Giù la testa

Giù la testa recensione del film di Sergio Leone

Giù la testa recensione del secondo capitolo della Trilogia del Tempo di Sergio Leone con Rod Steiger, James Coburn e Romolo Valli

A proposito della concezione che aveva Sergio Leone del suo cinema, a un evento pubblico del 2016 Carlo Verdone ha raccontato un aneddoto tanto esplicativo quanto spassoso. Dopo avergli detto d’essere affezionato alle pellicole della trilogia del dollaro de Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono il brutto il cattivo (1966), Leone rispose che erano film “pe’coatti” e che aveva gusti da coatto. Giudizi di merito e battute a parte, Leone teneva in maggior considerazione la trilogia del tempo di C’era una volta il west (1968), Giù la testa (1971) e C’era una volta in America (1984), perché reinvenzione del suo linguaggio filmico mediante narrazioni più elaborate e profonde.

Con Giù la testa infatti, Leone prende ancora a prestito l’immaginario western per realizzare un’opera di transizione all’interno della trilogia del tempo; preparando così il terreno – a livello narrativo e tematico – per quel racconto gangster rincorso lungo tutta la carriera.

La rivoluzione secondo Mao Tse Tung e Sergio Leone
La rivoluzione secondo Mao Tse Tung e Sergio Leone

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo. Non si può fare con così tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza.” La frase di Mao Tse Tung campeggia nel prologo del racconto, a dimostrazione di una piega più matura e impegnata del cinema di Leone.

Nel cast del film di mezzo della trilogia del tempo figurano Rod Steiger, James Coburn, Romolo Valli, David Warbeck, Vivienne Chandler, Antoine Saint-John e Franco Graziosi.

Giù la testa: sinossi

Messico, 1913. Juan Miranda (Rod Steiger) un peone messicano a capo di una banda “a conduzione familiare”, incrocia la strada di John “Sean” Mallory (James Coburn); un dinamitardo irlandese dell’IRA. Viste le doti, Miranda pensa di poterlo manipolare per un colpo alla Banca di Mesa Verde.

Una Leone di Rod Steiger in Giù la testa
Una Leone di Rod Steiger in Giù la testa

In realtà però è Mallory a sfruttare Miranda; e il colpo alla più grande banca del Messico diventa la pietra su cui far rinascere la Rivoluzione di Villa e Zapata. Inizia così un’epica che porterà due uomini diversi e “distanti”, a diventare due eroi nazionali per il bene di un nuovo Messico.

Bogdanovich, Peckinpah e C’era una volta la rivoluzione

Da quanto raccontano le cronache dell’epoca, Giù la testa non avrebbe dovuto avere Leone in cabina di regia. Lo script scritto e ideato da Sergio Leone e Sergio Donati avrebbe visto il padre della trilogia del dollaro nelle insolite vesti di produttore. Per la regia si pensò a Sam Peckinpah – specie per la ferma intenzione di Leone di fermarsi con i western e concentrarsi sulla lavorazione di C’era una volta in America – ma sia Coburn che Steiger si opposero fermamente. L’altra ipotesi rispondeva al nome di Peter Bogdanovich, scartato da Leone per poca affinità caratteriale.

James Coburn in una Leone in Giù la testa
James Coburn in una Leone in Giù la testa

Riguardo al casting invece, se Leone spingeva per avere nuovamente Eli Wallach come protagonista, la produzione americana impose il Premio Oscar Rod Steiger, al fine di dare maggiore appeal commerciale alla pellicola, In tutta risposta, Steiger e Leone furono ai ferri corti per tutta la lavorazione. Per il ruolo di John “Sean” Mallory invece, inizialmente si pensò a John Wayne, scartato poi da Leone perché non adatto alla parte. Alla fine la spuntò James Coburn che accettò il ruolo dopo uno “storico” rifiuto. Esattamente come accaduto con Bronson per C’era una volta il west, anche Coburn aveva rifiutato un ruolo nella trilogia del dollaro; per la precisione, la parte di Sentenza.

Originariamente, poi, Giù la testa avrebbe dovuto chiamarsi C’era una volta la rivoluzione; in una sorta di continuità tematica tra il precedente “il West” e il successivo “in America“. Un altro titolo passato in rassegna fu il rievocativo Per un pugno di dinamite (A Fistful of Dynamite).

Il racconto più intimo di Sergio Leone

Sembra quasi metaforica l’apertura di racconto di Giù la testa, una minzione su delle formiche di un uomo a piedi scalzi, trasandato e sudato. Tra piani medi, dettagli e campi lunghi, Leone ci introduce in Giù la testa, mostrando una chiara e netta opposizione tra lo sguardo fiero e le azioni del suo protagonista. Una codifica d’immagini che, per certi versi, sembra quasi un preludio a ciò che verrà.

Giù la testa rappresenta un’inversione di tendenza nel cinema di Leone, che dalla maestosità della messa in scena de Il buono il brutto il cattivo e C’era una volta il west, riduce il racconto a una dimensione più intima, sia su un piano registico e di costruzione dell’immagine, che narrativo.

Rod Steiger in una scena di Giù la testa
Rod Steiger in una scena di Giù la testa

La trovata in apertura di racconto permette a Leone di trattare del divario sociale tra nobiltà e popolo (in questo caso “capitalisti” e “peones“). In un uso dei Leonismi fatto di particolari della bocca e degli occhi della “gente perbene” che li paragonano a bestie, definendoli i “neri messicani” e teorizzando d’incesti e zoofilia nel buio della notte. Espediente con cui, dare intensità scenica al racconto, valorizzando il contesto narrativo.

All’emergere della cornice storica, Leone ribalta la dinamica in scena, potenziando il ruolo scenico dei peones di Steiger. Dimostrando come la rivoluzione è per davvero “un atto di violenza che non si può fare con così tanta eleganza”. Con una semplice sequenza simbolica, Leone racconta della rivoluzione e delle sue ragioni. Delle violenze psicologiche della gente altolocata, e del moto ribelle e “d’orgoglio” dei “neri messicani”. Dando così al racconto – e di riflesso il suo cinema – una profonda connotazione storico-sociale con cui declinare un dramma storico a cornice western che non un western vero e proprio – distanziandosi sempre più dai lavori precedenti.

Giù la testa, cog****e!

Quella dello “Sean” Mallory di Coburn, è una delle più colorite atipicità caratteriali del cinema di Leone. L’entrata in scena del suo personaggio avviene con una presentazione moderna e incisiva come poche altre nell’opus Leoniano; fatta di gesti, esplosioni, poche parole e di un background definito con pochi espedienti ma costruito lungo tutto il racconto. Il Mallory di Coburn permette a Leone, non solo di approfondire e potenziare la connotazione storico-sociale, ma anche di alzare sensibilmente la posta in gioco.

Ecco cone il delineare lo scopo scenico della rapina diventi funzionale per gettare le basi del cuore del racconto, riconducibile all’insolita dinamica relazionale tra “Sean” e Miranda, che cresce in modo graduato e con una ripetitività d’azioni e gesti con cui passare dalla coercizione alla fiducia. Attraverso la sopracitata connotazione della sua narrazione, Giù la testa parla di rivoluzione per mezzo dei suoi protagonisti; simulacri di due posizioni totalmente dicotomiche tra chi l’ha già vissuta e la conosce, e chi invece ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la sta facendo.

James Coburn in una scena di Giù la testa
James Coburn in una scena di Giù la testa

Il racconto si sviluppa in un ritmo lento, dove attraverso la sopracitata cornice western – e la susseguente rilettura dei topoi del genere – Leone va a declinare il tema della rivoluzione e delle sue conseguenze. Configurandola appieno con il linguaggio filmico (ormai) caratteristico della sopracitata trilogia del tempo; dilatando i tempi del racconto, le dinamiche dello stesso, e le svolte narrative del suo sviluppo scenico.

Leone racconta una storia ben nota, ma resa in modo differente nelle dinamiche, dai Leonismi e da un punto di vista inedito. Quello di Giù la testa è un mero affare di denaro “da banditi” che diventa un atto sociale “da eroi”, dove la bramosia delle ricchezze lascia il posto all’eroismo.

La rivoluzione secondo Leone e la critica ai Bakunin della storia

Ma le azioni di Giù la testa guardano molto oltre il contesto scenico della rivoluzione messicana e de Il patriottismo di Bakunin buttato via dallo stesso Sean di Coburn. Non è un’esaltazione dell’atto rivoluzionario fine a sé stesso, ma una critica sociale che guarda alle dinamiche tra gli intellettuali e il popolo nel corso della storia.

Il pensiero a cui si opponeva Leone è codificabile nelle parole di Michail Bakunin che teorizzava della rivoluzione come il massimo della libertà dell’uomo; ovvero di poter cambiare il sistema umano “ingiusto” determinato dalla storia passata. Un qualcosa, secondo Bakunin, essenziale in termini evolutivi e ontologici:”l’uomo […] deve conoscere tutte le cause della propria esistenza e della propria evoluzione, affinché possa comprendere la propria natura e la propria missione.”

Le esecuzioni di massa de Giù la testa
Le esecuzioni di massa de Giù la testa

La critica di Leone alla rivoluzione è invece configurabile nelle parole del Miranda di Steiger: “Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono:Qui ci vuole un cambiamento!” E la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! […] E lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!

Così facendo, Leone punta il dito verso i Bakunin della storia, schierandosi dalla parte del braccio armato di tutte le rivoluzioni. Dando così un’ulteriore valenza culturale al sottotesto storico-sociale di Giù la testa.

Da che parte sta l’America?

La sopracitata dimensione “intima” del racconto di Giù la testa prende così vita, in una solida narrazione, ora nell’intreccio – che vive di linearità e digressioni temporali – ora nello sviluppo dello stesso. Leone abbandona (quasi) del tutto il montaggio dinamico, i Trielli, gli oggetti scenici di grande valore nell’economia del racconto; consolidando il linguaggio filmico codificato in C’era una volta il west.

Siamo nel 1971 e sulle note di Sean di Ennio Morricone, Leone ha “per davvero” lasciato il western alle spalle, ed è finalmente pronto a immergersi nel cinema gangster tanto agognato. È tempo di dar vita al Noodles di Robert De Niro.

Sintesi

Le azioni di Giù la testa guardano molto oltre il contesto scenico della rivoluzione messicana e de Il patriottismo di Bakunin. Non è un'esaltazione dell'atto rivoluzionario fine a se stesso, ma una critica sociale che guarda alle dinamiche tra gli intellettuali e il popolo nel corso della storia. La dimensione "intima" del racconto prende così vita, in un narrazione che conferma in pieno il linguaggio filmico codificato da C'era una volta il west. Leone prende ancora a prestito l'immaginario western per realizzare un'opera di transizione all'interno della trilogia del tempo. Siamo nel 1971, Leone ha "per davvero" lasciato il western alle spalle, ed è pronto ad affrontare il cinema gangster tanto agognato. È tempo di Noodles e di C'era una volta in America.

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