Driver l'imprendibile

Driver l’imprendibile recensione film di Walter Hill con Ryan O’Neal e Isabelle Adjani

Driver l’imprendibile recensione del film di Walter Hill con Ryan O’Neal, Isabelle Adjani, Bruce Dern, Ronee Blakley e Matt Clark

Prima ancora delle riletture dell’Anabasi di Senofonte (IV secolo A.C.) e dei suoi Diecimila tra I guerrieri della strada (1979) e I guerrieri della palude silenziosa (1981); il cinema di Walter Hill ha trovato la sua prima, vivacissima espressione in Driver, l’imprendibile (1978). Una delle opere più imprescindibili della fase calante della New Hollywood, dotata infatti di una struttura narrativa semplice e dal sapore classico, che trova tuttavia una realizzazione fortemente innovativa. Per la sua seconda regia infatti – complice il suo passato da “seconda unità” – Hill avrebbe voluto Steve McQueen come protagonista, tanto che lo script fu realizzato tenendo lui a mente; a detta dello stesso cineasta de Strade di fuoco (1984) però:

Non voleva fare nulla che avesse a che fare con le auto a quel tempo. Si sentiva come se l’avesse già fatto; ed era piuttosto difficile discuterne.

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Tra l’altro, proprio per la natura insolita del concept quasi del tutto non-dialogico, la scelta dell’attore protagonista era determinante. Ne parlò così Larry Gordon, il produttore, poco dopo il rilascio in sala e la non esaltante risposta di critica e pubblico:

Se avessimo avuto Clint Eastwood, ci sarebbe stato perdonato tutto e avrebbero detto: ‘è un altro film di Eastwood che guida auto’. Se avessimo avuto McQueen ci avrebbero paragonati a Bullitt o Getaway. Siamo stati trattati come se Driver fosse un film d’autore piuttosto che action. […] Se potessi rifarlo nuovamente credo che proverei a correggerlo verso un tono più commerciale.

I titoli di testa di Driver, l'imprendibile
I titoli di testa di Driver, l’imprendibile

Se la scelta del protagonista maschile fu determinante e complicata, lo stesso può dirsi per il ruolo della co-protagonista femminile. Per la parte vennero prese in considerazione Julie Christie e Charlotte Rampling. Alla fine la scelta ricadde su Isabelle Adjani, che – secondo quanto riportato dalle cronache dell’epoca – sembra che se ne pentì nel giro di poco tempo. Scelta per via della sua magnifica performance in Adele H., una storia d’amore (1975), a onor del vero la Adjani era una fan della prima ora di Walter Hill, apprezzò tantissimo il suo L’eroe della strada (1975) e il suo era un’entusiasmo sincero quando affermava:

La storia è contemporanea ma anche molto stilosa; i ruoli che interpretiamo io e Ryan sono come Bogart e Bacall. Entrambi giocatori d’azzardo nelle nostre anime, ed entrambi non mostriamo le nostre emozioni né diciamo molto. […] Sono davvero un personaggio misterioso in Driver, senza nome e senza background; e devo dire che è riposante, in questo modo non devo scavare in profondità per interpretare la parte. Tutto quello che so è che la vita per me è il gioco d’azzardo, e sono una perdente.

Dopo la lavorazione però, l’entusiasmo scemò del tutto:

L’ho fatto perché dopo Adele H., tutti mi hanno esortata a fare un film a Hollywood. Ne rifiutai molte (di offerte NdR), e sentì che non potevo continuare a farlo; e poi mi piaceva Walter Hill. Solo dopo ho realizzato che avevo fatto un terribile errore.

Driver l’imprendibile: sinossi

Un esperto Pilota senza nome (Ryan O’Neal) trova ingaggio come guidatore delle rapine. La malavita si serve infatti di lui per sfuggire agli inseguimenti della polizia e farla franca. Alle sue costole c’è il Detective (Bruce Dern) che cerca d’incastrarlo da anni ma senza alcun successo. Deciso finalmente a chiuderla una volta per tutte, il Detective ricatta alcuni pregiudicati al fine di poter finalmente mettere la mani sul Pilota.

Durante una rapina ad un casinò – nei preparativi per la fuga  – il Pilota conosce di sfuggita una donna, la Giocatrice (Isabelle Adjani) la quale gli dimostra fedeltà al momento di un confronto, negando di riconoscerlo. I due decidono di fare società contro i banditi traditori. Al momento di ritirare l’agognato compenso però, qualcosa sembra non andare come dovrebbe, e il Pilota si ritroverà nuovamente il Detective alle calcagna – o così crede lui.

Ryan O'Neal in una scena di Driver l'imprendibile
Ryan O’Neal in una scena di Driver, l’imprendibile

Funzioni sceniche al servizio dell’esperienza visiva

Un’apertura di racconto in campo lungo, è questo essenzialmente l’incipit codificato da Hill per Driver, l’imprendibile. È un campo lungo l’inquadratura finale della sequenza con cui ci viene presentato il Pilota di O’Neal allontanarsi con l’auto rubata nel silenzio di un angusto garage; così come è un campo lungo quello in cui il cineasta americano ci presenta l’agente scenico della Giocatrice della Adjani. Il cineasta de 48 ore (1982) opera così una presentazione fatta di un linguaggio filmico vivace e moderno, da cui emerge un’evidente immediatezza d’intenti. Delineando caratterizzazioni “di riflesso” dei suoi agenti scenici che vanno così desunte dalle proprie azioni e d’immagini cristallizzate.

Ryan O'Neal e Isabelle Adjani in una scena di Driver, l'imprendibile
Ryan O’Neal e Isabelle Adjani in una scena di Driver, l’imprendibile

La portentosa soggettiva di Driver, l'imprendibile
La portentosa soggettiva di Driver, l’imprendibile

Espediente che trova conferme negli stessi protagonisti, di cui Hill non ci comunica mai i propri nomi, definendoli piuttosto Pilota; Giocatrice; Detective. Così facendo, il cineasta de Danko (1988) procede nel disegnare appena degli accenni di contorni caratteriali, facendoli vivere nel buio e nel soffuso di una claustrofobica e cupa Los Angeles hopperiana. Gli agenti scenici di Driver, l’imprendibile non sono altro infatti che funzioni caratteriali. Elementi efficacemente declinati in un intreccio solido ma tutt’altro che elaborato; espediente attraverso cui il cineasta de Ancora vivo (1996) dispiega al massimo gli effetti esperienziali della sua narrazione notturna.

Un Pilota; una Giocatrice; un Detective, e un racconto a cui Hill dà colore e vivacità attraverso inseguimenti supersonici degni di Bullitt (1968) che vivono di soggettive pionieristiche e montaggio netto. Corse folli di “gioco del gatto col topo” a sirene spiegate e attenuate dall’effetto doppler; incroci presi a tutta velocità; auto disarcionate; portelloni divelti da fucilate; e portiere progressivamente demolite, a conferma dell’immediatezza d’intenti del suo linguaggio filmico che predilige la sensazione alla solidità narrativa.

Driver l’imprendibile: i contorni narrativi di un’opera new-hollywoodiana

Hill si limita unicamente a dettare poche linee guida alla base del racconto. Un vecchio conto in sospeso tra il Detective di Dern e il Pilota di O’Neal; la casualità degli eventi come motore dell’intreccio alla base dell’incontro tra lo stesso Pilota e la Giocatrice della Adjani: a parlare sono le immagini e le azioni, che vanno in contraltare con gli scarni elementi dialogici.

Alla maniera di Un dollaro d’onore (1959) e del suo incipit deduttivo infatti, il cineasta de I cavalieri dalle lunghe ombre (1980) asciuga del tutto i dialoghi, come ad esempio nel caso del suo Pilota – simulacro del cowboy urbano della New Hollywood – che guida molto; parla poco; e spara meno. Espediente attraverso cui il cineasta de Chi più spende più guadagna (1985) configura un racconto dal ritmo netto, veloce, avvolgendolo in una crescita esponenziale della posta in gioco che vive dell’arguzia del Detective e del codice d’onore del Pilota nelle sue missioni notturne.

In tal senso, la grande forza di Driver, l’imprendibile sta nella capacità del suo autore di saper rileggere il genere crime nella forma dell’heist movie, secondo un nuovo punto di vista. Declinando così un racconto snello, di facile fruizione, vivace e dinamico. È il 1978 d’altronde, epoca della massima sperimentazione narrativa della New Hollywood di cui Hill ne coglie l’essenza realizzando un’opera che asciuga il conflitto di un Il caso Thomas Crown (1968) e Getaway! (1972) a favore della più pura spettacolarizzazione.

Tra i gioielli del cinema di Walter Hill

Poco importa a un certo punto del significato allegorico de Driver, l’imprendibile; della ribellione del Pilota e del suo anticonformismo per spezzare le catene dell’oppressione per mezzo della fuga; dello stesso Detective che agisce secondo il suo schema di valori per poterlo acciuffare. Non è negli intenti di Hill permeare di una qualche significazione di valore i suoi agenti scenici. Siamo dinanzi a un puro divertissement, un’esperienza narrativa che sguinzaglia funzioni caratteriali tra soggettive e regia dinamica.

Nonostante la sua aura da semi-flop commerciale, è nelle decadi successive che il cinema ha saputo riconoscere a Driver, l’imprendibile lo status di cult a pieno titolo. L’opera di Hill ha infatti ispirato generazioni di creativi e cineasti. Dall’aver posto le basi del quasi omonimo videogame del 1999 di Marice Suckling; all’aver dato il là a Nicolas Winding Refn per Drive (2011); e a Edgar Wright per il suo Baby Driver (2017); per finire con l’essere etichettato da Tarantino come “uno dei film più cool di tutti i tempi“. Tanto basta per consegnarsi all’immortalità cinematografica.

La locandina di Driver, l'imprendibile
La locandina di Driver, l’imprendibile

Sintesi

Pur condannato dal box office dell'epoca come semi-flop commerciale, è nelle decadi successive che il cinema ha saputo riconoscere a Driver, l'imprendibile lo status di cult a pieno titolo. Attraverso dialoghi asciutti e inseguimenti supersonici in una Los Angeles notturna e hopperiana, l'opera di Walter Hill ha saputo ispirare generazioni di creativi e cineasti; dall'aver posto le basi del quasi omonimo videogame del 1999 di Marice Suckling, all'aver dato il là a Nicolas Winding Refn per Drive (2011) e a Edgar Wright per il suo Baby Driver (2017), per finire con l'essere etichettato da Tarantino come "uno dei film più cool di tutti i tempi" - tanto basta per consegnarsi all'immortalità cinematografica.

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