I cancelli del cielo

I cancelli del cielo recensione film di Michael Cimino con Kris Kristofferson e Isabelle Huppert

I cancelli del cielo recensione del film di Michael Cimino con Kris Kristofferson, Isabelle Huppert, Christopher Walken, Jeff Bridges, John Hurt e Sam Waterston

Dalle stelle alle stalle; dagli Oscar ai Razzie. In poco meno di 2 anni, Michael Cimino vede dissolvere la propria reputazione e fama. Tra il 1978 e il 1980 infatti, è riuscito a passare dall’essere ritenuto, a pieno titolo, il volto-rivelazione del cinema hollywoodiano, nonché folle simulacro della New Hollywood creativa, rampante e vincente, ad autore scomodo, maledetto, perfino un investimento pericoloso. Il motivo di un così repentino cambiamento dell’opinione comune è ascrivibile all’impatto avuto da I cancelli del cielo (1980).

La terza regia di Cimino vive da quarant’anni con la nomea di cult maledetto per eccellenza. Ebbe infatti il triplice (de)merito di: stroncare del tutto la carriera del Cimino autore visionario; causare il fallimento della United Artists; porre, infine, la definitiva pietra tombale sulla libertà creativa new-hollywoodiana. In tal senso, se tra studiosi e cinefili “di razza” vi è una discordanza d’opinioni sul ritenere chi tra Il laureato (1967); Gangster Story (1967); o perfino Easy Rider (1969) ha determinato l’effettivo inizio della New Hollywood, lo stesso non può dirsi sulla sua fine: ricondotta, in modo quasi del tutto unanime, all’opera di Cimino.

L'incipit de I cancelli del cielo
L’incipit de I cancelli del cielo

Che Cimino fosse una personalità geniale ma decisamente controversa era già chiaro dalla lavorazione de Il cacciatore (1978). Vincitore di 5 Oscar nel 1979 tra cui Miglior film e Miglior regia; manifesto totalizzante della libertà creativa della New Hollywood al pari di Apocalypse Now (1979) e della sua poetica registica; ma con una pre-produzione da strapparsi i capelli.

Un genio problematico tra arbitrati, budget raddoppiati e sestuplicati

La paternità dello script, ad esempio, portò a una diatriba con il co-autore Deric Washburn, poi risolta dall’arbitrato della Writer’s Guild. Sequenza come quella del prologo-esteso del matrimonio ortodosso, presentata in pre-produzione come “breve”, di appena 20 minuti, per poi ritrovarsi, in post-produzione, con un minutaggio di quasi un’ora. Ciliegina sulla torta, il montatore che lavorava su ordine degli executive della Universal dopo il mostruoso first cut da 3 ore e mezza (ritenuto invendibile dai produttori) venne licenziato in tronco da un Cimino che con in mano il final cut privilege non accettava tagli di sorta.

Michael Cimino sul set de I cancelli del cielo
Michael Cimino sul set de I cancelli del cielo

Il cacciatore è risultato infine un successo di critica e pubblico, un capolavoro da Oscar, ma a conti fatti, la Universal ha rischiato il tracollo in più occasioni; nello specifico a ogni potenziale imprevisto di una sequenza estesa. A circa un terzo del film infatti, Cimino aveva già superato largamente il budget consentito di 8 milioni e mezzo di dollari; la Universal ne spenderà in tutto poco meno del doppio, 13.

Ecco, per intenderci, con I cancelli del cielo e la United Artists, Cimino saprà fare di “meglio”: 7 milioni e mezzo di budget; 44 spesi a fine lavorazione, praticamente sestuplicato. A conferma di come, con una simile metodologia produttiva, se la Universal riuscì a schivare il colpo e a portare a casa il risultato, per la United Artists fu praticamente impossibile evitare il cataclisma finanziario.

Nel cast figurano Kris Kristofferson, Isabelle Huppert, Christopher Walken, Jeff Bridges, John Hurt e Sam Waterston; Joseph Cotten, Brad Dourif, Mickey Rourke, Ronnie Hawkins, Paul Koslo, Richard Masur e Geoffrey Lewis.

I cancelli del cielo: sinossi

Nel 1870 James Averill (Kris Kristofferson) e William Irvine (John Hurt) si laureano presso l’Università di Harvard. Vent’anni dopo, Averill è un maresciallo. Sta facendo ritorno a Casper, città in espansione a nord della Contea di Johnson, Wyoming in cui stanno accadendo eventi insoliti tra allevatori e coloni forestieri. Qui vive Irvine che collabora con Frank Canton (Sam Waterston), potente e crudele capo-bestiame, leader della WSGA (Wyoming Stock Growers Association). Canton ha infatti come obiettivo quello di uccidere 125 coloni come ladri e anarchici.

Un atto politico e di supremazia così da risolvere la piaga che li attanaglia. I migranti europei appena sbarcati dall’Europa infatti, rubano parte del bestiame per necessità così da far fronte all’estrema povertà in cui vivono. Per dissuaderli con le buone (e le cattive) Canton si serve di Nathan D.Champion (Christopher Walken). Un vigilante amico di Averill che nonostante gli incarichi vili, è un uomo di buon cuore e dall’etica lavorativa ben precisa.

Sam Waterson
Sam Waterson in una scena de I cancelli del cielo

Nonostante questo però c’è un punto specifico di Casper in cui tutto sembra sospeso: i cancelli del cielo/heaven’s gate. Una sala da ballo costruita dall’imprenditore John L. Bridges (Jeff Bridges), centro nevralgico della vita sociale dove la violenza lascia il posto ai balli e all’armonia. Ben presto però, l’inerzia della dinamica tra coloni e allevatori muterà radicalmente e toccherà ad Averill provare a risolvere le cose.

Cronaca di un disastro annunciato

I primi vagiti creativi de I cancelli del cielo risalgono al 1971. All’epoca, l’opera di Cimino – già noto nell’ambiente come sceneggiatore emergente – era intitolata The Johnson County War. Soggetto di chiaro stampo storico incentrato tutto su un episodio risalente all’indomani della guerra di secessione tra coloni immigrati e mercenari al soldo degli allevatori. È in questo periodo che si incrociano le strade di Cimino e United Artists per la prima volta. Cimino lo propose infatti come sua prima regia salvo poi, dopo netto rifiuto, ripiegare su Una calibro 20 per lo specialista (1974), di cui la United Artists curò la distribuzione.

Otto anni dopo e con Il cacciatore prossimo a diventare tra i capolavori della decade, la United Artists, che nel frattempo aveva inanellato una serie di successi tra Un uomo da marciapiede (1969); Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975); Rocky II; Moonraker; Manhattan (1979); si mosse per tempo e ingaggiò Cimino per quello che sembrava essere il suo prossimo successo.

Il preludio alla climax
Il preludio alla climax de I cancelli del cielo

Presentatosi al colloquio con in mano un ipotetico remake de La fonte meravigliosa (1949) con Robert Redford come protagonista – giudicato però poco allettante dai produttori – Cimino giocò d’anticipo e piazzò la zampata. Ripropose infatti il “vecchio” The Johnson County War con alcuni accorgimenti stilistici e un nuovo titolo: I cancelli del cielo.

La United Artists pensò di aver fatto il colpaccio, specie perché tra gli ingaggi di Kristofferson, Walken, Cimino e la sceneggiatura, andarono via giusto un paio di milioni. Le problematiche iniziarono però con la scelta del volto di Ella Watson. Nei piani della United Artists la parte sarebbe dovuta andare a Diane Keaton o Jane Fonda; entrambe rifiutarono. Cimino iniziò allora a puntare i piedi per avere Isabelle Huppert che dal canto suo era ancora acerba e parlava un inglese stentato. Nonostante il veto della produzione, ottenne la parte per volere di Cimino: l’inizio della fine per I cancelli del cielo.

La lavorazione maniacale di Michael Cimino, l’orgoglio della United Artists

Emerse infatti il Cimino problematico de Il cacciatore ma elevato all’ennesima. Il budget aumentò a 13 milioni. Dal set risultò come, nei primi sei giorni, Cimino fosse già in ritardo di cinque sul piano di lavorazione: in quasi una settimana aveva dilapidato un milione di dollari per un minuto scarso di pellicola. Un rallentamento catastrofico frutto di continue istruzioni alle comparse; minuscole e minime variazioni perfino dei panni stesi; set costruiti e demoliti; ricostruiti e ri-demoliti; interi dialoghi ripetuti fino allo sfinimento. Il risultato di un simile ritmo lavorativo fu che John Hurt, tra una scena e l’altra de I cancelli del cielo, ebbe modo di lavorare sul set de The Elephant Man (1980), portando a casa la performance che gli valse l’immortalità artistica.

Era evidente come la lavorazione stesse prendendo una bruttissima piega, specie perché i costi lievitavano sensibilmente aggirandosi intorno ai 20 milioni di dollari. Cifra consistente ma sempre contenuta, in fondo parlavamo del neo-Miglior regista per l’Academy. I produttori, che nel frattempo lavoravano a fari spenti su alternative come David Lean e Norman Jewison come alternative “di peso”, non misero però in conto come avrebbe reagito Cimino a simili critiche.

L'inizio delle ostilità tra allevatori e coloni ne I cancelli del cielo
L’inizio delle ostilità tra allevatori e coloni ne I cancelli del cielo

Dinanzi alla sfiducia generale, il regista de Il siciliano (1987) scelse di fare una cosa insolita: blindò il set alla produzione e alla stampa. Una situazione di folle impasse per qualche settimana dove il budget andò ben oltre i 20 milioni. A quel ritmo, il budget per I cancelli del cielo rischiava di schizzare a 50 milioni: il più costoso film di sempre.

Ecco come, resosi conto del rischio cataclisma, Cimino scese a patti con la produzione; rinunciò al final cut; aumentando infine il ritmo di lavoro. Nel momento di ritrovata fiducia generale, il disastro. 2 settembre 1979. Sul LA Times apparve un articolo dal titolo: Shoot-Out at Heaven’s Gate. Les Gapay, l’autore dell’articolo, era riuscito a sviare il casting superando i provini come comparsa. Ne emerse un ritratto spaventoso del regista premio Oscar: genio folle; megalomane schiavista soprannominato dalla troupe, Ayatollah; incapace di mantenere, in alcun modo, il controllo sul set – era la fine per I cancelli del cielo.

Il rimontaggio, l’indecoroso massacro dei critici statunitensi, l’ironico successo a Cannes

Cimino portò a compimento con una fatica immane la lavorazione, chiudendo i battenti a Marzo 1980. Tre mesi dopo, la disastrata opera filmica non era ancora stata visionata dalla United Artists. Il cineasta de Ore disperate (1990) giunse a un montaggio provvisorio di cinque ore e quarantacinque minuti; ridotti poi a cinque e mezzo con alcuni tagli.

La produzione lo mise definitivamente con le spalle al muro dandogli un ultimatum: “o un final cut da 3 ore o il film lo monta un altro”. Cimino si trovò così costretto a rispettare gli accordi, giungendo infine al montaggio definitivo di 3 ore e mezza. Nel novembre 1980 si consumò il massacro collettivo a opera della stampa di settore americana. All’anteprima nazionale i critici ci andarono giù pesantissimo dissanguando con recensioni affilate come lame il già traballante risultato ottenuto.

Christopher Walken
Christopher Walken in una scena de I cancelli del cielo

Cimino chiese di salvare l’opera; congelare il rilascio in sala; rimontandola in modo che risultasse più snella e fruibile. La United Artists accettò ma la critica statunitense la mise in croce per mancanza di coraggio. Ne uscì una terza versione da 2 ore e 40 minuti – quella cinematografica – che a conti fatti è un’opera snaturata e ancora più insoddisfacente. Massacrato dalla restante critica; disertato dal pubblico; 44 milioni di dollari di perdita: un disastro.

Ironia della sorte, nonostante le difficoltà e la messa in croce della stampa, il giorno in cui la United Artists annunciò la liquidazione, I cancelli del cielo veniva presentato a Cannes, incontrando il favore di critica e pubblico: l’ennesimo evento infelice capitato a un’opera sbilenca prodotta nel caos totale ma che deve molta della sua sfortuna a una critica inutilmente aggressiva.

I cancelli del cielo: il sogno americano macchiato di sangue

Eppure nonostante il pastrocchio produttivo e il massacro programmatico della critica dell’epoca; l’articolo di Gapay su una lavorazione mitologica; il Cimino-Ayatollah; i meriti artistici de I cancelli del cielo sono molteplici, seppur passati in secondo piano. Non ultimo, il regista de L’anno del dragone (1985) sviluppa una narrazione con cui proseguire il discorso iniziato con Il cacciatore e un Vietnam che nel suo essere agente disgregatore dell’inerzia valoriale della “vita in one-shot” del Mike Vronsky di De Niro, finisce con il gettare il sogno americano dei suoi russo-americani di seconda generazione tra alcool e topi galleggianti; traumi da senso di colpa e sangue.

Complice anche un evidente richiamo narrativo nel dispiego strutturale dell’intreccio, I cancelli del cielo, parte esattamente da qui. Cimino stavolta allarga sensibilmente la dimensione del conflitto scenico abbandonando la ben più facile (e trainante) rilevanza sociale del Vietnam per puntare gli albori della civilizzazione a stelle e strisce. Nel farlo, Cimino compie un atto sociologicamente sacrilego: smontare il topos del sogno americano dalle fondamenta.

Le carovane migratorie de I cancelli del cielo
Le carovane migratorie de I cancelli del cielo

L’opera del cineasta de Verso il sole (1996) sviluppa così la propria narrazione in un tripudio di cruda violenza e prevaricazione sociale verso il più debole e lo straniero. Un agire sistematico che prende vita tra fucilate, razzie e furti; fiamme e pistolettate; tentati stupri e lotta di classe con cui spezzare le reni degli immigrati stranieri. Nel mezzo però c’è l’Heaven’s gate che dà il titolo al racconto. Sala da ballo che funge da zona neutra e livellamento sociale di capitalisti e immigrati; uomini di legge e criminali; musicisti e prostitute; tutti ballano e cantano dimenticando l’incertezza del domani al suono dinamico di un violino a rotelle.

Meticolose immagini che danno vita a una civilizzazione corposa e popolosa e che a loro volta vivono della sfolgorante fotografia di Zsigmond di malinconiche albe e interni di un fiabesco chiaroscuro. Infine avvolte nella componente valoriale di un effettivo e dichiarato contro-sogno americano con cui Cimino procede alla progressiva destrutturazione dei valori capitalistici e del mito della frontiera lungamente mitizzato da John Ford; a cui cederà anch’egli il passo nel crepuscolare L’uomo che uccise Liberty Valance (1962).

La forza delle immagini, la relazione simbiotico-narrativa con Il cacciatore

Proprio per la loro natura geometricamente perfetta, lasciate crescere in una regia maniacalmente ineccepibile tra panoramiche da bocca aperta e campi lunghi a perdita d’occhio però, le immagini de I cancelli del cielo rischiano di perdersi nella loro insormontabile bellezza. Ogni sequenza di cui si caratterizza la narrazione di Cimino vive infatti di una moltitudine di eventi, di una tale perfezione kubrickiana, che finisce tuttavia con lo spezzare quello che sarebbe uno sviluppo armonico, netto, tipico; incidendo infine sullo sviluppo degli archi di trasformazione che risultano comunque rarefatti.

Kris Kristofferson e Isabelle Huppert in una scena de I cancelli del cielo
Kris Kristofferson e Isabelle Huppert in una scena de I cancelli del cielo

Ma è proprio questo lo stile di Cimino: magnificentemente postmoderno. Un linguaggio filmico fuori dal tempo che vive di un racconto di base new-hollywoodiano ma che per tempi, ritmo e montaggio – che qui complice la storia produttiva ha prodotto più danni che altro – sembra invece riecheggiare ai più puri kolossal del cinema moderno americano.

Qualcosa che se ne I cancelli del cielo salta all’occhio per via della sua vicenda infelice, ne Il cacciatore risulta invece ben mascherato – oltre che meglio gestito – grazie anche a un cast di fuoriclasse assoluti tra De Niro ma soprattutto Cazale, Walken, Savage e non ultimo la giovane ma già divina Streep.

I cancelli del cielo: i rimontaggi e la riabilitazione, una follia produttiva da preservare e riscoprire

Sui vari montaggi de I cancelli del cielo s’è discusso per decadi al punto che s’è sempre creduto che la versione da 219 minuti fosse quella definitiva mentre quella da 149 una barbara imposizione della United Artists. In realtà, entrambe risultano volute dall’autore che dal canto suo non ha mai voluto commentare le voci al riguardo, chiudendosi in un doloroso silenzio e assumendosi le sue responsabilità.

Eppure, negli anni, l’opera di Cimino è stata oggetto perfino di montaggi non autorizzati: dalla The butcher’s cut operata da Steven Soderbergh; al restauro compiuto da un’archivista della MGM – tale John Kirk – poi fatta sparire dalla circolazione perché non autorizzato. Nel 2012 infine la rinascita. Un nuovo montaggio di 216 minuti, definito da Cimino l’edizione definitiva, che riporta I cancelli del cielo in giro per l’Europa e in particolare al Festival del Cinema di Venezia. Applausi, celebrazioni: Cimino vede finalmente riabilitato il suo nome.

Kris Kristofferson
Kris Kristofferson in una scena de I cancelli del cielo

Vincitore del Razzie 1982 al Peggior regista, a fronte di 5 nomination tra cui Peggior film e Peggior sceneggiatura; ritenuto da Martin Scorsese un film dalle virtù sottovalutate; negli anni s’è spesso parlato de I cancelli del cielo come del disastro per eccellenza. Certo Cimino, il suo atteggiamento e il metodo “da Ayatollah” capriccioso hanno avuto una buona fetta di responsabilità, ma a quarantuno anni di distanza è chiaro come il simultaneo fallimento di una United Artists già in crisi economica ancor prima dell’arrivo di Cimino, ha come moltiplicato gli effetti devastanti sulla sua nomea, specie considerando che nello stesso periodo, opere come 1941 – Allarme a Hollywood (1979); Shining (1980); Reds (1981) ebbero comunque la loro parte di colpa nella famigerata transizione.

Il cinema stava semplicemente mutando pelle ancora una volta a fronte di un nuovo paradigma industriale. Le ambizioni registiche; le necessità produttive; un nuovo pubblico a cui rivolgersi; la New Hollywood sarebbe comunque morta perché incapace di rispondere alle nuove esigenze che il mercato loro presentava: serviva maggior disciplina, velocità d’intenti, e un approccio produttivo unitario; non a caso ad imporsi in quella decade sarà proprio Steven Spielberg, il regista veloce per antonomasia. Dal canto suo, I cancelli del cielo è stato unicamente il tonfo che ha fatto più eco, il pretesto del cambiamento, per questo l’opera di Cimino non va osteggiata, bensì studiata, compresa e infine preservata.

La locandina de I cancelli del cielo
La locandina de I cancelli del cielo

Sintesi

Causa ufficiale della fine della libertà creativa della New Hollywood, del fallimento della United Artists nonché pietra tombale del Cimino autore-visionario, eppure mai come nel caso de I cancelli del cielo di Michael Cimino la fama ha preceduto l'effettivo valore dell'opera. Bollato negli anni come Il Disastro, in realtà c'è un ché di magico nella sua narrazione. Un'opera sospesa tra passato e presente, kolossal moderno e correnti rivoluzionarie new-hollywoodiane non più da osteggiare, bensì da studiare, comprendere, preservare e riabilitare, lasciandosi ammaliare dalla fiabesca fotografia di Zsigmond e da quel suono di violino che per un attimo, sembra accantonare le ostilità xenofobe per lasciar spazio alla gioia e all'amore.

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