Frankenstein Junior

Frankenstein Junior recensione del film di Mel Brooks con Gene Wilder e Marty Feldman

Frankenstein Junior recensione del film di Mel Brooks con Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn, Peter Boyle, Teri Garr e Cloris Leachman

Nel pieno del fervore artistico della New Hollywood, emerge l’autore Mel Brooks che un po’ come Robert Altman, procede nella rilettura dei generi cinematografici costruendosi una precisa identità registica che gioca tutta sulla parodia filmica. Dopo Per favore non toccate le vecchiette (1967) con cui rilegge Vogliamo vivere! (1942) di Ernst Lubitsch per mezzo dell’espediente del “teatro nel teatro”; e Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) – dove a essere riletto è il cinema westernBrooks reinterpreta a suo modo il cinema horror. Nasce così Frankenstein Junior (1974).

Candidato a due Premi Oscar (Miglior sceneggiatura non originale e Miglior sonoro), tra violini ammalianti e momenti iconici, l’opera di Mel Brooks è stata capace di segnare l’immaginario collettivo in modo indelebile; questo per via della sua comicità vivace che ben si sposa con la forte componente horror alla base del racconto.

I titoli di testa di Frankenstein Junior
I titoli di testa di Frankenstein Junior

Non bisogna infatti lasciarsi ingannare dalla comicità che arricchisce e colora la narrazione imbastita da Brooks e Wilder. Frankenstein Junior è un’opera a livello di scrittura fortemente complessa, in cui si ride – e di gusto, perfino il cast faceva fatica a non ridere durante le riprese – ma con atmosfere sceniche rievocatrici del miglior cinema horror. Con il lavoro sui generi compiuto su Frankenstein Junior e Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Brooks dà il via alla parodia cinematografica, influenzando generazioni di cineasti.

Da John Landis che prenderà a prestito la lezione brooksiana del comedy-horror nel suo Un lupo mannaro americano a Londra (1981); a David & Jerry Zucker e Jim Abrahams con L’aereo più pazzo del mondo (1980) e le saghe di Hot Shots (1991-1993) e Una pallottola spuntata (1988-1994). Ma soprattutto l’amico e collega Carl Reiner, il cui cinema non verteva tanto sulla parodia, quanto su una comicità brillante similare a quella di Brooks, seppur in racconti aventi ad oggetto situazioni comuni.

Nel cast figurano Gene Wilder, Marty Feldman, Peter Boyle, Teri Garr, Cloris Leachman; e ancora Madeline Kahn, Richard Haydn, Kenneth Mars e Gene Hackman.

Frankenstein Junior: sinossi 

Negli anni Trenta un giovane medico, Frederick “Frankenstin” Frankenstein (Gene Wilder) è il nipote del celeberrimo Victor von Frankenstein. Frederick ha un rapporto complicato con il suo retaggio, rigettandone le idee e perfino il cognome. Conclusasi una lezione di neurologia, riceve la visita di Herr Rosenthal (Richard Haydn). Questi gli comunica d’essere l’erede universale dei suoi averi.

Nonostante lo scetticismo, Frederick si reca in Romania. Qui farà la conoscenza dell’aiutante gobbo Igor (Marty Feldman) – che si pronuncia Aigor – e l’assistente Inga (Teri Garr); e ancora l’enigmatica Frau Blucher (Cloris Leachman); e l’incomprensibile Ispettore Kemp (Kenneth Mars).

Il castello di Frankenstein Junior
Il castello di Frankenstein Junior

Ambientatosi in Transilvania, ben presto Frederick scoprirà come l’arrivo del testamento non fosse una semplice coincidenza; è stato infatti chiamato per portare a termine il lavoro dello scomodo parente. Quelle che riteneva potessero essere delle “panzane” si riveleranno teorie rivoluzionarie. Frederick accetterà così la sua natura di Frankenstein e – sulla scia del lavoro del nonno – darà vita a una nuova Creatura (Peter Boyle).

Frankenstein Junior: tra James Whale e una tazza di caffè

Seppur da ritenersi, ad oggi, il manifesto cinematografico del sodalizio BrooksWilder, la genesi di Frankenstein Junior fu delle più difficoltose. Dopo un paio di flop commerciali – oggi ritenuti cult – come Per favore non toccate le vecchiette e Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1971), Wilder ottenne popolarità grazie a Woody Allen e a Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (1972). Fu in quel periodo che Wilder cominciò a riflettere sullo scrivere un soggetto sul nipote del Dottor Frankenstein.

Come raccontato da Mel Brooks in un’intervista rilasciata al L.A.Times nel 2010, nel mezzo della lavorazione de Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Wilder venne nel mezzo delle riprese, con un’idea: «”[…] Ci stavamo facendo una tazza di caffè quando lui mi disse che poteva esserci un altro Frankenstein. Io dissi: “Non un altro ancora! abbiamo avuto il figlio di; il cugino di; il cognato di. Non abbiamo bisogno di un altro Frankenstein! – e continua – La sua idea era semplice: Cosa sarebbe successo se il nipote del dottor Frankenstein non avesse voluto aver niente a che fare con il suo illustre antenato. Anzi, provasse vergogna di questa parentela. Dissi:Questo sì che sarebbe divertente“».

Gene Wilder in una scena di Frankenstein Junior
Gene Wilder in una scena di Frankenstein Junior

E in effetti lo fu davvero. Ci vollero poco più di 2 milioni per la 20th Century Fox, ma alla fine Frankenstein Junior ottenne il semaforo verde. L’ennesima rilettura dell’opera di Mary Shelley, si connota di riferimenti cinematografici della Golden Age del cinema horror hollywoodiano. Da Frankenstein (1931) a La moglie di Frankenstein (1935); sino a Il figlio di Frankenstein (1939); e Il terrore di Frankenstein (1942); rievocati scenicamente e scenograficamente – oltre che nel concept alla base – a livello di trovate narrative, tra il ruolo della Elizabeth della Kahn, e la spassosa sequenza della partita a freccette (e non solo).

Si pronuncia Frankenstin”

L’apertura di racconto di Frankenstein Junior denota l’intento di Brooks di giocare con i topoi del cinema di genere. Non soltanto quindi con la base drammaturgica dell’opera di Mary Shelley e delle sopracitate opere derivate. Tra castelli spettrali e porte segrete, si dispiega un intreccio scenico con cui Brooks contamina una solida narrazione horror – dall’atmosfera e dalla tensione palpabile – per mezzo di elementi di sottile umorismo lubitschiano. Elementi con cui dare vivacità al racconto tra gag surreali e ripetitive –  rotture di quarta parete – sino a numeri comico-musicali sulle note di Puttin on the ritz.

A partire proprio dalla sequenza introduttiva dello scoperchiamento della bara, con uno scrigno che il (più che) trapassato Von Frankenstein sembra proprio non voler mollare; alla presentazione del Frankenstein di Wilder nel bel mezzo di una lezione sul sistema nervoso somatico. Tra battibecchi e ginocchiate nei genitali, tale sequenza di grande valenza comica risulta funzionale nel delineare appieno la figura del protagonista de Frankenstein Junior.

Gene Wilder in una scena di Frankenstein Junior
Gene Wilder in una scena di Frankenstein Junior

Brooks procede con la caratterizzazione da manuale di un personaggio, in cui alberga un evidente conflitto interiore tra il retaggio e la propria dimensione narrativa. Il Frankenstein di Wilder è infatti incapace d’accettare il passato del “celebre” nonno, cercando di storpiare il cognome a ogni occasione al fine di dissociarsene.

Un conflitto che si connota – perfino –  di un’opposizione dicotomica nelle materie di studio; tra il passato con cui far rivivere la “materia morta”, al presente con cui studiare delle complessità biologiche della vita. Gli scambi dialogici alla base della sequenza, permettono di alzare considerevolmente la posta in gioco nel conflitto interiore nel personaggio di Wilder; terreno fertile su cui porre le basi sceniche per il turning point alla base del racconto.

La chimica tra Wilder e Feldman, e la comicità straripante

L’arco di trasformazione che ne deriva, vive di un andamento armonioso, permettendo al Frankenstein di Wilder di scendere a patti con i fantasmi del passato; accettandone il retaggio in quell’iconico “si può fare” che è puro urlo primordiale d’epifania narrativo-ontologica. L’approdo nel mondo straordinario della Transilvania – per mezzo di una spassosa sequenza di un’ipotetico treno tra America e Romania – risulta funzionale nell’economia del racconto. Permette infatti a Brooks di approfondire il contesto scenico e le dinamiche relazionali degli agenti scenici – e di riflesso – l’evoluzione del proprio protagonista.

Espediente con cui connotare ancora di più il racconto dei suoi topoi di genere, e di momenti brillanti; in una cifra comico-stilistica che s’alza considerevolmente con l’ingresso in scena dell’Igor di Feldman. La chimica tra Wilder e Feldman – che collaboreranno anche ne Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (1975) – è evidente, tangibile, vive di battute sferzanti, immediate e dai tempi comici praticamente perfetti, non a caso rappresenta il cuore del racconto di Frankenstein Junior.

Gene Wilder e Marty Feldman
Gene Wilder e Marty Feldman in una scena di Frankenstein Junior

Se Wilder risulta più misurato, netto, in un ruolo che gli impone una dimensione autoritaria che riesce a vitalizzare con sprazzi comici, Feldman è invece istrionico e imprevedibile. Il suo Igor rompe le quarta parete con uno sguardo, gioca sulla sua fisicità sconquassata di una gobba che cambia lato di scena in scena – seduce, ammalia, sfruttando la sua verve comica per spezzare e vivacizzare lo sviluppo scenico.

Il resto è dato dalle sequenze iconiche. Da un Hackman sotto mentite spoglie che crea più di qualche grattacapo alla Creatura di Boyle; al “Taffettà caro, taffettà tesorino bello“; e al “lupo ululà, castello ululì“; e ancora il nitrito di terrore dei cavalli al semplice sentire “Blucher!“; il “sempre libera” frutto dello swanstuck della Creatura e l’indimenticato “potrebbe essere peggio…“. Una cifra impressionante di momenti esilaranti entrati immediatamente nell’immaginario collettivo – tra cui citiamo anche il “rimetta a posto la candela“, forse tra i più emblematici – a certificare l’insita brillantezza della scrittura parodistica di Brooks.

Due matrimoni, un cervello e uno swanstuck

La grandezza di un capolavoro come Frankenstein Junior sta proprio in questo. Brooks fa suo uno dei racconti più tipici del genere di riferimento, arricchendolo di riferimenti letterati/cinefili, e rileggendolo secondo la sua idea di cinema. La profonda anima horror alla base della narrazione, viene così contaminata da momenti malinconici, altri romantici, altri tipicamente brillanti.

L’audace lavoro di rilettura di Brooks traspare nel lasciare che l’elemento orrorifico viva e si caratterizzi secondo la sua natura; connotandolo però – specie nei turning point – di una profonda anima comica. Emblematica, in tal senso, la risoluzione del conflitto scenico. Un mix di umorismo vivace ed elemento orrorifico tra due matrimoni, un cervello e uno swanstuck. Un contrasto tematico, in una compenetrazione di genere, con cui Brooks attua la lezione stilistica di Lubitsch – forse il primo esempio di scrittura moderna multi-tonale del cinema americano – realizzando uno dei più grandi film di tutti i tempi, e riuscendo sempre a mantenere “calma, dignità e classe“.

Sintesi

Brooks fa sua la lezione di Lubitsch, aggiusta il tiro dopo Per favore non toccate le vecchiette (1967) andando a rileggere il genere horror - nel pieno della vivacità creativa della New Hollywood - dopo il contemporaneo Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974). Con Frankenstein Junior (1974) tra matrimoni, cervelli a-B-normi, cavalli che nitriscono al solo sentire Blucher, e gag esilaranti, Brooks consolida il sodalizio con Gene Wilder e realizza l'opera che gli vale l'immortalità artistica.

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