Django Unchained

Django Unchained recensione del film di Quentin Tarantino

Django Unchained recensione del film di Quentin Tarantino con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Samuel L. Jackson Don Johnson

La particolarità di quel tripudio filmico di Sukiyaki Western Django (2007) di Takashi Miike, a cui Quentin Tarantino (Pulp Fiction, C’era una volta a Hollywood) prese parte, è quella di voler chiudere il cerchio del mito di Yojimbo/La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa; riportandolo così in patria, nella forma di rielaborazione della lettura “Spaghetti” di Django (1966) di Sergio Corbucci. La prima ufficiale dopo il “plagio d’autore” di Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone. Visto il risultato del sukiyaki-western, e la susseguente passione per il genere, nel 2007 Tarantino uscì allo scoperto; proponendo così la sua rilettura degli spaghetti-western con cui raccontare dello schiavismo nell’Ottocento americano. Cinque anni, due Oscar vinti nell’edizione 2013, e due performance tra le più incisive del decennio, dopo; non si sbaglia nel definire Django Unchained (2012) una delle vette dell’opus tarantiniano.

Prima parte del dittico western conclusosi con The Hateful Eight (2015) – che nei piani originali sarebbe dovuto essere il sequel di Unchained, intitolato Django in White Hell; nonché anello di mezzo dell’ipotetica trilogia storica comprendente Bastardi senza gloria (2009) e C’era una volta a Hollywood (2019). Django Unchained è tra le più interessanti espressioni filmiche del “Secondo Tarantino“; quello del mondo del film, e in particolare di un cinema che da Kill Bill Vol.1-2 (2003-2004) in poi, ha visto i cliché “da film” permeare la realtà cinematografica.

Jamie Foxx in una scena di Django Unchained
Jamie Foxx in una scena di Django Unchained

Visti i natali filmici al Video Archives, non c’è da stupirsi se alla fine Tarantino sia giunto nel sentiero narrativo degli spaghetti-western; con Django Unchained infatti, il cineasta americano rende esplicitamente omaggio a Sergio Corbucci e all’innovazione in termini di linguaggio filmico alla causa spaghetti. Laddove Leone s’era infatti mosso più nell’ottica della composizione dell’immagine e dell’abilità registica, Corbucci lavorò maggiormente sui toni; sporcando e rendendo in forma più violenta, caratterizzazioni e atmosfere sceniche. Quello di Django Unchained tra il sopracitato Django e l’innevato Il grande silenzio (1968), non è tuttavia il primo omaggio all’opus corbucciano; l’intera sequenza della tortura del poliziotto de Le Iene (1992), infatti, ne rievoca una similare del film del ’66 di Corbucci.

What if… Will Smith come Django!

Se guardando Django Unchained vi viene da pensare che forse un altro attore – magari meno carismatico ma dalla verve comica più vivace – avrebbe fatto le fortune di Django; beh, non vi sbagliate. Nel delineare il personaggio de La pistola più veloce del sud, Tarantino aveva tutt’altro in mente che Jamie Foxx – di fatto la terza scelta dopo Idris Elba; il “suo” Django corrispondeva al nome (e al volto) di Will Smith. L’ex-Principe di Bel Air arrivò perfino a chiacchierare del concept con Tarantino; in pratica quasi alle pendici della pre-produzione. Poi però, su sua stessa ammissione in una round-table dell’Hollywood Reporter, qualcosa non andò per il meglio:

E’ stato per la direzione creativa della storia. Per me, è la storia perfetta che uno può desiderare: un tipo impara a uccidere per recuperare sua moglie che è stato catturata come schiava. Questa idea è perfetta. Ed è stato proprio per questo che Quentin ed io non eravamo d’accordo. Volevo fare la più grande storia d’amore che gli afroamericani avessero mai visto”.

Il secondo celebre rifiuto di Smith, dopo Matrix (1999) delle sorelle Wachowski per prender parte a Wild Wild West (1999); una sliding door eccellente con cui dar slancio alla carriera di Keanu Reeves – ma che, volendo trovare una giustificazione, a detta dello stesso Smith il pitch delle Wachowski fu tutt’altro che “comprensibile”. In ogni caso, la presenza scenica di Smith in Django Unchained, si sarebbe potuta intendere anche come un’ipotetica rilettura del suo ruolo “western” nello sfortunato Wild Wild West; trovandovi così una sorta di redenzione filmica in salsa tarantiniana.

Will Smith e Jamie Foxx
Will Smith e Jamie Foxx, l’occasione mancata del Principe di Bel Air

Chiaramente la storia è andata diversamente, per la fortuna di un più che ispirato Foxx; ma vien da chiedersi – riguardo alle recriminazioni di Smith – quant’è sottile, in Django Unchained, il confine tra storia d’amore e storia d’amore di vendetta.

“Abbiamo parlato, ci siamo incontrati, ci siamo seduti per ore ed ore. Volevo fare questo film così tanto, ma sentivo che l’unico modo era, doveva essere una storia d’amore, non una storia di vendetta. Non credo nella violenza come reazione alla violenza. […] La violenza genera violenza. Quindi non riuscivo a collegare la violenza come unica risposta. L’amore doveva essere la risposta”.

Nel cast figurano Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Samuel L. Jackson; e ancora Walter Goggins, Don Johnson, Jonah Hill, Bruce Dern, Franco Nero, Russ e Amber Tamblyn.

Django Unchained: sinossi 

Texas, 1858. Degli schiavisti compiono una traversata nel deserto assieme alla propria merce. Tra questi ce n’è uno che di nome fa Django (Jamie Foxx). Nella notte, rintracciato il convoglio dal cacciatore di taglie/dentista Dr. King Schultz (Christoph Waltz); questi libera Django proponendogli un accordo tra gentiluomini: localizzare i fratelli Brittle – i suoi ex schiavisti –  in cambio della libertà e di una percentuale sulla taglia.

Scovati nella magione di Big Daddy (Don Johnson) e a missione conclusa, durante il viaggio tra Django e Schultz inizia un rapporto d’amicizia e fiducia. Schultz scopre infatti che non appena libero, Django andrà a cercare sua moglie Broomhilda (Kerry Washington); anch’essa schiava. Il cacciatore di taglie sceglie così d’accompagnare l’amico, formandolo come individuo e rendendolo anch’esso un cacciatore di taglie.

Jamie Foxx in una scena di Django Unchained
Jamie Foxx in una scena di Django Unchained

Django e Schultz iniziano così un viaggio alla ricerca di Broomhilda, che li porterà sino a Candyland; la terra di Calvin Candle (Leonardo DiCaprio) e del negriero Stephen (Samuel L. Jackson). Quella che sembrerà essere una missione di salvataggio delle più semplici, diventerà una carneficina. Tra pistole, vendetta e amore infatti, Django farà di tutto per riabbracciare l’amata Broomihlda.

Chi è che inciampa nell’oscurità?”

In piena linea con il citazionismo cinematografico che permea la sua produzione filmica, l’apertura di racconto di Django Unchained si caratterizza per un evidente rimando al sopracitato film di Corbucci; a partire dalla scritta in rosso, sino al tema di Luis Bacalov. Il Django tarantiniano però è tutt’altro che un pistolero solitario che gira con una bara “a tracolla”; piuttosto uno schiavo nero come ci lascia intendere l’incipit. Lo sguardo torvo, i capelli scombinati, una coperta, la schiena piena di cicatrici. Tra un dettaglio degli zoccoli dei cavalli, e dei piedi incatenati degli schiavi, ecco svilupparsi il racconto di Django Unchained. In un’apertura di racconto che si caratterizza d’un ritmo netto, tra particolari del fucile, e un uso dinamico delle Leone; con cui Tarantino getta le basi delle dinamiche relazionali tra il Django di Foxx e lo Schultz di Waltz.

La presentazione scenica di quest’ultimo, infatti, vive del buio della notte, e di una vivace atipicità. Laddove gli spaghetti-western si son sempre circondati di personaggi dalla caratterizzazione sporca, viscida, unta; dalla dubbia moralità, Tarantino con il suo Django, aggiunge una sua nota personale.

Uno scorcio fordiano in Django Unchained
Uno scorcio fordiano in Django Unchained

Lo Schultz di Waltz infatti, pur entrando pienamente in questi canoni, è fascinoso, galante, dal linguaggio elaborato e forbito, e furbo come una volpe. Espediente con cui Tarantino rilegge il topos scenico del bounty-killer, in chiave postmoderna; opponendosi dicotomicamente a quella “spaghetti” per mezzo di toni incisivi si, ma più tenui, addolciti nei contorni.

All’ombra di una lanterna, e a bordo di un carretto con un dente in cima, Tarantino dispiega la sopracitata dinamica; configurando così una polarità funzionale tra lo Schultz mentore e alleato e lo schiavo Django, con cui dispiegare l’evoluzione della caratterizzazione di quest’ultimo. Schultz infatti, libera Django dalle catene della schiavitù, gli dà un cappotto, delle scarpe, un’arma, un cavallo; nonché uno scopo per vivere.

Tra cappi al collo e boccali di birra 

Tra scorci fordiani d’alba e tramonto, semi-soggettive e campi lunghi, Django Unchained sviluppa un racconto dall’intenso respiro western; con cui Tarantino si inserisce nella tradizione filmica del genere. Configurando così, nel topos del viaggio “Fordiano”, l’espediente con cui esplicitare l’evoluzione narrativa degli archi di trasformazione dei suoi agenti scenici. Tra città (semi)fantasma cappi al collo che aspettano soltanto qualcuno a cui stringersi intorno, dettagli di mani e boccali di birra, primi medi di ne*ri a cavallo; il cineasta americano incede nell’arricchire la caratterizzazione psicologica dei suoi agenti scenici. Ora delineando il background scenico di Schultz, ora i contorni caratteriali di Django; acquisendo infatti sempre più consapevolezza di sé, in un accordo tra gentiluomini che ne sfuma i toni, assumendo enorme rilevanza nell’economia del racconto – specie se rapportato al contesto storico-sociale di riferimento.

Django Unchained: un racconto d’amore e vendetta

Il dispiego dell’intreccio permette a Tarantino, lungo tutto il primo atto di sviluppare il background scenico del Django di Foxx; traslandolo nella contemporaneità del tempo narrativo. Tra chic abiti blu acceso e candidi fiori di cotone “rosso sangue”, realizza la piena evoluzione del suo agente scenico; in una condizione da schiavo abbattuta a colpi di pistola, frustate al rallenti e schizzi di sangue. È dinamica la crescita di Django uomo-libero, supportata da un contesto scenico con cui Tarantino – per mezzo di un linguaggio filmico vivace ed elaborato – gioca con la storia e il montaggio alternato; procedendo così a una progressiva sdemonizzazione e susseguente ridicolizzazione del Ku Klux Klan, tra buchi nei cappucci, dialoghi sagaci e il Dies Irae.

Campi di cotone "colorati" in Django Unchained
Campi di cotone “colorati” in Django Unchained

Se il primo atto ha quindi rappresentato la piena realizzazione della caratterizzazione del Django di Foxx; è con il secondo che Tarantino dà una specifica anima al suo racconto. Tra scorci innevati Corbucciani e ispirazioni atmosferiche degne de Butch Cassidy (1969); Django Unchained riequilibra il rapporto tra i due agenti scenici. Non più una dinamica mentore-allievo quindi, ma due bounty-killer alla pari; riconducibile alla personalizzazione del vestiario, e non già di una sella con incisa la propria D. Così facendo, Tarantino dispiega finalmente l’anima narrativa di un racconto d’amore e vendetta, in una coppia di bounty-killer con cui rileggere i topoi del cinema (spaghetti)western.

Candyland: alla ricerca di Broomhilda

Un brutale combattimento tra neri, un braccio spezzato, un cenno in una Leone zoomata; una martellata sulla testa e delle caramelle che cascano giù. Tra teorizzazioni sul nome Django e una regia fluida e vivace, Tarantino alza sensibilmente la posta in gioco; in una crescita del conflitto graduata, tra dialoghi incisivi, frenologia e nomignoli dispregiativi. Se lungo tutto il racconto l’attenzione è catalizzata dalle dinamiche relazionali tra Schultz e Django; a Candyland la musica cambia – siamo infatti nel regno del Calvin Candle di Leonardo DiCaprio.

Tarantino aumenta la dimensione scenica del suo antagonista, a partire dalla composizione dell’immagine; piani spezzati con cui il regista americano catalizza l’attenzione sull’istrionismo del suo magnifico interprete. Un background appena accennato, un incredibile lavoro di mimesi, ed è pura intensità recitativa tra mani sporche di sangue e teschi tagliati. Lo sviluppo del segmento narrativo infatti, permette a Tarantino di allargare le maglie relazionali; in un’opposizione scenica tra lo Schultz di Waltz e il Candle di DiCaprio – che sono un po’ le sfumature di bene e male, di due personaggi dalla dubbia moralità. Un’autentica gara di bravura tra la delicatezza intensa del primo, e l’esplosività del secondo.

Leonardo DiCaprio in una scena de Django Unchained
Leonardo DiCaprio in una scena de Django Unchained

Candyland è anche il teatro della velata critica sociale di Django Unchained; tra ne*ri negrieri e negrieri mascherati, Tarantino realizza un’arguta e velata riflessione sui ruoli scenici; su oppressi che mettono da parte il retaggio e diventano a loro volta oppressori – cucita addosso allo Stephen di un Samuel L. Jackson in stato di grazia. Una critica, come detto velata, di un regista che non dichiara mai espressamente il senso sociale del suo cinema – prendendo spesso le distanze dalle interpretazioni; ma che in Django Unchained – così come nel precedente racconto femminista Kill Bill – trova una sua carica preponderante – specie visti i tempi recenti.

Ma soprattutto, Candyland è l’arena della piena espressione della connotazione d’amore e vendetta del racconto. In un incedere di momenti onirici lungo tutto il dispiego della struttura narrativa lineare di Django Unchained; con cui Tarantino mantiene vivo il ricordo e ne alimenta il dolore. Esplicandolo così, ora nel dettaglio della pistola e di un susseguirsi di Leonismi, ora nel primo (re)incontro tra la Wagneriana Broomhilda della Washington e il Django di Foxx; con cui Tarantino conferma la sua cura registica del respiro scenico, in un susseguirsi di silenzi, attese… e svenimenti.

Il final-showdown: un tripudio di sangue Peckinpahiano

Tra una torta bianca, Alexandre Dumas, e Per Elisa di Beethoven, la chiusura epica dell’arco narrativo dello Schultz di Waltz risulta funzionale nell’economia del racconto. Dispiegando uno stallo alla messicana leoniano in kammerspiel infatti, Tarantino valorizza la componente vendicativa in un tripudio di proiettili ed urla – degne de Il mucchio selvaggio (1969).

Declinando così una climax a scoppio ritardato con cui il regista americano rilegge il cinema western secondo le sue tipiche estetiche: montaggio veloce, fiumi di sangue. Un asciugare il conflitto scenico in una dinamica classica eroevillaindamigella da salvare con cui Tarantino rilegge il terzo atto di Per un pugno di dollari, sulle note de Lo chiamavano Trinità (1970).

La pistola più veloce del Sud, e il western dei sogni

L’opera di mezzo della trilogia storica – nonché prima parte del dittico western – di Quentin Tarantino è, senza dubbio, il più grande western revisionista dai tempi de Gli spietati (1992) di Clint Eastwood. Un racconto vivace, che punta il dito contro gli orrori della schiavitù; capace di inserirsi più che nel filone western Fordiano-Eastwoodiano, in quello degli Spaghetti. Tarantino opera così un sopraffino e delicato lavoro di bricolage narrativo con cui celebrare l’essenza stessa del genere reso grande da Sergio Leone e Sergio Corbucci; tra espedienti filmici e citazioni sonore a Django e alla saga di Trinità (1970-1971) di E.B. Clucher, realizzando così l’opera western dei sogni, o forse, quella immaginata da semplice commesso della videoteca.

Sintesi

Opera di mezzo della trilogia storica di Bastardi senza gloria (2009) e C'era una volta a Hollywood (2019), prima parte del dittico western con The Hateful Eight (2015); con Django Unchained (2012) Tarantino punta il dito contro lo schiavismo in un'opera che celebra lo Spaghetti-Western in tutta la sua interezza. Da Per un pugno di dollari (1964) a Django (1966) sino al dittico di Trinità (1970-1971) - le tante anime di un genere che trovano in Django Unchained il suo più puro punto d'incontro filmico.

Perché MadMass.it

Non è questa la cinesfera che ci meritiamo, abbandonata allo strapotere delle content farm e al loro incessante copia-traduci-incolla finalizzato ad invadere i motori di ricerca. Meno del 20% dei contenuti delle content farm è originale ed il loro modello distorto ha contribuito alla scomparsa dell'opinione cinematografica online. Oltre il 90% degli articoli presenti su MadMass.it è farina del nostro sacco: mettiamo la qualità, il piacere di scrivere e la voglia di proporre qualcosa di autentico e diverso al centro dei nostri contenuti. Sostieni anche tu la causa di una cinesfera più creativa e originale, insieme possiamo restituire influenza ed autorevolezza al nostro web cinematografico. Supportaci se puoi con una donazione o acquistando i prodotti consigliati sul nostro sito, o semplicemente passa a visitarci e sfoglia le nostre pagine: ci permetterai di continuare a crescere e fare sentire la nostra voce.

Articoli Correlati

Commenti

Ultimi Articoli

Trieste Science + Fiction Festival 2020: il programma con tutti i film e le serie TV in concorso e gli ospiti alla 20esima edizione...

Trieste Science + Fiction Festival 2020: il programma, i film e gli ospiti della 20esima edizione del festival dedicato alla fantascienza, tra anteprime come...

Cinema News del 29 ottobre [Rassegna Stampa]

Cinema News del 29 ottobre: Ralph Fiennes e Carey Mulligan in The Dig, Gemma Arterton nella miniserie Black Narcissus, Nicole Kidman nella serie Things...

La leggenda dell’Uomo Nero: i migliori film sul Boogeyman o Babau [Horror Week]

La leggenda dell'Uomo Nero: i migliori film al cinema sul Babau, dalla trilogia Boogeyman a Sinister e Babadook Prima dell'Uomo Nero rileggi l'appuntamento dedicato a...

Cinema News del 28 ottobre [Rassegna Stampa]

Cinema News del 28 ottobre: la fantascienza di George Clooney in The Midnight Sky e di Brian K. Vaughan in Y: The Last Man,...

Paura nella città dei morti viventi recensione film di Lucio Fulci [Trilogia della Morte]

Paura nella città dei morti viventi recensione del film scritto da Dardano Sacchetti e diretto da Lucio Fulci con Christopher George e Catriona MacColl Tra...

La bottega dei suicidi recensione film di Patrice Leconte [Horror Week]

La bottega dei suicidi recensione film d'animazione scritto e diretto da Patrice Leconte basato sul romanzo Il negozio dei suicidi di Jean Teulé Trapassati o...

Food For Change recensione film di Benoît Bringer [Terra di Tutti Film Festival]

Food For Change recensione documentario di Benoît Bringer presentato al Terra di Tutti Film Festival “Il vostro piatto è legato a tutti i problemi che...

Cinema News del 27 ottobre [Rassegna Stampa]

Cinema News del 27 ottobre: Superhero news con Oscar Isaac Moon Knight, le riprese di Spider-Man 3 e le prime immagini della nuova Batwoman...

Utopia recensione serie TV [Amazon Prime Video Anteprima]

Utopia recensione serie TV di Gillian Flynn con John Cusack, Ashleigh LaThrop, Dan Byrd, Sasha Lane,  Desmin Borges, Jessica Rothe, Rainn Wilson, Christopher Denham e Cory Michael...

Ravenna Nightmare Film Fest 2020: il programma con tutti i film in concorso e gli ospiti alla XVIII edizione [RNFF 20]

Ravenna Nightmare Film Fest 2020: da Marco Bellocchio ai Manetti Bros., passando per i nuovi corti di Yorgos Lanthimos e Jonathan Glazer, scopriamo il...