I Peccatori recensione film di Ryan Coogler con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku e Jayme Lawson

Dopo aver fatto parte di due grandi franchise cinematografici (Creed e Black Panther), Ryan Coogler si dedica a un film più personale con I peccatori, film di vampiri ambientato nel sud degli Stati Uniti degli anni ’30. Protagonisti sono i gemelli Smoke e Stack, che tornano nella loro città natale per aprire un locale e ricominciare una nuova vita. L’arrivo dei mostri succhiasangue metterà in seria difficoltà questo proposito.
Se già durante la sua carriera Coogler ha dimostrato di destreggiarsi tra vari generi (drammatico, sportivo, supereroistico), al suo quinto film decide di creare direttamente un unico mix, confezionando un western con elementi da gangster movie (i due gemelli hanno un passato criminale), che nell’ultima parte (similmente a Dal tramonto all’alba) diventa un horror/action. Un miscuglio di generi che riflette la convivenza di molte etnie nella storia stessa (in un cast a maggioranza nera compaiono anche comprimari caucasici e asiatici).
Ritroviamo vari stilemi del cinema di Coogler: il suo attore feticcio Michael B. Jordan (qui nel ruolo dei due gemelli), il tema della famiglia (da quella costruita dai protagonisti in Creed a quella di sangue dei Black Panther), e il peso del passato. Soprattutto ritroviamo il tema del razzismo espresso tramite l’autoghettizzazione delle minoranze: come il Wakanda si isolava per paura del mondo esterno, qui i personaggi si rinchiudono in un edificio, prima per sfuggire ai dispiaceri della quotidianità, poi per sopravvivere all’attacco delle creature maligne. Una situazione d’assedio che non può non far pensare anche a molti film di John Carpenter, da District 13 a Fantasmi da Marte.
Il rischio di creare una mistura instabile è evitato grazie all’abilità del regista di costruire un efficace world building, gettando delle solide fondamenta per cui i cambi di tono e genere non sembrano fuori posto.
Purtroppo, lo stesso equilibrio formale non si riscontra a livello tematico e narrativo. Dopo una prima ora solida, in cui il film pianta diversi semi narrativi, la seconda parte accumula temi e spunti senza però riuscire a individuare un vero centro nevralgico. In particolare, il tema della musica — intesa come forma d’arte dotata di un’aura quasi mistica — è solo accennato in alcuni momenti, per poi essere sviluppato in modo contraddittorio, soprattutto nei minuti finali.
Fortunatamente la già citata padronanza di Coogler nella regia, nella messinscena e nella coesistenza dei generi, garantisce comunque uno spettacolo degno di nota, in grado di intrattenere nonostante la durata di oltre due ore.

