Il cavaliere pallido

Il cavaliere pallido recensione del film di e con Clint Eastwood

Il cavaliere pallido recensione del film diretto e interpretato da Clint Eastwood con Michael Moriarty, Carrie Snodgress, Chris Penn, John Russell, Sydney Penny e Richard Kiel

A conti fatti, Il cavaliere pallido (1985) è uno dei più grandi successi nella carriera di Clint Eastwood. Presentato al 38° Festival di Cannes, il terzo western revisionista del cineasta americano dopo Lo straniero senza nome (1973) e Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), è un’opera suggestiva, crepuscolare e citazionista. Il western eastwoodiano è risultato essere il film “di genere” con il più alto incasso al botteghino degli anni Ottanta; annata in cui il genere di cowboy e indiani, ha avuto un discreto risveglio narrativo tra I cavalieri dalle lunghe ombre (1980), Silverado (1985) e Young Guns – Giovani pistole (1988). Questo per via della ratio alla base de Il cavaliere pallido. In una rilettura sporca e leoniana di uno dei più grandi classici del cinema di genere: Il cavaliere della valle solitaria (1953) di George Stevens – che è incontro tra tradizione e innovazione nel cinema di genere.

L’Eastwood regista western trova così un’evoluzione matura e raffinata, confermando sempre più il suo status di “erede di John Ford“, in un’epoca di opere modeste e di registi “prestati” al western; con particolare riferimento a quelli “popolari” a cui prese parte l’Eastwood attore – da Impiccalo più in alto (1968) a Joe Kidd (1972) passando per Gli avvoltoi hanno fame (1970). Riletture mediocri del leoniano L’uomo senza nome, di cineasti a cui mancava il pedigree giusto per affrontare un tema narrativamente imponente come il revisionismo western.

I titoli di testa de Il cavaliere pallido
I titoli di testa de Il cavaliere pallido

Dal momento in cui John Ford ha scelto appendere “cinturone e pistola” al chiodo attraverso un’elegia ai Comanche; il suo Il grande sentiero (1964) ha determinato non soltanto la chiusa di un’era, ma anche la fine di un ciclo – quello della dicotomia cowboy-indiani per come la conosciamo.

Il cinema western prenderà infatti altre vie; la rivoluzione italiana degli Spaghetti di Sergio Leone dei Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966) e del Django (1966) di Sergio Corbucci. Ma soprattutto il risveglio di coscienza “americano” da Il mucchio selvaggio (1969), a Piccolo grande uomo (1970) sino a I compari (1971) e Nessuna pietà per Ulzana (1972). È in questo contesto di vivacità narrativa che va ad emergere l’Eastwood regista, che sceglie di passare dall’altra parte della cinepresa, mettendo a frutto le lezioni filmiche fordiane e leoniane.

Nel cast figurano Clint Eastwood, Michael Moriarty, Carrie Snodgress, Chris Penn, John Russell, Richard Kiel; e ancora Charles Callahan, Richard Dysart, Doug McGrath, Richard Hamilton e Sydney Penny.

Il cavaliere pallido: sinossi

A Carbon Canyon, il ricco proprietario Coy LaHood (Richard Dysart) e il figlio Josh (Chris Penn) impongono la violenza nella valle. L’obiettivo è di cercare di cacciar via i cercatori d’oro indipendenti dalla terra; al fine di potervi così mettere sopra le mani. Dopo l’ennesima razzia, Hull Barret (Michael Moriarty) non vuole dargliela vinta. Così – assieme alla compagna Sarah Wheeler (Carrie Snodgress) e la figlia di lei, Megan (Sydney Penny) – sceglie di non cedere alle violenti minacce.

Le preghiere di Megan, religiosa e in cerca di speranza, invocano l’arrivo di un aiuto salvifico; incarnato – per la casualità degli eventi – da un misterioso cowboy che si fa chiamare Il Predicatore (Clint Eastwood). L’arrivo di un uomo del Signore, dal passato oscuro, cambierà decisamente i piani dei LaHood. I ricchi imprenditori si troveranno costretti a ricorrere alle maniere forti; imponendo così l’ordine grazie allo sceriffo Stockburn (John Russell) e i suoi uomini. Prima però, dovranno misurarsi con Il Predicatore e la sua mira infallibile.

Campo lungo di Clint Eastwood
Clint Eastwood in una scena de Il cavaliere pallido

Il ritorno de L’uomo senza nome

La vastità di una vallata, una panoramica di banditi in corsa verso un villaggio. Dei bimbi in fuga. Dei cercatori d’oro e pescatori che si godono la serenità. In un montaggio alternato e netto, Eastwood oppone la serenità alla razzia; anticipando così gli eventi in apertura di racconto tramite un sagace uso del cosiddetto effetto doppler. Nel caos totale, la narrazione de Il cavaliere pallido si caratterizza da subito di una posta in gioco altissima; ponendo così le basi del dispiego del conflitto – oltre che del “salvifico” ingresso in scena de Il Predicatore dello stesso Eastwood.

Tra una selvaggia razzia, un Jack Russell morto, e le lacrime di una giovane donna in cerca di un miracolo; il cineasta americano si cuce addosso una presentazione d’antologia per mezzo di una delicata – ed epica – dissolvenza incrociata. Così facendo, tra paesaggi innevati e una mimica inconfondibile, Il Predicatore solca il terreno narrativo de Il cavaliere pallido; ponendosi come terza rilettura prettamente eastwoodiana de L’uomo senza nome leoniano – dopo Il texano dagli occhi di ghiaccio e il precedente Lo straniero senza nome, il cui Il Predicatore peraltro, rappresenta una rilettura crepuscolare de Lo Straniero del ’73.

Clint Eastwood in una scena de Il cavaliere pallido
Clint Eastwood in una scena de Il cavaliere pallido

Vent’anni dopo la trilogia del dollaro, il “senza nome” di Eastwood è tuttavia più vicino alla tradizione fordiana che non di quella leoniana. Il dispiego dell’intreccio, infatti, permette di caratterizzare gli agenti scenici al fine di renderli di portatori sani di valori. La tipizzata accezione baziniana del western, in Il cavaliere pallido trova valorizzazione con l’emergere del background de Il Predicatore di Eastwood; in un’esplicitazione caratteriale che si muove tra l’Apocalisse di Giovanni, e l’allargamento della maglie relazionali. Dotandolo di chiaroscuri e contraddizioni caratteriali, Eastwood procede nella direzione di una sporca caratterizzazione leoniana; opponendosi così alla limpidezza d’animo dello Shane di Ladd.

Un’accezione ravvisabile anche nel Barrett di Moriarty, pioniere dal cuore d’oro, novello Tom Joad fordiano – dalla famiglia “moderna”; o nello Stockburn di Russell simulacro dello sceriffo corrotto/bounty killer – rilettura spietata di uno dei topos caratteriali più celebri del genere. L’ Eastwood cineasta agisce così, trapiantando “vecchi eroi” del west in un “mondo nuovo”; operando attraverso una ricodifica del paradigma linguistico “di genere” – al pari di come fece Peckinpah per il sopracitato Il mucchio selvaggio.

Clint Eastwood e il revisionismo “delle intenzioni” del cinema western 

Un incontro quindi tra tradizione e innovazione, già dal suo essere remake improprio del sopracitato Il cavaliere della valle solitaria, ma non solo. Tra paesaggi innevati e una mimica inconfondibile, Il cavaliere pallido s’inserisce nella tradizione fordiana del topos del viaggio, ricalibrando l’apertura e chiusura del racconto di Stevens, secondo la duplice valenza del momento di Sentieri selvaggi (1956); non soltanto, quindi, la climax di una backstory di cui Il Predicatore porta i segni addosso e nell’anima; ma anche l’inizio di un arco di trasformazione ricondotto, a doppio filo, agli eventi legati allo sviluppo del racconto.

Clint Eastwood in una scena de Il cavaliere pallido
Clint Eastwood in una scena de Il cavaliere pallido

Gli intenti postmoderni dell’incontro tra passato e presente del “genere americano per eccellenza” trovano conferma a partire dall’arrivo in città; in una presenza quasi ectoplasmatica sullo sfondo di un imponente scorcio fordiano – dalla dinamica similare al sopracitato Per un pugno di dollari. Basta un semplice campo/controcampo primo piano e campo lungo a Eastwood, per riequilibrare sensibilmente l’economia del racconto; in una meticolosa cura scenografica che ci fa saggiare atmosfere western leoniane – con cui  Eastwood gioca con le intenzioni del cinema “di genere”.

Da una pistola a un bastone e un secchio d’acqua, il cineasta americano rilegge i duelli western nelle dinamiche e nello stile registico. Eastwood impara la lezione di Leone e Peckinpah e la ricalibra; offrendo duelli calcolati ma intensi, dalla regia veloce e fluida nelle sequenze dinamiche – con cui conferire al racconto lo spirito delle atmosfere del vecchio west; cucite addosso a una struttura narrativa dal ritmo vivace.

Tra tradizione e innovazione, la climax de Il cavaliere pallido

Espediente che trova certamente validi rimandi nella climax del racconto. In un campo lungo che per composizione della scena rievoca tanto il primo capitolo della trilogia del dollaro – dotato però di quell’atmosfera più vicina a Yojimbo (1961) che non al cinema leoniano; Eastwood gioca ancora con le intenzioni del cinema western, in una costruzione della suspense, del momento e dell’attesa al suono degli speroni sul pavimento di legno.

Tra una tazza di caffè e una semi-soggettiva, Eastwood sublima l’epicità del topos scenico del duello, in espedienti scaltri e vivaci con cui sfruttare le zone d’ombre – che rievocano in parte l’idea alla base de Mezzogiorno di fuoco (1952). Così facendo, l’Eastwood regista incontra ancora passato e presente, tradizione e innovazione; in una risoluzione sbrigativa, quasi “sfuggendone” dai duelli con gli sgherri – per cucirsi addosso un altro grandioso momento filmico. Tra dettagli del tamburo e piani medi e Leone sul volto, Eastwood fa rivivere la tradizione del cinema western, in un duello sporco e crudo che è già leggenda.

Un dettaglio de Il cavaliere pallido
Un dettaglio de Il cavaliere pallido

Il grandioso lavoro di ricodifica del paradigma linguistico del cinema western operato da Eastwood, trova il suo punto più alto nell’ultimo scorcio di racconto. Una rilettura della chiusura de Il cavaliere della valle solitaria, con cui asciugare del tutto la componente empatica ed emotiva. Laddove il film di Stevens caricava di significato la dimensione individuale dei protagonisti, Eastwood procede con la semplicità; concentrandosi così più sulla composizione d’immagine, in un campo lungo a perdita d’occhio.

Il risultato è una netta opposizione, con cui invertire del tutto la polarità della sequenza originale; in un gender switch da Brandon de Wilde a Sydney Penny, dove all’urlo ridondante e straziante, Eastwood preferisce una fuga solitaria, e un saluto commosso.

Il principio del crepuscolo del western eastwoodiano  

Inserendosi nel solco narrativo de Lo straniero senza nome, Il texano dagli occhi di ghiaccio e del successivo Gli spietati (1992) con Il cavaliere pallido, Eastwood opera un lavoro di bricolage narrativo postmoderno; in un susseguirsi di omaggi e riletture di grandi classici, con cui porre in immagine la lezione dei grandi maestri.

Ford, Leone, Peckinpah e Stevens. Quattro anime filmiche avvolte in un racconto dal sapore pre-crepuscolare, attraverso cui il cineasta americano rilegge e cita sé stesso tra il Joe/Monco/Biondo leoniano e Lo straniero e Josey Wales. Un’opera sontuosa con cui porre le gemme filmiche – e d’atmosfera – di ciò che sarà Gli spietati; nonché ennesima conferma del talento dell’Eastwood regista western – l’unico vero erede della tradizione Fordiana.

La locandina de Il cavaliere pallido
La locandina de Il cavaliere pallido

Sintesi

Il western che più ha incassato negli anni Ottanta, è uno dei più arguti gioielli narrativi postmoderni. Con Il cavaliere pallido (1985) l'Eastwood regista rilegge Il cavaliere della vale solitaria (1953) e la "sua" stessa tradizione western, cita Sentieri selvaggi (1956) attraverso una ricodifica linguistica del paradigma di genere tra la trilogia del dollaro di Leone e Il mucchio selvaggio (1969) di Peckinpah - realizzando così un racconto a metà tra innovazione e tradizione, con cui consolidarsi come unico erede della tradizione fordiana.

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