Halloween - La notte delle streghe

Halloween – La notte delle streghe recensione film di John Carpenter

Halloween – La notte delle streghe recensione del film di John Carpenter con Jamie Lee Curtis, Donald Pleasence e Nick Castle

Gli anni settanta sono da ritenersi uno dei crocevia essenziali nello sviluppo del cinema horror. Un totale abbandono di quella dimensione dell’elemento orrorifico come puramente funzionale allo sviluppo di tematiche sociali a favore di narrazioni più corpose, solide, dall’elemento horror marcato e radicato. Il cinema horror tra gli anni cinquanta e sessanta ha un po’ subito la stessa sorte del sci-fi. Progetti alla stregua del b-movie, come nel caso de L’invasione degli Ultracorpi (1956) di Don Siegel o La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero, con cui trattare d’infiltrazioni comuniste e tematiche d’intolleranza razziale. La decade di massimo splendore della New Hollywood ha inciso anche sul cinema horror. Sono infatti gli anni dei capolavori del genere come L’esorcista (1973) di William Friedkin; Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper; non ultimo proprio Halloween – La notte delle streghe (1978) di John Carpenter.

Autentica pietra miliare del genere slasher, imitato in tutti i modi possibili, da Venerdì 13 (1980), ad Hell Fest (2018) – è un high-concept vincente quello di Halloween. Efficace, semplice, produttivamente valido, tanto da generare sette sequel, un remake a opera di Rob Zombie; e un mezzo sequel-reboot targato Blumhouse a quarant’anni dal gioiello di Carpenter. Quest’ultimo in particolare – diretto da David Gordon Green – rievoca in parte le atmosfere del primo pur depotenziando sensibilmente la ratio di Michael Myers; cancella gli eventi dal III (1982) in poi, e riparte da Il signore della notte (1981).

Michael Myers
Nick Castle/Michael Myers in una scena de Halloween – La notte delle streghe

La lavorazione di Halloween – La notte delle streghe ha un ché di mitologico. Il budget era irrisorio, bassissimo, e la larga parte andò per ingaggiare Donald Pleasence (il più pagato, 20.000 dollari), ma non fu la prima scelta. Per il ruolo del Dottor Loomis infatti, Carpenter e Debra Hill puntarono su Christopher Lee e Peter Cushing, ma entrambi rifiutarono. Accettata la parte, Pleasence ammise però:

Non capisco il copione e non mi piace.
L’unica ragione per cui ho accettato è perché il tuo primo film è piaciuto a mia figlia.

Jamie Lee Curtis, all’esordio assoluto, fu la seconda più pagata (8.000 dollari). Scelta unicamente perché era la figlia di Tony Curtis e Janet Leigh di Psycho (1960) ma che con la sua aura da “pura e innocente” ma al contempo temeraria, ha dato la svolta alla narrazione – tornando infatti a collaborare con il successivo Fog (1980). Per Nick Castle invece, che si saprà reinventare ottimo regista con l’iconico The Last Starfighter (1984), per la sua fisicità in Halloween, beccò appena 25 dollari al giorno.

Tra omaggi e lettere d’amore ad Howard Hawks

Una bontà narrativa riconducibile anche a dei sensibili omaggi che non fanno che accrescerne la valenza filmica. Dalla maschera di Michael Myers che altro non è che il volto gommato del Capitano Kirk di Star Trek e la cui ispirazione si riconduce a Occhi senza volto (1960); al Sam Loomis di Donald Pleasence il cui nome rievoca uno dei personaggi di Psycho.

La cosa da un altro mondo
L’omaggio a La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks in Halloween – La notte delle streghe

Halloween è soprattutto l’ennesimo step in carriera, con cui John Carpenter rende omaggio al suo maestro Howard Hawks. Declinando così un doppio riferimento tra lo sceriffo Leigh Brackett di Charles Cyphers che rievoca il nome della co-sceneggiatrice di Un dollaro d’onore (1959) oltre che L’impero colpisce ancora (1980); e un’evidente citazione testuale a La cosa da un altro mondo (1951) – premonitore del remake che arriverà quattro anni più tardi. Oltre a ciò, in realtà, l’opera di Hawks sembra quasi specificarci narrativamente la natura di Myers; un essere abnorme, disumano “da un altro mondo”, un fantasma di un tempo passato che vive di dolore imperituro e cieca vendetta.

Halloween – La notte delle streghe: sinossi

1963, Haddonfield. Un giovane Michael Myers (Will Sandin) uccide la sorella Judith (Sandy Johnson) accoltellandola più volte. Il bambino viene così rinchiuso nel manicomio di Smith’s Grove, dove verrà seguito dallo psichiatra Sam Loomis (Donald Pleasence). Quindici anni dopo, ormai poco più che maggiorenne, Myers (Nick Castle) fugge dal manicomio e torna nella città natale; Loomis intuisce la destinazione e si mette sulle sue tracce.

All’alba del 31 ottobre, Michael uccide un meccanico per rubargli i vestiti e tornare nella casa dell’efferato omicidio; che negli anni ha assunto un’aura da “casa stregata” a seguito dell’evento traumatico. Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) lo incontra accidentalmente (e inconsapevolmente) per via di una commissione del padre agente immobiliare; l’evento attirerà l’attenzione di Michael che come un cacciatore, scatena il suo istinto di sopravvivenza e dà inizio a una caccia senza tregua. È l’alba del 31 ottobre, è arrivata La notte delle streghe; è tempo di Halloween.

Nick Castle
Nick Castle sul set di Halloween – La notte delle streghe

L’incipit tra zucche luminose e soggettive hitchcockiane

Sono iconiche e perfino scolastiche le prime battute di racconto di Halloween di John Carpenter. Sfondo nero su scritte arancio zucca e sulla sinistra l’avvicinarsi a tutto schermo di una tipica zucca con una candela al suo interno. Un espediente semplice, che denota l’immediatezza del linguaggio filmico con cui il cineasta de La cosa (1982) ci fa saggiare le atmosfere sceniche del suo high concept horror. Un entrare sin dentro l’occhio tremolante della fiamma della zucca, e poi il vuoto del buio; effetti amplificati che trovano così valorizzazione grazie all’iconica colonna sonora composta dallo stesso Carpenter.

Will Sandin
Will Sandin come piccolo Michael Myers in una scena de Halloween – La notte delle streghe

Malocchio e gatti neri, malefici misteri. Il grido di un bambino bruciato nel camino. Nell’occhio di una strega; il diavolo s’annega. E spunta fuori l’ombra: l’ombra della strega! La vigilia d’Ognissanti han paura tutti quanti: è la notte delle streghe! (Chi non paga presto piange!)

Una spettrale filastrocca che va così a configurare il tono del racconto e dell’incipit codificato da Carpenter. Attraverso un’incisiva e cruda soggettiva infatti, il regista procede a passo d’uomo sin dentro l’appartamento in un voyeurismo quasi hitchcockiano nel vedere una coppia che pomicia da dietro una finestra. Il movimento della camera è fluido, delicato, abbatte le barriere architettoniche ed entra dentro. Poi il più classico topos del coltello da macellaio, l’incedere della colonna sonora e la coppia che si separa.

La soggettiva sale su per le scale; la tensione si taglia col coltello nel buio pesto. Poi una maschera presa da terra, quasi a giocare con le intenzioni e una familiarità con l’ambiente scenico. Un assassinio; un ansimare; un nome urlato: “Michael”. In un bambino vestito da pagliaccio con in mano un coltello insanguinato, Carpenter ci presenta il suo “innocente” killer. Ponendo così le basi drammaturgiche del conflitto scenico che trovano una sensibile valorizzazione nella digressione temporale in avanti.

Intenzioni sceniche a inquadratura fissa: Carpenter e la creazione della suspense

Un flash forward, il presente diventa futuro che diventa a sua volta presente scenico-narrativo; ampliando il contesto scenico, approfondendolo e mostrandoci l’evoluzione di Michael nelle successive decadi. Lo sviluppo del racconto permette così d’introdurre l’ingresso scenico del competente Dottor Loomis di un misurato e incisivo Pleasence. Espediente con cui Carpenter alza la posta in gioco nel buio della notte di una pioggia incessante, giocando così su una presentazione di riflesso del suo temibile villain scenico. Una depersonalizzazione totale con cui amplificare l’aura malefica e mitologica del Myers di Castle nella codifica di una criticità narrativa fatta di vetri rotti, regia fluida e dinamica e jump-scare.

Un linguaggio filmico certamente innovativo, che trova conferme con l’ingresso scenico della Laurie Strode della Curtis. Espediente attraverso cui il cineasta de Christine – La macchina infernale (1983) delinea una caratterizzazione compiuta del suo agente scenico tra la passione per il cinema horror e poca attenzione alle superstizioni. Così facendo Carpenter amplia il contesto scenico. Mostrandoci le conseguenze dell’atroce delitto a distanza decadi attraverso cui introdurre la dinamica relazionale che è il cuore del racconto di Halloween: la caccia di Michael Myers a Laurie Strode.

Michael Myers in una scena de Halloween - La notte delle streghe
Michael Myers in una scena de Halloween – La notte delle streghe

Nell’introdurre infatti una specifica causale con cui giustificare l’incrocio degli archi narrativi di Michael e Laurie; Carpenter realizza un gioiello di suspense fatto di composizioni d’immagini spezzate e semi-soggettive sporche. Jump-scare valorizzati da perfetti sync musicali, e campi lunghi mascherati di quell’inquadratura tenuta quei due-tre secondi in più del normale attraverso cui però il cineasta de 1997 – Fuga da New York (1981) costruisce tensione nel giocare con le intenzioni del suo psicotico killer.

In un incedere fatto di presenza/assenza; di vedo/non vedo; di osservare a distanza da siepi e dal sedile di un auto – un gioco sagace d’intenzioni sceniche a inquadratura fissa e composizione d’immagine. Carpenter procede così a ricodificare elementi normali di vita quotidiana, in una cura scenografica con cui far immergere lo spettatore nel mood “dolcetto o scherzetto” da cui emerge l’insolita natura da coming-of-age. Gli eventi traumatici che prenderanno piede lungo tutto il terzo atto della robusta narrazione imbastita da Carpenter infatti, diventeranno al contempo trasformazione di Laurie da giovane repressa a temeraria sopravvissuta.

Halloween – La notte delle streghe: una notte da incubo

La notte da incubo diventa il nodo focale del racconto. Un incedere di delitto in delitto. Un’efferatezza con cui amplificare l’aura malvagia di Myers a cui il cineasta de Il seme della follia (1994) cuce addosso la definitiva e testuale presentazione:

L’ho incontrato quindici anni fa, era come svuotato. Non capiva; non aveva coscienza, non sentiva; anche nel senso più rudimentale, né gioia, né dolore, né male, né bene; né caldo, né freddo. Spaventoso. Un ragazzo di sei anni con una faccia atona, bianca, completamente spenta; e gli occhi neri, gli occhi del Diavolo. Per otto anni ho tentato di riportarlo a noi, ma poi per altri sette l’ho tenuto chiuso, nascosto; perché mi sono reso conto con orrore che dietro quegli occhi viveva e cresceva il male.

Jamie Lee Curtis e Nick Castle
Jamie Lee Curtis e Nick Castle in una scena de Halloween – La notte delle streghe

Carpenter potenzia così il silenzioso agente scenico dalla micidiale risolutezza, che va a mutare la natura narrativa di Halloween. La componente da survival horror permea il racconto nella sua totalità in un gioco d’attese tra citazioni cinematografiche e isolati delitti che diventa puro cinema d’assedio. Carpenter rielabora la lezione filmica de Distretto 13: le brigate della morte (1976) in una sfumatura orrorifica slasher. Un incedere di momenti ironicamente macabri sino ad altri più cupi, con cui stringere il cappio attorno a Laurie Strode.

Buio pesto e luce fioca; una sagace soggettiva nel salire le scale. Nella mimica di una straordinaria Curtis e un jump-scare dai perfetti tempi narrativi, Carpenter ribalta totalmente l’abituale inerzia di genere. Da facile preda infatti, la dimensione caratteriale di Laurie cresce sino a “dura a morire” e infine sopravvissuta da cui emerge l’incredibile capacità registica di Carpenter nel creare spazio dentro un semplice camerino e tensione con una comune gruccia per abito.

Un cult intramontabile che resiste allo scorrere del tempo 

Nell’incrocio degli archi narrativi di Laurie e di un Loomis autentico Deus ex machina Halloween dispiega la portata di un finale aperto, enigmatico, autentica backdoor del successivo Il signore della notte. Il sequel del 1981, per quanto non all’altezza del predecessore, riesce a essere organicamente perfetto; riprendendo gli eventi esattamente dalla sorprendente chiusa del gioiello filmico del 1978.

Negli anni l’opera del cineasta de Essi vivono (1988) è stata oggetto delle più svariate interpretazioni. Chi lo ha accusato di misoginia e chi invece ha lodato l’insita purezza di Laurie in relazione al contesto scenico di riferimento; riflessione che Carpenter ha rispedito al mittente, ma che ha indirettamente dato vita a un topos di genere – a conferma dell’importanza avuta nel corso delle decadi.

A differenza di tutti i capitoli successivi infatti, il fascino del capostipite della saga – Halloween – La notte delle streghe – rimane immutato allo scorrere del tempo. Un high-concept slasher che è autentico capolavoro produttivo in una narrazione solida e semplice che unisce macabro, violenza, sadismo, purezza e un assassino spietato con il volto del Capitano Kirk. È la prima importante svolta nella carriera di John Carpenter, che segna l’immaginario, ingrana la quarta, e si prepara ai gloriosi anni ottanta – la decade più florida e narrativamente vivace del suo opus filmico.

La locandina di Halloween - La notte delle streghe
La locandina di Halloween – La notte delle streghe

Sintesi

A differenza di tutti i capitoli successivi, il fascino del capostipite della saga, Halloween - La notte delle streghe (1978) rimane immutato allo scorrere del tempo. Un high-concept slasher avvolto in una narrazione solida e semplice che unisce macabro, violenza, sadismo, purezza e un assassino spietato con il volto del Capitano Kirk. Un autentico capolavoro produttivo che rappresenta la prima importante svolta nella carriera di un John Carpenter che segna l'immaginario, ingrana la quarta, e si prepara ai gloriosi anni ottanta, la decade più florida, iconica, e narrativamente vivace del suo opus filmico.  

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