Elisa recensione film di Leonardo Di Costanzo con Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Diego Ribon e Valeria Golino [Venezia 82]

Il regista di Ariaferma (2021) torna al Festival del Cinema con una pellicola liberamente ispirata agli studi e alle conversazioni dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali nel saggio Io volevo ucciderla.
Elisa ha come protagonista un’ottima Barbara Ronchi nei panni di una donna condannata per aver ucciso la sorella e averne bruciato il cadavere senza un apparente motivo scatenante. Anni dopo, durante il suo percorso di riabilitazione, incontra uno psicologo criminale intenzionato ad andare a fondo delle ragioni che hanno spinto la donna a un tale gesto. Man mano che i giorni passano, la memoria inizia a riaffiorare, portando Elisa sempre più vicina alla verità che ha sempre taciuto, persino a sé stessa.
La donna pensa di aver fatto i conti con il suo passato, trincerata e protetta dietro le mura della clinica che l’ha accolta dopo la sentenza, ma è l’incontro col criminologo a smuovere ricordi e pensieri legati a quella tragica notte, portandola così ad intraprendere un’autoanalisi e un cammino di riconciliazione e autoconsapevolezza.
Leonardo di Costanzo torna sulla macrotematica delle carceri, andando però questa volta a fondo dell’interiorità e della psicologia criminale, prendendo come punto di partenza la documentazione emersa dal dialoghi tra i due protagonisti principali. Allo stesso tempo dà estrema importanza ai silenzi eloquenti che nascondevano tutto il non detto della donna, merito di una scrittura capace di valorizzare con rispetto e umanità sia il dolore delle vittime che le ragioni nascoste che hanno portato al tragico evento.
Un film che si prende la responsabilità di mostrare il mostro e, allo stesso tempo, l’umano che si cela dietro al delitto. E di raccontare come, dall’abisso, si possa sempre risalire. La madre di Elisa non l’ha mai accettata, la identificava come un errore e continuava a punirla ogni giorno per il solo fatto di esistere. La paragonava continuamente alla sorella maggiore che, al contrario, rappresentava l’esempio della figlia perfetta da seguire ed emulare.
Esiste l’oggettività del reato, che ha reso irreparabile un gesto divenuto punto inciso nel libro della vita di una persona. Ma esiste anche una giustizia riparativa, capace di restituire dignità a un’esistenza ormai dilaniata per sempre dall’atroce colpa. È questo il punto di vista che ci offre Elisa, insieme a una riflessione sul coraggio di sapersi accettare e sull’amore che persiste oltre ogni barriera giuridica e criminale.


