Gli Argonauti

Gli Argonauti recensione

Gli Argonauti recensione del film di Don Chaffey con Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Niall MacGinnis e Michael Gwynn

Siamo nel 1963, il peplum ha raggiunto il massimo splendore produttivo visto il “recente” Oscar al Miglior film di Ben-Hur (1959) e la portata politicamente sovversiva di quel Spartacus (1960) firmato Dalton Trumbo, con Kirk Douglas e Stanley Kubrick alla regia. Il terreno è fertile per le sperimentazioni e atipicità del genere, ed è proprio in questo filone che s’inserisce Gli Argonauti (1963) di Don Chaffey.

Al di là di alcune atipicità narrative – su cui torneremo dopo – la marcia in più de Gli Argonauti è data dalla collaborazione con il pioniere dell’animazione a passo uno Ray Harryhauser. Con all’attivo già dieci collaborazioni da Il re dell’Africa (1949) a La terra contro i dischi volanti (1956); la cura del lavoro di Harryhauser era certosina e meticolosa. Si racconta, infatti, che per realizzare la celebre sequenza finale – di appena tre minuti – ci vollero quattro mesi di lavoro.

L'esercito di scheletri nella climax de Gli Argonauti
L’esercito di scheletri nella climax de Gli Argonauti

L’impatto avuto dalla tecnica di Harryhauser ebbe rimandi ovunque nella storia del cinema. Da Ishiro Honda per la saga di Godzilla (1954); a Tim Burton e Peter Jackson; sino a Sam Raimi e Guillermo Del Toro. Aprendo così la strada non solo alle sperimentazioni nel campo degli effetti speciali, ma anche a nuove forme di animazione. In tal senso Gli Argonauti ha rappresentato la vetta artistica del suo lavoro a passo uno, al punto che se per Harryhauser è il miglior film a cui abbia mai collaborato; Tom Hanks – agli Oscar 1992 – lo definì un capolavoro degno de Quarto potere (1941) e Casablanca (1942).

Nel cast de Gli Argonauti figurano Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Niall MacGinnis; e ancora Michael Gwynn, Honor Blackman, Nigel Green, Jack Gwillim, Douglas Wilmer e Patrick Troughton.

Gli Argonauti: sinossi

A seguito di una profezia, Pelia (Douglas Wilmer) usurpa il trono di Tessaglia uccidendo il re Aristo e la sua prole. La profezia – in realtà – non gli viene rivelata per intero; e a seguito di quest’azione spregevole, Pelia è condannato a crollare per mano dell’unico figlio maschio di Aristo – superstite alla strage – Giasone (Todd Armstrong).

Vent’anni dopo, gli Dei danno a Giasone l’opportunità di ribaltare la situazione, salvando la vita a un ormai anziano Pelia che riconosce in lui il suo profetico “carnefice”. Anziché combatterlo, Pelia preferisce incoraggiarlo a intraprendere un avventuroso viaggio ai confini del mondo – alla ricerca del Vello d’oro.

I titoli di testa de Gli Argonauti
I titoli di testa de Gli Argonauti

Giasone, riuniti alcuni degli eroi più valorosi della sua epoca, tra cui il semi-dio Ercole (Nigel Green) e il figlio dello stesso Pelia – Acasto (Gary Raymond) – sotto mentite spoglie, intraprende l’epico viaggio. Tra creature spaventose, orrende arpie, il titano Talos e il Dio Poseidone, Giasone potrebbe davvero aver intrapreso un viaggio di sola andata per l’Ade.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio 

Il valore dell’epica de Le Argonautiche è oltre ogni immaginazione. Il poema epico di Apollonio Rodio, oltre a essere l’unico oltre gli Omerici e l’Eneide, ad esserci arrivato integralmente, rappresenta appieno i canoni aristotelici delle unità d’azione, tempo e luogo; trattando di un unico argomento in una narrazione dalla chiusura ciclica e compiuta.

In realtà a leggere il poema epico originale, ne Gli Argonauti di Don Chaffey non c’è poi tantissimo. L’opera di Apollonio Rodio (295-215 a.c.), suddivisa in quattro libri e 5836 versi in esametri, racconta de Gli Argonauti di Giasone e della gesta per la conquista del Vello d’oro. Tuttavia l’adattamento di Chaffey è da intendersi come più come una rielaborazione del Mito che non una pedissequa ricostruzione filmica.

Todd Armstrong e Nancy Kovacs
Todd Armstrong e Nancy Kovacs in una scena de Gli argonauti

Se il primo libro e circa metà del secondo risultano adattati in modo quasi sorprendente, già il terzo ha un evidente rimescolamento narrativo. Ne Gli Argonauti manca totalmente l’approfondimento delle dinamiche tra gli Dei per venire in soccorso di Giasone; risultando così, fortemente depotenziate nell’economia del racconto. Al pari del ruolo scenico di Medea, dalla caratterizzazione appena accennata – rispetto a Le Argonautiche – e dalla dinamica relazionale con Giasone oltremodo semplificata.

La grossa differenza nell’andamento del racconto tra l’opera di Apollonio Rodio e l’adattamento filmico di Chaffey ed Harryhausen, sta soprattutto nella risoluzione del conflitto scenico. Della suggestiva climax de Gli Argonauti a base di spade e scheletri, non v’è traccia ne Le Argonautiche; al suo posto – invece – il duello con il titano Talos, una delle scene chiave del racconto di Chaffey. In ambo le opere è fedele il trattamento riservato alla dinamica relazionale tra Palos e Giasone. Dando così al topos del viaggio alla ricerca del Vello d’oro, la funzione di risoluzione “altra” della famigerata profezia.

La doppia dimensione narrativa e il valore del lavoro di Harryhausen

L’apertura di racconto de Gli Argonauti è espressione di una grande cura nell’essenza dell’aspetto mitologico. Nel valore della profezia degli indovini – e di riflesso – su dove finisce il libero arbitrio e dove inizia la volontà degli Dei, nell’agire umano. Una connotazione che, nel presentarci il contesto scenico, rappresenta un’evidente atipicità narrativa all’interno del cinema di genere.

Laddove i Ben-Hur e gli Spartacus hanno raccontato unicamente degli uomini e delle azioni terrene degli stessi, Gli Argonauti amplia gli orizzonti narrativi; valorizzando la connotazione mitologica del racconto con cui mostrarci non soltanto le azioni degli uomini, ma anche quella degli Dei. Così facendo, Chaffey rende il racconto molto più vivace e dinamico. Giustificando narrativamente le digressioni temporali e dando maggior profondità al contesto scenico – reso possibile per mezzo di un montaggio – tuttavia – abbastanza approssimativo.

Talos il titano in una scena de Gli Argonauti
Talos il titano in una scena de Gli Argonauti

Nello sviluppo dell’intreccio, dal ritmo immediato e netto, Chaffey gioca con la bipolarità narrativa del suo racconto, ora nella dimensione divina, ora in quella terrena configurandola nella tipica dicotomia “di genere” bene/male; fregiandosi così dei – pionieristici– effetti speciali a passo uno di Ray Harryhausen. Attraverso tale tecnica, Harryhausen ci porta realmente nell’Antica Grecia dei Miti. Dando colore al racconto de Gli Argonauti per mezzo di dislivelli dimensionali tra Giasone e Zeus nell’Olimpo; apparizioni di Dei sulla terra e susseguenti trascendenze al cielo; nel dar vita al titano Talos, al far emergere il Dio Poseidone, e a uno spaventoso esercito di scheletri.

La bellezza degli avanguardistici effetti speciali di Harryhausen nei momenti topici risulta funzionale – oltre che nell’economia del racconto –  a livello “strategico”; permettendo a Chaffey di mascherare gli evidenti limiti registici, e di “offuscare” gli ancor più evidenti limiti della recitazione decisamente non all’altezza del Giasone di Armstrong, ora nella fisicità, ora nella mimica.

Gli Argonauti: un’opera pionieristica che guarda al futuro del cinema

Pur con tutti i limiti narrativi di un racconto dallo sviluppo zoppicante, Gli Argonauti risulta ancora oggi tra i film simbolo della sua epoca cinematografica. Nonostante la frettolosa risoluzione del conflitto scenico, l’avveniristica climax – esaltazione massima dello straordinario lavoro di Ray Harryhausen – è una giostra d’immagini. Giasone e un esercito di scheletri armati fino ai denti, in una battaglia per il destino del Vello d’oro.

Ed è un po’ questo il senso del “buon” cinema. Riuscire per mezzo della sospensione dell’incredulità a “rapire” lo spettatore con il potere della narrazione. Oggi probabilmente un film come Gli Argonauti potrebbe quasi far sorridere per alcuni turning point, e per gli espedienti scenici. Provate però a immaginare cos’ha significato per la gente del 1963 – abituata a peplum tipizzati e rigidi – una pellicola con arpie volanti, idra, Dei e titani. Così facendo, Chaffey ed Harryhausen hanno preso tutta l’inventiva giocosa del cinema di Roger Corman e dei b-movie prettamente fantascientifici, declinandola al servizio dell’immaginazione del cinema d’intrattenimento.

Sintesi

Eserciti di scheletri, titani spaventosi, arpie, l'Idra e il Dio Poseidone. Gli Argonauti (1963) risulta ancora oggi tra i film simbolo della sua epoca cinematografica, una giostra d'immagini - esaltazione massima dello straordinario lavoro di Ray Harryhausen – che grazie alla pionieristica tecnologia d'effetti speciali "a passo uno" si consacra tra i grandi innovatori della sua epoca.

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