Hollywood Party

Hollywood Party recensione film con Peter Sellers [Flashback Friday]

Hollywood Party recensione del film di Blake Edwards con Peter Sellers, Claudine Longet, J. Edward McKinley e Steve Franken

Il decennio di cinema moderno americano tra gli anni Sessanta-Settanta ha permesso – nella transizione verso la New Hollywood – la realizzazione di alcune delle commedie più rilevanti dello scorso secolo. Da Il Dottor Stranamore – Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964); a Monty Python e il Sacro Graal (1975); passando per Per favore non toccate le vecchiette (1967); La strana coppia (1968); Fiore di cactus (1969); MASH (1970) e Frankenstein Junior (1974). Tra questi non può proprio mancare Hollywood Party (1968) di Blake Edwards, con cui il cineasta americano de Colazione da Tiffany (1961) e La grande corsa (1965), prosegue il sodalizio con il suo feticcio Peter Sellers a quattro anni da Uno sparo nel buio (1964) – tra i più fortunati film del ciclo de La Pantera Rosa (1963-1993).

Peter Sellers e la "famigerata" tromba di Hollywood Party
Peter Sellers e la “famigerata” tromba dell’incipit di Hollywood Party

Un’opera insolita Hollywood Party. Una commedia brillante “da camera” quasi totalmente improvvisata; un insolito kammerspiel con cui rievocare l’estetica geometrica, fredda e calcolata de La notte (1961) e nel concept la sequenza del ristorante de Play Time – Tempo di divertimento (1968) in un perfetto bilanciamento alla figura del Bakshi di Sellers. Deliziosa maschera comica che oggi – molto probabilmente – avrebbe vita brevissima. L’inglese Sellers infatti presta il suo volto nella variante “terra di siena” per portare in scena un indiano.

Hrundi Bakshi, tuttavia, non è il primo indiano interpretato da Peter Sellers, circa otto anni prima fu la volta dell’adorabile Doctor Kabir ne La miliardaria (1960) in un corteggiamento delicato verso la Epifania della Loren, che entrò di diritto nella storia del cinema – seppur l’opera di Anthony Asquith sia tutt’altro che memorabile.

Nel cast figurano Peter Sellers, Claudine Longet, J. Edward McKinley e Steve Franken, Carol Wayne, Marge Champion; e ancora Corinne Cole, Danielle De Metz, Kathe Green, Fay McKenzie, Denny Miller e Herbert Ellis.

Hollywood Party: sinossi

Hrundi Bakshi (Peter Sellers), un giovane attore indiano, recita come comparsa in un imprecisato film sul colonialismo inglese. Durante le riprese però, la sua estrema goffaggine rovina la lavorazione, ora sbagliando totalmente il tempo d’ingresso in scena; ora compiendo un assassinio “scenico” dimenticandosi di star indossando un cronometro da sub; o ancora azionando anticipatamente il detonatore di un castello impossibile da ricostruire. Il regista (Herbert Ellis) – su tutte le furie – lo bandisce dal set “a vita”, informando così il produttore Fred Clutterback (J. Edward McKinley) telefonicamente.

In preda alla rabbia cieca – e ancora con la cornetta in mano – Clutterback scrive il nome di Bakshi su di un foglio, non accorgendosi però che è il foglio degli invitati al party esclusivo, organizzato assieme alla moglie Alice (Fay McKenzie). Tra scarpe sporche in giro per casa, bottoni premuti; pappagalli affamati; camerieri ubriachi ed elefanti da lavare in piscina, Bakshi è pronto con la sua “carica distruttiva” da pesce fuor d’acqua a portare un po’ di casuale scompiglio tra gli invitati ingessati.

Peter Sellers e Claudine Longet in una scena de Hollywood Party
Peter Sellers e Claudine Longet in una scena de Hollywood Party

Il 1878 e i cronometri da sub 

Una traversata nel deserto di uno squadrone; delle cornamuse strazianti; un campo lungo che diventa piano medio di un uomo morente; degli uomini pronti a far fuoco sugli Ufficiali. L’uomo morente raccoglie tutte le sue forze, dà il segnale e suona la tromba. Gli uomini sparano; l’uomo viene colpito più volte; la tromba suona ancora, e ancora, e ancora, e ancora; un regista fuori campo urla “basta”. Tra un oggetto scenico proveniente dalla posteriorità, e un’esplosione accidentale da “scarpa slacciata” si apre il racconto di Hollywood Party in un dispiegarsi di battute frizzanti e perfetti tempi comici che Edwards cuce addosso all’istrionico Sellers e al “suo” Hrundi Bakshi.

In un andamento ritmico netto, misurato, e preciso come un orologio, il cineasta della saga de La pantera rosa realizza un’acuta riflessione alla Hollywood produttiva tra registi sulla graticola e scambi sessuali; valorizzando così il talento vivace e creativo dell’ex-Clouseau – qui nei panni di uno sbadato ed esilarante attore indiano che manda in malora un’intera produzione, in appena un giorno sul set.

Peter Sellers in una scena de Hollywood Party
Peter Sellers in una scena de Hollywood Party

Tra sbigottimento ed arrabbiature del meta-regista, Hollywood Party confeziona 7 minuti di risate a crepapelle – che di loro – valgono già quello che un tempo si diceva “il prezzo del biglietto”. Un momento essenziale nelle dinamiche narrative, perché gettante le basi del turning point “d’equivoco”. Con una semplice firma su di un foglio di carta infatti, Edwards catapulta così il suo Bakshi, nel “mondo straordinario” della vita reale – del party. Delineando così la trovata narrativa in modo efficace ed immediato attraverso cui potenziare la portata comica del suo vivace protagonista, in un kammerspiel insolito ed esilarante.

Hollywood Party e il suo “mondo straordinario”

In quello che più che un appartamento è, letteralmente, una reggia, il Bakshi di Sellers vi accede grazie all’accesso privilegiato; entrando così in un mondo straordinario sia a livello narrativo che morfologico, con cui far esplodere l’accezione comica del suo brillante protagonista in un contesto “insolito”. È qui che Edwards gioca con la trovata alla base de Hollywood Party nel pesce fuor d’acqua Bakshi. Ibrido narrativo-ispirato dei vari Chaplin, Keaton e Tati – alle prese con tante frivolezze tecnologiche e roba avveniristica.

Il talento di Sellers vive così di piccoli momenti comici con cui giocare con la fisicità e la sua vivace – e al contempo minimale – mimica; a partire dalla trovata in apertura di macro-sequenza tra una scarpa sporca, un piccolo pontile e piscine. Con una semplice scarpa che scivola via, Edwards non soltanto depotenzia l’elemento caratteriale del suo agente scenico da una parte, ma dall’altra amplifica, di riflesso della trovata comica, mostrandoci l’arena “da kammerspiel” nel suo insieme.

Peter Sellers e Carol Wayne in una scena de Hollywood Party
Peter Sellers e Carol Wayne in una scena de Hollywood Party

In una delicatezza scenica del modo in cui viene declinata, attraverso cui la comicità di Hollywood Party è si fisica, ma più da “film muto” e d’intenti, che non di battute incisive. Espediente con cui Edwards mostra un altro lato della comicità del Bakshi di Sellers; meno distruttiva ed esplosiva rispetto al prologo – ma più “d’equivoci”. Con il dispiego dell’intreccio e l’allargamento dell’arena scenica, Edwards gioca non soltanto, però, con il talento di Sellers ma anche con la connotazione da “pesce fuor d’acqua” del suo Bakshi.

Un incedere di dinamiche relazionali, con cui il cineasta de Victor Victoria (1982), mostra la vacuità dei rapporti della borghesia e degli altolocati; dove, in mezzo a chiacchiere lascive e narcisismo, Edwards butta dentro la genuinità di Bakshi, rendendolo protagonista di gag esilaranti “da lotta di classe” – e della crescita della componente romantica assieme alla Monet della Longet.

Tra polli volanti e involontari schiuma party

La componente comica, viene così sviluppata con il dipanarsi del racconto, in una crescita graduata che vive non soltanto delle trovate di Sellers e della sua mimica, ma anche dell’autentico deuteragonista del racconto: il cameriere alcolizzato di Steve Frankel. Chiaramente una macchietta, una funzione scenica, resa però splendidamente dall’iper-espressività del suo interprete. Una sbronza che ha superato i confini del tempo e che trova nella sequenza della sua cena la sua più pura espressione comica nel racconto di Hollywood Party.

L'elefante colorato di Hollywood Party
L’elefante colorato di Hollywood Party

Posti a sedere/poggiapiedi con cui sottolineare ancora il dislivello sociale; polli volanti; parrucche e diademi – e la porta girevole più divertente della New Hollywood; e ancora water otturati; rotoli di carta igienica infinita; porte girevoli, e pistole con cui colpire predatori sessuali cinematografici. Sino a una risoluzione del conflitto scenico con cui Edwards codifica la portata comica del Sellers di Bakshi in un’evoluzione da “equivoca” a “distruttiva” come nell’incipit; operando da totale livellamento del divario sociale, e susseguente accettazione. Tra tuffi in piscina, schiuma ed elefanti “colorati”, l’ingresso scenico della Molly della Green, libera lo spirito vitale dei commensali che trovano così una sorta di rinascita in un’orgia di bollicine e musica.

Una delle più pure espressioni filmiche della New Hollywood

In uno degli happy ending più delicati della New Hollywood, Blake Edwards realizza un piccolo gioiello dai toni vivaci. Un racconto che proprio per la sua atipicità strutturale da kammerspiel, correva il rischio di venire compresso in una narrazione statica, senza guizzi e dal ritmo compassato – esattamente l’opposto di Hollywood Party.

La verve comica di un Sellers ispirato, trova così terreno fertile in un racconto che è critica sferzante ai favori sessuali di Hollywood, alla lotta di classe, e un umorismo genuino che è omaggio alla tradizione del muto e alla commedia brillante. Tante anime filmiche che trovano valorizzazione in alcune delle gag più esilaranti mai concepite. È esattamente questo Hollywood Party, in quella che nasce come una casuale digressione del sodalizio Edwards-Sellers dall’Ispettore Clouseau e La Pantera Rosa, e che finisce con l’essere tra le più grandi commedie di tutti i tempi.

La locandina di Hollywood Party
La locandina di Hollywood Party

Sintesi

Quella che nasce come una casuale digressione del sodalizio Edwards-Sellers dall'Ispettore Clouseau e La Pantera Rosa, finisce con l'essere tra le più grandi commedie di tutti i tempi. Con Hollywood Party, Edwards cuce addosso a un ispirato Sellers un racconto che è critica sferzante ai favori sessuali di Hollywood, lotta di classe, e un umorismo genuino che è omaggio alla tradizione del muto e alla commedia brillante; tante anime filmiche che trovano valorizzazione in alcune delle gag più esilaranti mai concepite.

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