I soliti sospetti

I soliti sospetti recensione film di Bryan Singer con Kevin Spacey

I soliti sospetti recensione del film di Bryan Singer con Kevin Spacey, Gabriel Byrne, William Baldwin, Chazz Palminteri, Benicio Del Toro e Pete Postlethwaite

Passati venticinque anni dall’approdo in sala, se ripensiamo un attimo a I soliti sospetti (1995) di Bryan Singer torna subito alla mente il brillante plot twist della climax, avvolto nelle fattezze di Keyser Söze; eppure, nonostante le formidabili performance di Kevin Spacey e Chazz Palminteri, non è quello il nodo gordiano, la pietra narrativa, dell’opera di Singer. Presentato al 48° Festival di Cannes e vincitore degli Oscar 1996 al Miglior attore non protagonista e alla Miglior sceneggiatura originale; I soliti sospetti ha trovato la sua raison d’être, nella sequenza del confronto all’americana – inteso, da subito, come immagine iconica da schiaffare sul poster promozionale.

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La sequenza, in linea di massima, era stata concepita come estremamente seria, ma al momento di girare – e dopo un’intera giornata sul set – Singer scelse per il ciak più esilarante; reso ancora più divertente da un certo “disturbo intestinale” di Del Toro – scatenando così l’ilarità generale e mani “strategicamente” poste sul naso.

Benicio Del Toro, Gabriel Byrne e William Baldwin
Benicio Del Toro, Gabriel Byrne e William Baldwin in una scena de I soliti sospetti

Non fatevi ingannare però, c’è molta serietà e compostezza, dietro al progetto di Singer e McQuarrie; un concept che è ipotetico anello di congiunzione tra La fiamma del peccato (1944) e Rashomon (1950) e il cui titolo trae spunto da una linea dialogica pronunciata da Claude Rains in Casablanca (1942).

Nonostante il successo però, molti celebri critici cinematografici storsero il naso dinanzi alla climax “ricostruttrice” delle dinamiche relazionali e del senso stesso del film; tra questi il celeberrimo Roger Ebert, che lo inserì nella lista dei film più odiati giustificando la scelta per via di una scrittura – a suo dire – poco interessante, pigra e confusa.

Sogni di casting, volti “innovativi” e il legame con Se7en di David Fincher

Dopo cinque mesi e nove drafts di sceneggiatura, Singer e McQuarrie ebbero non poche difficoltà nel trovare finanziamenti; questo per via della struttura non-lineare, la forte componente dialogica e l’incapacità a reperire attori di primo livello. Nei sogni di regista e sceneggiatore infatti, il cast perfetto avrebbe visto Christopher Walken, Tommy Lee Jones, Jeff Bridges, Charlie Sheen, James Spader, Al Pacino e Johnny Cash; tutti, tuttavia, rispedirono al mittente l’offerta.

Paradossalmente però, uno dei punti di forza de I soliti sospetti sta proprio nei volti dei suoi agenti scenici. Pensiamo un attimo a Hedaya, Greene, Byrne, Palminteri e soprattutto a Postlethwaite, tutti volti allungati e coloriti, imperfetti, con nasi pronunciati e “importanti”; una scelta che va però a segnare una linea di demarcazione rispetto agli abituali volti del cinema noir dei Bogart e Mitchum, Grant e Holden – caricando così, indirettamente, gli effetti innovativi di una narrazione che è punto di rottura delle estetiche del genere.

Kevin Spacey tra Verbal Klimt e John Doe
Kevin Spacey tra Verbal Klimt e John Doe – I soliti sospetti e Se7en

La punta di diamante è senza dubbio riconducibile alla presenza scenica di Kevin Spacey. Oggi l’attore è caduto nel dimenticatoio dopo lo scandalo sessuale che lo ha visto coinvolto, ma nel 1995 era una stella emergente; la carriera di Spacey vide infatti una sensibile impennata dopo aver prestato il suo volto a due dei personaggi più iconici di quell’annata cinematografica: Verbal Kint ne I soliti sospetti e John Doe di Se7en (1995) di David Fincher. Al di là dell’uguale carica propulsiva di due concept capaci di rivoluzionare, rispettivamente, il neo-noir e il crime; la presenza scenica di Spacey in ambo i film, influenzò, indirettamente (e incredibilmente), la distribuzione di Se7en.

Le opere di Singer e Fincher furono infatti distribuite negli USA, a distanza di un mese, nell’estate del 1995; al fine di impedire che la vista del nome di Spacey – tra locandina e trailer – potesse subito compiere un’associazione con I soliti sospetti, la New Line Cinema ne occultò il nome, giocandosela così secondo un effetto sorpresa incredibilmente riuscito. Ci guadagnò, e non poco, l’economia del racconto di Se7en e del suo wow-effect; l’ingresso scenico del Doe di Spacey infatti, sovverte gli equilibri, rompe l’intreccio sapientemente costruito da Fincher e consegna l’opera all’immortalità cinematografica.

Nel cast figurano Kevin Spacey, Gabriel Byrne, William Baldwin, Chazz Palminteri, Benicio Del Toro, e Kevin Pollak; e ancora Dan Hedaya, Pete Postlethwaite, Giancarlo Esposito, Suzy Amis, Peter Greene e Christopher McQuarrie.

I soliti sospetti: sinossi

Dopo l’esplosione di una nave, una ventina di morti e milioni in cocaina scomparsi nel nulla, il truffatore Roger “Verbal” Kint (Kevin Spacey) rilascia la sua deposizione al Procuratore Generale. Verbal patteggia e ottiene l’immunità; ma non ha fatto i conti però con lo zelante agente della polizia doganale David Kujan (Chazz Palminteri) che lo mette sotto torchio in un’esasperante interrogatorio. Verbal inizia così a raccontare degli eventi che hanno portato a quella tragica notte; delle idee di Dean Keaton (Gabriel Byrne) per il colpo e di come Todd Hockney (Kevin Pollak), Ray McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio del Toro) vi abbiano preso parte.

Kevin Spacey in una scena de I soliti sospetti
Kevin Spacey in una scena de I soliti sospetti

Il racconto si arricchisce di particolari quando Verbal menziona Redfoot (Peter Greene) e l’Avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite) – diretti legami con il leggendario Keyser Söze. Tutto sembra andare liscio finché, l’agente speciale Jack Baer (Giancarlo Esposito) riesce ad avere un identikit accurato di Söze da un sopravvissuto alla strage; sarà una rivelazione sconcertante capace di mettere in dubbio molte delle certezze dell’agente Kujan.

Un incipit prodigioso tra passato e presente

Un fiammifero acceso, dell’urina e un uomo che scende le scale. Un accendino, una sigaretta, un’inquadratura a mezzo busto spezzata; una pistola “di lato” e uno sparo nel buio del molo, un’esplosione; poi una delicata dissolvenza ed ecco presentatoci il Verbal di Spacey, la cui deposizione al Procuratore apre il racconto de I soliti sospetti. Attraverso una digressione temporale, Singer agisce così operando presentazioni da manuale degli agenti scenici della banda; delineandone caratterizzazioni semplici, incisive, compiute e iconiche in poche sequenze.

Passano così in rassegna l’Hockney di Pollak, il McManus di Baldwin, il Fenster di Del Toro, il Keaton di Byrne e infine lo stesso Verbal; espediente che trova valorizzazione nella sequenza-madre del confronto all’americana con cui Singer compie un interessante raccordo narrativo con cui unire voice over e intenzioni – codificate appieno nella battuta del suo agente scenico principe:

Non riuscivo a capire perché ero finito lì, voglio dire, quelli erano rapinatori seri eppure c’ero anch’io. A quel punto non avevo paura sapevo di non aver fatto nulla per cui mi potessero incastrare; e poi era divertente, potevo far finta d’essere un pezzo grosso.

Kevin Spacey e Chazz Palminteri
Kevin Spacey e Chazz Palminteri in una scena de I soliti sospetti

Singer tesse così un solidissimo intreccio che è puro cinema neo-noir; disegnando i contorni di una backstory appena accennata che risulta funzionale ora nel dar vita e colore alle caratterizzazioni presentateci, ora nello svilupparle attraverso dinamiche relazionali. In un montaggio dal ritmo netto che conferisce carattere e dinamismo, si sviluppa così la narrazione de I soliti sospetti; in un intelligente lavoro di montaggio alternato per poi raggiungere il cuore del racconto: l’interrogatorio tra Verbal e il Kujan di Palminteri. Verbal si guarda intorno, osserva i particolari in una regia silenziosa e attenta fatta di piani medi e delicate zoomate e attende l’arrivo di Kujan.

Io credo in Dio, e l’unica cosa di cui ho paura è Keyser Söze

Il cineasta de X-Men (2000) procede così attraverso scambi dialogici incisivi, veloci; quindi un campo/controcampo frenetico, con cui Singer costruisce ora la dimensione caratteriale di un Verbal “inefficiente” tra voli pindarici e linguaggio del corpo impacciato, ora quella di un Keaton “mastermind”. Espediente attraverso cui il regista statunitense amplifica gli effetti della digressione temporale, non riconducendola unicamente all’apertura di racconto, ma permeandola nella sua interezza; giocandovi tra passato e presente, nella crescita graduale dell’aura magnetica ed enigmatica di Keyser Söze tra urla strazianti di ungheresi e aneddoti incredibili:

Chi e’ Keyser Söze? Beh, pare che sia turco. C’è chi dice che il padre sia tedesco. Nessuno crede che esista davvero. Nessuno l’ha mai conosciuto; o visto qualcuno che abbia lavorato per lui. Ma a sentire Kobayashi chiunque avrebbe potuto lavorare per Söze. Non lo sapevano, era questo il suo potere. La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che lui non esiste.
[…] Un mito, una storia del terrore che i criminali raccontano ai figli; “se non obbedisci a papa’ Keyser Söze ti porta via”. Ma nessuno ci crede veramente.

La sorprendente climax de I soliti sospetti
La sorprendente climax de I soliti sospetti

Kevin Spacey
Kevin Spacey in una scena de I soliti sospetti

All’ombra di Keyser Söze, Singer “sporca” così il suo racconto di topos del cinema noir, imperniandolo di auto incendiate e stalli alla messicana; di incontri notturni, templi orientali, e sangue sulle pareti di un ascensore. Elementi che danno colore a I soliti sospetti, in un gioco d’intenzioni sceniche, di soggettive e inquadrature spezzate; di verità soggettive e rashomoniane con cui Singer ribalta il racconto in una risoluzione del conflitto scenico poderosa, degna de I diabolici (1953).

Alla maniera di Clouzot infatti, Singer codifica la più grande climax del cinema postmoderno americano, realizzando una ricostruzione integrale degli eventi finora raccontati; ponendo le basi di un solido intreccio scenico per poi disgregarlo, mostrandoci così un nuovo punto di vista narrativo. Così facendo, il cineasta de Operazione Valchiria (2008) opera un prodigioso lavoro di bricolage narrativo, nel giocare con l’anima ibrida di un racconto a metà tra il kammerspiel e l’heist movie; il cui plot twist valorizza il valore allegorico degli eventi mostratici, dispiegando così tutta la carica innovativa dell’opera – fino a quel momento appena accennata, e lasciata sedimentare.

Spacey & Singer: tornare indietro a prima degli scandali

I due Oscar, l’improbabile remake indiano del 2005 e l’inizio dell’ascesa di Spacey e Singer; di lì in avanti infatti, per il brillante attore e l’arguto cineasta sarà un periodo vivace e florido. Spacey dispiegherà il suo talento tra L.A. Confidential (1997), Il negoziatore (1998), il magnifico American Beauty (1999) e il prodigioso The Big Kahuna (1999); per Singer invece, un’opera matura come L’allievo (1998), le basi del cinecomic moderno con la trilogia degli X-Men (2000-2006) e il sottovalutato Superman Returns (2006).

Quasi vent’anni dopo, per entrambi arriveranno purtroppo le rivelazioni, le accuse, i processi sui social e le cause legali. Un declino lento e inesorabile che se per Spacey ha raggiunto il punto più basso nel recasting in favore di Christopher Plummer a produzione ultimata de Tutti i soldi del mondo (2017); per Singer, ha coinciso con il licenziamento nel mezzo delle riprese di Bohemian Rhapsody (2018) e la regia affidata a Dexter Fletcher.

Spesso si dice come bisogna saper scindere l’artista dall’uomo, a volte è difficile, altre volte è impossibile; a prescindere da tutto però, restano le opere. Nonostante il concept da “visione unica”, I soliti sospetti non perde un grammo del fascino di una scrittura elegante e ricercata, in un intreccio costruito e decostruito di netto che sembra riavvolgere il tempo; riportandoci indietro a prima degli orrori, al talento puro degli artisti emergenti – alle speranze di carriera luminose e non ancora toccate dallo scandalo.

La locandina de I soliti sospetti
La locandina de I soliti sospetti

Sintesi

Nonostante il concept da "visione unica", I soliti sospetti non perde un grammo del fascino di una scrittura elegante e ricercata, in un intreccio costruito e decostruito di netto da un plot twist che è pura climax leggendaria. Espediente che sembra riavvolgere il tempo scenico e di vita vera, riportandoci indietro a prima degli orrori, al talento puro degli artisti emergenti, a quando Kevin Spacey sapeva terrorizzare le platee tra Verbal Kint e il John Doe di Se7en (1995) e Bryan Singer era il più interessante nuovo volto registico.

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