Fuori orario

Fuori orario recensione film di Martin Scorsese con Griffin Dunne [Flashback Friday]

Fuori orario recensione del film di Martin Scorsese con Griffin Dunne, Rosanna Arquette, Linda Fiorentino, Teri Garr, John Heard, Will Patton e Rocco Sisto

Nonostante gli anni ottanta di Martin Scorsese fossero partiti fortissimo con Toro scatenato (1980), vincitore di due Oscar 1981 (Miglior attore protagonista, Miglior montaggio), la pellicola successiva, Re per una notte (1982), fu accolta con largo scetticismo da parte di critica e pubblico. Oggi ritenuto un cult assoluto, perfino citato nella sua ratio di critica sociale nel pluripremiato Joker (2019), all’epoca il suo concept atipico per poco non costò la carriera a Scorsese. È in questo terreno d’accidentata incertezza che prese forma la lavorazione di Fuori orario (1985), l’opera più kafkiana e insolita dell’opus scorsesiano.

Il 1983 fu infatti un anno particolarmente critico per la carriera di Scorsese. Oltre a raccogliere i cocci della grottesca epica di Rupert Pupkin, il cineasta italoamericano era prossimo alla realizzazione de L’ultima tentazione di Cristo (1988). A 4 giorni dall’inizio delle riprese però, la Paramount ne bloccò la lavorazione a causa di una valanga di lettere di protesta. Numerose associazioni cristiane accusavano il concept infatti di vilipendio religioso e blasfemia.

Martin Scorsese in una scena di Fuori orario
Martin Scorsese in una scena di Fuori orario

In questo clima di totale impasse, anche di tipo esistenziale (aveva divorziato da poco da Isabella Rossellini), Scorsese riesce a mettere le mani su Lies rimanendone estasiato. Si tratta infatti della prima sceneggiatura di Joseph Minion concepita come saggio finale del corso di cinema alla Columbia del mitologico regista jugoslavo Dušan Makavejev. Viveva già di una discreta notorietà Lies, tanto da aver colpito Amy Robinson e Griffin Dunne che ne acquistarono i diritti poco dopo la fine del corso.

La mancata regia di Tim Burton, la sospensione del sodalizio De Niro-Scorsese

Assieme a Scorsese, che si avvicinò al progetto, Minion riscrisse la sceneggiatura rinominandola con il titolo provvisorio: Una notte a Soho. Nei piani iniziali tuttavia, Fuori orario sarebbe dovuto essere il lungometraggio d’esordio di Tim Burton, che dopo Vincent (1982) convinse da subito Robinson e Dunne ad affidargli la regia. Complice però lo spostamento “a data da destinarsi” della lavorazione de L’ultima tentazione di Cristo, Scorsese si rese disponibile e molto interessato alla direzione. Burton, al tempo impegnato nella lavorazione de Frankenweenie (1984), si defilò “dalla corsa” ma non restò con le mani in mano: realizzerà infatti la sua prima regia con Pee-wee’s Big Adventure (1985).

Il poster ungherese di Fuori orario
Il poster ungherese di Fuori orario

Oltre che per i suoi trascorsi produttivi, Fuori orario è celebre per aver sospeso il sodalizio Scorsese-De Niro. Era infatti dai tempi di Alice non abita più qui (1974) che Scorsese non ricorreva al suo attore feticcio per il ruolo da protagonista. Risultando quindi il secondo film in assoluto che Scorsese realizza “al di fuori” del sodalizio nato con Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno (1973); per proseguire ininterrottamente da Taxi Driver (1976) a Re per una notte; passando per New York, New York (1977) e proprio Toro scatenato.

La battuta d’arresto comprenderà inoltre Il colore dei soldi (1986) – sequel de Lo spaccone (1961) di Robert Rossen – e il problematico L’ultima tentazione di Cristo. Il duo ritroverà comunque nuova linfa produttiva tra Quei bravi ragazzi (1990); Cape Fear – Il promontorio della paura (1991); Casinò (1995) sino al recentissimo The Irishman (2019).

Nel cast figurano Griffin Dunne, Rosanna Arquette, Linda Fiorentino, Teri Garr, John Heard, Will Patton e Rocco Sisto; e ancora Cheech Marin, Catherine O’Hara, Dick Miller, Branson Pinchot, Verna Bloom, Victor Argo e Martin Scorsese.

Fuori orario: sinossi

Una sera un programmatore di computer in una società informatica, Paul Hackett (Griffin Dunne) si reca in un bar. Intento a leggere Tropico del Cancro (1934) di Henry Miller mentre sorseggia un caffè, incontra una donna affascinante, Marcy Franklin (Rosanna Arquette). Dopo una breve chiacchierata, Marcy gli lascia il numero di telefono dell’amica, Kiki (Linda Fiorentino) per richiamarla e recarsi a casa sua, a Soho.

Preso un taxi però, a Paul iniziano a capitargliene di tutti i colori. Perde infatti i 20 dollari di cui disponeva, l’unica banconota nel suo portafoglio; restando così con soli 97 centesimi. Con Marcy le cose vanno tutt’altro che bene; Kiki si rivela fin troppo disinvolta e stravagante; e giunto al Terminal Bar di Tom Schorr (John Heard), dopo essersela data a gambe, incontra una cameriera, Julie (Teri Garr) che s’innamora di lui. Quello che potrebbe sembrare l’inizio di una storia d’amore sarà in realtà l’ennesima piega assurda di una serata iniziata come un sogno ma che finirà come un incubo.

Griffin Dunne in una scena de Fuori orario
Griffin Dunne in una scena de Fuori orario

Il formidabile incipit: l’alienazione dello yuppie scorsesiano

Regia veloce ed armonica tra carrellate dinamiche e soggettive “esplorative” del contesto scenico; la Sinfonia K95 (73n) di Mozart in sottofondo; un dialogo dal ritmo netto; attraverso una costruzione d’immagine incisiva e compiuta fatta di dettagli di Snoopy arancione e cancelleria d’ufficio, Scorsese apre il racconto di Fuori orario introducendoci alla vita “noiosa e comune” dell’Hackett di Dunne.

Basta poco al regista de L’età dell’innocenza (1993) infatti, per costruire le basi drammaturgiche del conflitto scenico avvolgendolo attorno alla mimica espressiva del suo protagonista e del malessere lasciato trasparire; figlio del conflitto interiore tra sogni spenti e lavoro meccanico e ripetitivo. Con le fattezze di Paul Hackett infatti, Scorsese guarda con occhio critico ai galoppanti anni ottanta americani; al capitalismo aggressivo dei Gordon Gekko di Wall Street (1987); alle conseguenze tediose di uno stile di vita di solitudine alienante che ci porta, infine, in un appartamento vuoto e spoglio fatto di color avorio e del calore/freddo dello schermo catodico.

Griffin Dunne in una scena di Fuori orario
Griffin Dunne in una scena di Fuori orario

In tal senso, l’incipit su cui costruisce il racconto Scorsese procede in un ritmo forsennato fatto di montaggio netto e incisivo volto a catapultare Hackett dal tedio della vita ordinaria, a un mondo straordinario narrativo distante una sola, semplice, corsa in taxi. Prima di allora però, c’è l’incontro con la conturbante Marcy di una pirotecnica e bipolare Arquette. Lapidario turning point che segna il definitivo spartiacque tra i due mondi di Hackett, a cui Scorsese affida un ingresso scenico da manuale, avvolgendolo attorno a un dinamico e veloce dettaglio che diventa piano medio e infine campo lungo; infine definendo così l’intramontabile capolavoro letterario di Henry Miller:

Questo non è un libro. È un prolungato insoluto. Uno scaracchio in faccia all’arte; un calcio in cu*o a divinità, bellezza e verità; o qualcosa del genere.

Arrenditi Dorothy! Sopravvivere al survival horror kafkiano di Martin Scorsese 

(555)243-3460. Dall’esplicazione (telefonica) della chiamata dell’eroe, l’agente scenico di Dunne ne viene travolto così come l’intera narrazione di Fuori orario. Il cineasta de The Departed – Il bene e il male (2006) muta l’inerzia del racconto, avvolgendolo attorno a un’atipico survival horror “d’equivoci” dal ritmo netto popolato d’agenti scenici coloriti e paranoici, perfino kafkiani, dalla criticità a crescita graduale: cassieri ballerini; tassisti che corrono come forsennati; sensuali scultrici in reggiseno; seduttrici schizofreniche; baristi amichevoli e altri dalle reazioni squilibrate; feticisti delle sculture; cameriere problematiche; venditrici ambulanti di gelati “pazze”; orde inferocite; e scultrici solitarie “intrappolanti”.

È il popolo della notte di una Soho folle e caotica, viva e vibrante, quella di Fuori orario, che va a travolgere il passivo Hackett in un turbinio di eventi e tentazioni; passioni fugaci; ed errori potenzialmente letali con cui sguinzagliare un arco di trasformazione di pura paranoia claustrofobica, fino a trasecolare definitivamente in un’ansia straniante, tagliente e densa.

La Soho notturna di Fuori orario
La Soho notturna di Fuori orario

Eppure, nonostante la follia di un racconto che vive delle tante anime apparentemente solitarie e sconnesse della notte della narrativamente straordinaria Soho, il regista di The Aviator (2004) ha sempre definito la narrazione di Fuori orario, un puzzle cinese. Scorsese codifica infatti un sottilissimo gioco d’intenzioni, dettagli e rimandi con cui costruire un solido e armonico conflitto scenico che vive di svolte narrative che se chirurgicamente asportate, sembrano perfino da commedia d’equivoci. Un bricolage narrativo quindi, generante un contrasto che vive dei toni comici, al limite del grottesco, sullo sfondo di una narrazione a un passo dall’horror.

L’insolita climax e l’arricchimento di senso valoriale grazie a Michael Powell

Ogni evento della notturna Soho apparentemente sconnesso infatti, va ad intessersi silenziosamente, dando infine vita a un mosaico narrativo variopinto che cresce di tonalità e umore con il dispiego dell’intreccio: i pezzi di giornale sul gomito; i baci tremanti; candele e vestiti candidi; disperate fughe notturne cicliche e ripetute; hamburger mai pagati; night club underground; strane statue rievocanti Shrik (1910); e perfino turbe sessuali su Il mago di Oz (1939).

Elementi che danno colore, vita e tangibilità alla narrazione di Fuori orario, infine avvolti da Scorsese in una climax che è rinascita grafica ed esplicita dopo aver toccato il fondo. Un uscire dalla crisalide con cui riappropriarsi della vita e del proprio posto nel mondo al momento giusto; quando in fondo sarebbe semplicemente bastato alzare i tacchi e tornarsene a piedi.

Griffin Dunne nella climax di Fuori orario
Griffin Dunne e gli effetti della climax di Fuori orario

L’insolita ed esilarante climax di Fuori orario vive e rivive negli aneddoti della cronaca dell’epoca. Sembrerebbe che Scorsese non sapesse bene come risolvere il conflitto scenico. Invitò così Brian De Palma, Steven Spielberg e Terry Gilliam a vedere il girato montato fino a quel punto, così da individuare una chiusa efficace. L’aiuto arrivò però in modo inaspettato dal marito della montatrice Thelma Schoonmaker, il regista Michael Powell. Il cineasta de L’occhio che uccide (1960), dopo aver visto anch’egli il montato preliminare, commentò con un laconico ma efficace:

Deve finire di nuovo al lavoro.

Dando così al racconto un’ultima sferzante nota ciclica che finisce con l’arricchire ancor più di senso il viaggio kafkiano nel mondo straordinario di Fuori orario. Attraverso quell’insolito sapore in più di loop grottesco ed estraniante, il tornare al punto di partenza dà alla climax una funzione bivalente; incedendo così ora nel risolvere il conflitto scenico esteriore, ora quello interiore dello stesso Hackett, e del suo male di vivere da tedio.

Fuori orario: il capolavoro “dimenticato” di Martin Scorsese

Gemello filmico del “contemporaneo” Tutto in una notte (1985) di John Landis con protagonisti Jeff Goldblum e Michelle Pfeiffer, con cui condivide similitudini di concept e sviluppo; battuta d’arresto del sodalizio Scorsese-De Niro; appena 4 esigui milioni di budget; atipico e insolito se rapportato all’intera filmografia; vincitore del Prix de la mise en scène a Cannes 1986; la lavorazione e sviluppo di Fuori orario sono essi stessi “un film nel film”. Nato infatti come opera catartica con cui lenire l’impasse esistenziale del suo autore tra vita privata e il blocco de L’ultima tentazione di Cristo, finisce con il trionfare clamorosamente sul più grande palcoscenico cinematografico.

Nonostante uno status di cult movie acquisito lungo le decadi, Fuori orario viene spesso accantonato dal novero delle grandi opere di Scorsese, perfino dimenticato dalle giovani (e non) generazioni; complice anche una cattiva gestione distributiva tra passaggi televisivi e home video. Eppure l’opera di Scorsese è forse la più pura espressione dell’eclettico talento di un autore formidabile. Un’artista capace di raccontare come pochi altri dell’alienazione dell’individuo nella Grande Mela tra indagini socio-antropologiche e sperimentazioni narrative; riuscendo a essere perfino più incisivo, arguto e feroce, al di fuori della sua comfort-zone fatta di sodalizi storici, spaghetti e gangster.

La locandina di Fuori orario
La locandina di Fuori orario

Sintesi

Follemente insolito, atipico, kafkiano, grottesco ed indimenticabile. Fuori orario di Scorsese è forse la più pura espressione dell'eclettico talento di un autore formidabile. Un'artista capace di raccontare come pochi altri dell'alienazione dell'individuo nella Grande Mela tra indagini socio-antropologiche e sperimentazioni narrative, riuscendo a essere perfino più incisivo, arguto e feroce, al di fuori della sua comfort zone fatta di sodalizi storici, spaghetti e gangster.  

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