Ellroy VS L.A. recensione documentario di Francesco Zippel sullo scrittore James Ellroy [RoFF 20]

Francesco Zippel è uno dei documentaristi italiani più noti a livello internazionale. Il suo percorso si è concentrato soprattutto su documentari sul cinema, affrontando di volta in volta diversi registi. Nel 2011 ha presentato alla Festa del Cinema di Roma Hollywood Bruciata – Ritratto di Nicholas Ray; nel 2018 ha portato a Venezia Classici il suo Friedkin Uncut – Un diavolo di regista, in occasione del conferimento del Leone d’oro alla carriera a William Friedkin. Nel 2021 ha presentato a Cannes Oscar Micheaux – The Superhero of Black Filmmaking, mentre nel 2022 e nel 2024 ha presentato sempre a Venezia Sergio Leone – L’italiano che inventò l’America e Volonté – L’uomo dai mille volti.
Negli ultimi anni ha realizzato anche un’intervista a Wes Anderson su Fellini, e un documentario a sei mani sul primo maggio a Taranto. Tra i pochi documentaristi i cui film vengono regolarmente distribuiti nelle sale italiane, Zippel torna adesso alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle Arts, con il documentario Ellroy vs. L.A., incentrato sul rapporto tra amore e odio che lega lo scrittore James Ellroy con la città di Los Angeles.
Classe 1948, Ellroy è uno degli autori contemporanei di noir di maggiore successo al mondo: attivo e prolifico sin dai primi anni ottanta, le sue opere principali vanno a comporre una tetralogia di Los Angeles (Dalia nera, Il grande nulla, L.A. Confidential e White Jazz ) e una trilogia sull’underworld americano (American Tabloid, Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio). Il cinema ha tratto dai suoi libri numerosi film.
Introdotto alla proiezione alla Festa del Cinema da un breve video girato dallo stesso Ellroy in cui, con i piedi sulla scrivania, saluta il pubblico italiano e si autodefinisce “il cane demoniaco della letteratura americana“, il documentario di Zippel si compone di un’intervista allo scrittore intermezzata da una miriade di materiali d’archivio scelti con grande originalità e inventiva dal regista.

“Sono nato nell’era dei film noir, all’apice dei film noir. Mi hanno formato” sono le prime battute del documentario, poi Ellroy si mette subito a parlare e a sparlare della patria avvolta dal fumo, L.A.. Icona pop o meglio pulp, James Ellroy intrattiene il pubblico per i 72 minuti con storie allucinanti di droga, escort (“callgirls”), situazioni alla Aspettando Godot in giro per le strade di Los Angeles, la rivolta di Watts che portò all’incendio di un intero quartiere della zona meridionale della città e alla morte di una trentina di persone, l’attentato a Robert Kennedy e una miriade di altre storie.
Lo scrittore afferma: “Ho un’idea precisa su cosa sia Los Angeles: è una tavolozza. È uno schermo. È un Panavision wide-screen, rettangolare, su cui proietto i miei libri“. Per Ellroy, Los Angeles “è un insieme di dettagli. È guardarsi intorno, guardare le case. È, più di ogni altra cosa, le ragazze. È le finestre attraverso cui spiavo per guardare le ragazze e le donne“.
Secondo Ellroy la geografia è destino. Nel suo rapporto ambivalente con la città dove è nato, cresciuto e dove ha ambientato gran parte delle sue storie, pur vivendo oggi a Denver, lo scrittore si rivolge esclusivamente — con il suo sguardo romantico e perverso — alla Los Angeles del passato, quella che sgorga dai suoi ricordi e dalle sue fantasie, dichiarandosi completamente disinteressato alla Los Angeles contemporanea, ai suoi dibattiti politici e alla scena culturale attuale.
Ellroy non esita a scagliarsi contro i maggiori simboli della città e le sue icone musicali e cinematografiche: considera orribile la zona di Hollywood dove si fanno i film, a differenza della zona sud-orientale, dove viveva lui; non ha mai capito il cosiddetto genio dei Beach Boys e di Brian Wilson e non gli interessano le spiagge. Non gli è mai piaciuto Orson Welles, che ritiene dicesse un sacco di cavolate, e non apprezza James Dean. Parole non molto più lusinghiere riserva a Marilyn Monroe, dalla cui misteriosa morte prende le mosse il suo ultimo romanzo, The Enchanters, in italiano Gli incantatori. Ellroy ammette senza problemi di non avere molta empatia per lei: per lui è solo una storia della Los Angeles del 1962, ed è su questo presupposto che ha scritto il libro, dove tutti i personaggi femminili, ci tiene a ribadire, sono più interessanti e brillanti della Monroe.
Nel documentario non mancano neanche riferimenti alla tradizione letteraria in cui si è inserito e ai suoi modelli di scrittori, alla sua infanzia segnata all’omicidio della madre e alla sua turbolenta giovinezza, al suo rapporto nondimeno “fraterno” con la polizia di Los Angeles e al nuovo libro che sta scrivendo. Il risultato di questo splendido monologo spaccone e rude, in cui Ellroy non si fa problemi ad applicare a sé stesso la definizione di grande artista e a indicare in Ludwig van Beethoven l’artista in cui si è identificato di più, è un’affascinante cavalcata nella memoria e nella fantasia di uno dei più iconici autori noir del nostro tempo, con Los Angeles sempre sullo sfondo a fare da scenario e da controcanto alle parole dello scrittore.
Con un’ottima colonna sonora, ipnotica e molto presente, firmata dai Calibro 35, che di tanto in tanto fanno un’apparizione anche sullo schermo, Ellroy vs. L.A. è un convincente esempio di documentario mainstream, un prodotto ben confezionato e molto ispirato che trasporta, con le immagini e con le parole, nel cuore dell’immaginario dello scrittore.
Francesco Zippel dimostra ancora una volta il suo talento nell’utilizzo abbondante delle immagini e delle riprese di archivio e nella realizzazione di ritratti e interviste capaci al tempo stesso di raccontare a tutto tondo i suoi soggetti e di andare ben al di là della superficie da personaggio pubblico dove sono imprigionati.


