Frankenstein recensione film di Guillermo del Toro con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth, Felix Kammerer e Charles Dance
Only monsters play God.
(Frankenstein)
Una storia universale che ha attraversato la storia del cinema, è approdata al Festival del Cinema di Venezia grazie alla maestria visionaria di Guillermo del Toro, già Leone d’Oro nel 2017 con il meraviglioso La forma dell’acqua.
Frankenstein era certamente uno dei titoli più attesi della kermesse, e in generale di tutto l’anno cinematografico, un progetto molto caro al regista messicano che è finalmente venuto alla luce, lasciando indubbiamente un segno indelebile.
Ci troviamo nell’Ottocento, secolo per eccellenza della scienza e dell’indagine dei misteri del corpo umano: Victor è uno scienziato mosso da folli ambizioni che reputa Dio un “creatore incerto”, decide così di servirsi della sua arte per generare la vita dalla morte sfidando così tutte le leggi terrene: quale sarà però il prezzo da pagare per una così dissacrante ambizione?

Atmosfere gotiche e decadenti fanno da eco a una riflessione non solo sul potere e il confine da attribuirgli ma anche sulla diversità e l’imperfezione come generatrice di bellezza e vita, tematiche non estranee al cinema di Del Toro il quale, così come in Pinocchio (2022), sceglie di raccontare attraverso la poesia delle sue immagini la magia della vita infusa per mano della bramosia e smania dell’uomo, con tutte le implicazioni che può generare.
Dentro ognuno di noi abita un mostro e questo Guillermo lo sà molto bene: uomo e mostro sono due facce della stessa medaglia, uguali ma diverse, condannate a convivere per sopravvivere perchè in ognuna di loro vive l’anima dell’altro. Da qui l’esigenza di affidare il ruolo della creatura alla giovane e piacente star sulla cresta dell’onda hollywoodiana Jacob Elordi, un chiaro tentativo di fornire al personaggio una verosimiglianza e dimensione quanto più umana possibile che si distanzia molto dall’immagine tradizionale che siamo abituati ad associarne, peccando però di eccessiva estetizzazione. Victor è interpretato dall’elettrico e barocco Oscar Isaac che condivide la scena con la gotica Mia Goth nei panni di Elizabeth e il sempre glaciale Christoph Waltz, perfettamente centrati nel contesto e i rispettivi ruoli.


La cura del dettaglio è insita in ogni frame, le inquadrature creano un quadro in movimento dalla fotografia inconfondibile, è evidente quanto tutta la messa in scena sia stata studiata nel minimo dettaglio per restituire allo spettatore la più accurata e precisa interpretazione possibile di una storia intramontabile, pur aprendo a delle riflessioni che si irradiano dal romanzo originale fino ad arrivare ai nostri giorni arricchite dallo sguardo unico e insostituibile di Del Toro il quale, rispetto all’opera di Shelley, decide di dividere la pellicola in due parti che corrispondono rispettivamente ai due punti di vista di Victor e della creatura: una scelta rischiosa che però viene supportata da una buona sceneggiatura che ha saputo creare un dialogo tra queste macro strutture narrative e che contribuisce alla capacità di empatizzare nei confronti dei personaggi.
Frankenstein diventa così un microcosmo dove potersi specchiare e riconoscere che evoca una serie di tematiche sempre attuali come il rapporto di prevaricazione tra padre e figlio, le dinamiche tra creatore e creatura, la lotta dei sentimenti contro la razionalità, la vittoria del perdono sulla vendetta.
Spettacolarità, teatralità e grottesco si uniscono dando vita ad un racconto che sà ancora parlare al pubblico contemporaneo grazie alla personale e allo stesso tempo universale lettura che Guillermo del Toro ha saputo infondere in questa storia a distanza di più di due secoli dalla pubblicazione del romanzo originale.

