita almeno in video, in cui Corman parla con il giovane Laroni dei suoi film, delle sue influenze cinematografiche, del suo stile di regia e delle soluzioni tecniche e linguistiche particolari adottate in alcune scene.
“La mia definizione del cinema è molto semplice. Il cinema è la forma dell’immagine in movimento. Pertanto è la forma più importante di arte del nostro tempo. Tutte le altre arti sono statiche“, dice Corman all’inizio del documentario. La sua è, a tratti, una vera e propria lezione di regia: uno degli aspetti atipici del suo stile di direzione dei film che emerge da questa conversazione è l’importanza data da Corman alla pre-produzione con gli attori presenti e coinvolti sul set, adottando con loro anche il metodo Stanislavskij apparentemente incongruo in produzioni di cinema di genere.
Una delle testimonianze più sorprendenti contenute nel documentario, e più rappresentative del modo di fare cinema del regista, rievoca le modalità produttive surreali con cui venne realizzato uno dei capisaldi della sua filmografia: “La piccola bottega degli orrori è stato realizzato in parte come uno scherzo e in parte come un esperimento. Avevo soltanto pochi soldi e c’era un set in piedi nel piccolo teatro di posa dove stavo lavorando a Hollywood. Ho detto al manager del teatro: ‘Se me lo affitti per due giorni, metterò in piedi un film’. Così lo mettemmo in piedi. Ho potuto scritturare gli attori per una settimana, provare lunedì, martedì e mercoledì, e girare giovedì e venerdì“. Del tutto in ombra nel documentario è invece l’attività di Corman come produttore e distributore.
Il documentario è un sentito e appassionato omaggio al suo protagonista, ma a livello di forma filmica si rivolge soprattutto ad aficionados e appassionati, anche per limiti produttivi. Gli spezzoni dei suoi film sono pochissimi e sono sostituiti da disegni di Silvia Trampus che, per quanto evocativi e a volte utili per decostruire la grammatica cinematografica di una scena, non possono sostituire fino in fondo le opere originali di cui si parla.
Ad appesantire l’opera è la scelta registica di far commentare le parole di Corman a un gruppo di registi e direttori della fotografia italiani, solo in parte riconducibili alla sua sensibilità, tra cui Ruggero Deodato, il regista del leggendario Cannnibal Holocaust. Per quanto sia bello rivedere sullo schermo Deodato, scomparso nel 2022, questa cornice non aggiunge quasi nulla alla lectio di Corman.
Uno dei pochi momenti interessanti è quando Corman, parlando della costruzione della suspense, afferma che il sesso, lo humor e l’horror sono affini, perché tutti e tre richiedono una preparazione e Deodato dissente citando l’esempio del cinema di Tarantino, con il suo gusto per gli shock narrativi e visivi.
Il cinema secondo Corman rimane comunque una testimonianza importante che ci restituisce il volto e le parole di uno dei più grandi artigiani della storia del cinema americano.


