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Hamnet recensione film di Chloé Zhao con Jessie Buckley e Paul Mescal

Hamnet recensione film di Chloé Zhao con Jessie Buckley, Paul Mescal, Zac Wishart, Joe Alwyn e Justine Mitchell [RoFF 20]

Hamnet di Chloé Zhao (Credits: Agata Grzybowska - Focus Features)
Hamnet di Chloé Zhao (Credits: Agata Grzybowska – Focus Features)

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, il nuovo lungometraggio di Chloé Zhao – che torna alla manifestazione dopo Eternals nel 2021 – è un viaggio intenso nella crescita reciproca e nella fragilità umana, nonché uno dei titoli più significativi e toccanti dell’intera stagione cinematografica.

Ambientato nel tardo Cinquecento, nella cittadina inglese di Stratford-upon-Avon, il film racconta la storia di Agnes, una giovane donna misteriosa e profondamente legata alla natura, che si innamora di William (Paul Mescal), un docente di latino con il sogno di diventare drammaturgo. I due si sposano e hanno dei figli, ma la loro serenità familiare viene infranta dall’arrivo della peste, che devasterà la città e porterà via il giovane figlio Amleto.

Hamnet è un film lento, non tanto nel ritmo della narrazione, quanto nel modo in cui lascia respirare ciò che lo circonda. Fin dai primi istanti vediamo una donna accovacciata sul terreno di una campagna: il verde intenso degli alberi si contrappone al rosso vivo della sua veste. È in quel momento, a pochi secondi dall’inizio, che si resta catturati da un’immagine di straordinaria grazia visiva, colorata, poetica, elegante e intrisa di una dolcezza malinconica.

L’impressione di trovarsi davanti a un quadro romantico è immediata e potente, e la sensazione di seguire una storia immersa in un simile contesto visivo rappresenta già un successo fin dalle prime immagini.

Chloé Zhao trasforma in poesia ogni elemento che inserisce nel racconto: la fiamma dell’amore, il fragile equilibrio sociale in cui si muovono i giovani protagonisti, fino all’irrompere della malattia e di tutte le difficoltà che ne derivano.

Uno dei timori più grandi era che la pellicola non riuscisse a restituire il coinvolgimento emotivo del romanzo – quell’angoscia profonda e travolgente capace di imprimersi nel cuore di chi legge – ma la sensibilità, e insieme l’eleganza, con cui la regista sceglie di affrontare la materia lasciano profondamente colpiti.

Ammettiamolo: Hamnet non è affatto un’opera semplice da affrontare. Trascina lo spettatore negli abissi della mente umana, costringendolo a confrontarsi con emozioni e situazioni che nessuno vorrebbe davvero vivere, osservare, né tantomeno immaginare. È un lungometraggio che restituisce con intensità la sofferenza per la perdita di un figlio, ma che al tempo stesso conserva un tono composto e sospeso, di estrema delicatezza.

La malattia viene rappresentata con un’eleganza sobria e contemplativa, capace di trasformare l’addio in un’immagine di rara, silenziosa bellezza – qualcosa che il cinema riesce a evocare solo di rado.

Jessie Buckley offre non solo la sua prova più intensa del film, ma probabilmente la più straordinaria della sua carriera. Il suo volto parla più di qualsiasi dialogo: è il ritratto di una donna segnata dal tormento, introversa e misteriosa, capace di comunicare la propria condizione di madre e di essere umano con una forza che supera ogni parola o concetto.

Il film non è però soltanto un racconto sul dolore e sulla perdita, ma anche un racconto di rinascita, di accettazione e di silenziosa resilienza. Schiacciati da una sofferenza ineludibile, Agnes e William reagiscono alla perdita in modi opposti: lei si ritira nel silenzio e nella solitudine più profonda, lui riversa il proprio tormento nella scrittura, trasformando la tragedia personale in arte. Attraverso il teatro, il dolore diventa racconto condiviso, esperienza collettiva a cui tutti partecipano, come se assistere a quella rappresentazione significasse, in qualche modo, condividere e comprendere la sua ferita.

Chi conosce già la storia originale sa bene che il dramma nel primo atto è solo l’inizio, destinato a sfociare in qualcosa di ancora più profondo e struggente: un territorio emotivo da cui l’animo umano tenta invano di fuggire. La morte appare – come suggerisce questa drammatica vicenda – come un momento necessario alla comprensione stessa della vita, e proprio per questo va accolta come parte del suo ciclo naturale: non una conclusione, ma un passaggio che illumina e dà significato a tutto ciò che l’ha preceduta.

Parlare di Oscar sarebbe forse prematuro, o persino scaramanticamente rischioso, ma Chloé Zhao si conferma senza dubbio una delle registe con la visione più limpida e autentica del cinema contemporaneo. La sua capacità di fondere l’umano con lo spazio che lo circonda, e il cinema con le sue forme più alte di espressione, rivela una forza vitale rara e profonda: quella della creazione artistica come unico, vero strumento capace di opporsi al male e di trasformarlo in bellezza.

Hamnet di Chloé Zhao (Credits: Focus Features)
Hamnet di Chloé Zhao (Credits: Focus Features)

 

Sintesi

Hamnet è un film di straordinaria delicatezza visiva e emotiva, in cui Chloé Zhao riesce a fondere poesia, dolore e rinascita. Attraverso la storia di Agnes e William, la regista racconta la perdita di un figlio con un’eleganza sobria, trasformando la tragedia in un’esperienza universale e profondamente umana, dove ogni immagine sembra un bellissimo quadro romantico e ogni silenzio racchiude un’emozione autentica.

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