Die, my love recensione film di Lynne Ramsay con Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Sissy Spacek e Nick Nolte [RoFF 20]

Bisogna essere sinceri: parlare di Die, My Love – così come del romanzo da cui è tratto, pubblicato nel 2021 – non è affatto semplice.
Fin dalla sua prima proiezione al Festival di Cannes, il film si è annunciato come un’esperienza ardua, intensa e divisiva come poche se ne erano viste negli ultimi anni. Le ragioni di questa spaccatura diventano subito chiare: lo spettatore esce dalla sala con un senso di peso, colmo di dubbi su ciò che ha appena visto e profondamente scosso dalla storia. È evidente come la pellicola divida profondamente il pubblico: per alcuni rappresenta un autentico capolavoro, per altri è invece un’esperienza quasi insopportabile.
In questo viaggio interiore nella psiche umana, Grace e Jackson — interpretati da Jennifer Lawrence e Robert Pattinson — sono una giovane coppia che si trasferisce in una casa di campagna per dare una svolta alla propria vita. Con la nascita del loro bambino, i due si trovano coinvolti in una discesa nell’abisso della mente della giovane madre, che sembra rifiutare la vita che insieme hanno costruito con tanta cura e amore.
Lynne Ramsay firma un’opera disturbante e claustrofobica, in cui lo spettatore viene trascinato nel delirio più intimo di una donna prigioniera della propria mente. L’amore materno si deforma progressivamente in qualcosa di oscuro e insondabile, passando dall’odio verso sé stessi e verso gli altri fino al rifiuto totale, tra continue allusioni alla violenza psicologica e al suicidio. Per queste motivazioni ci ritroviamo impreparati e impotenti davanti allo schermo, testimoni collettivi della lenta dissoluzione della ragione di una donna. Non a caso, Die, My Love sceglie spesso di filmare le anime dei personaggi da angolazioni insolite, nascoste, laterali: sembra quasi di assistere a un documentario osservato da dietro una fessura, costretti a trattenere il respiro per non farci scoprire.

L’alienazione domestica – la campagna, la famiglia, la routine, il lavoro – si trasforma così nel simbolo di una prigione mentale e sensoriale, impregnata di desiderio fisico e di visioni carnali. La pellicola si apre esattamente come il romanzo, per poi allontanarsene progressivamente e assumere una precisa prospettiva narrativa. Se nel libro la narrazione è più caotica e frammentata – pur mantenendo un sottile fil rouge che la percorre –, il lungometraggio risulta invece più composto e rigoroso, anche se non mancano momenti onirici e deliranti, capaci di confondere continuamente i confini tra realtà e immaginazione.
Lynne Ramsay, qui anche autrice della sceneggiatura, sceglie non solo di adottare la prospettiva della moglie che sprofonda, giorno dopo giorno, in un inferno babelico e psicologico, ma di spingersi oltre, esplorando una dimensione che il romanzo sfiora con minore attenzione. È corretto definire Die, My Love un’opera incentrata sulla femminilità, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo: il film non racconta soltanto la vulnerabilità femminile segnata dalla depressione, bensì anche lo sguardo maschile che ne subisce le conseguenze, costretto a convivere con quel dolore in modo sempre più intimo e profondo.
Molte volte la pellicola, in maniera indiretta, sceglie di privilegiare la prospettiva di Jackson, raccontando la storia di un uomo condannato a vivere accanto a un dolore che non può essere davvero alleviato, se non temporaneamente. La depressione appare come una condanna esistenziale senza vie di fuga, una condizione in cui tutto perde senso e persino i gesti più semplici diventano insostenibili, come se il tempo si fosse cristallizzato e non restasse più alcun modo per tornare davvero a respirare.
Die, My Love si rivela dunque un’opera complessa e spossante proprio perché, mentre assiste alla caduta della protagonista, lo spettatore non può fare nulla né desiderare alcun cambiamento: è costretto a subire immagini estenuanti, faticose e morbose che scorrono sullo schermo, senza alcuna possibilità di reagire.
Non è un racconto parabolico né un film costruito attorno a un vero punto culminante, come la trama potrebbe far presagire, ma piuttosto un’opera immobile, in cui il riscatto e la salvezza sembrano dissolversi progressivamente, fino a diventare condizioni irraggiungibili.


