“Cime Tempestose” recensione film di Emerald Fennell con Margot Robbie, Jacob Elordi e Charlotte Mellington [Anteprima]

“Cime Tempestose”, le virgolette prima di tutto.
La regista premio Oscar Emerald Fennell, qui alla sua terza prova dietro la macchina da presa dopo Una Donna Promettente (che le è valsa la statuetta per la sceneggiatura) e Saltburn, mette subito le mani avanti riguardo il titolo del suo adattamento del romanzo di Emily Brontë, specificando che l’apposizione del virgolettato starebbe appunto a sottolineare che si tratta di una sua versione del racconto.
A detta della regista sarebbe impossibile trasporre l’opera originale mantenendone tutta la complessità, ragion per cui avrebbe scelto di fornire quella che è la sua visione della storia, cercando di trasmettere quello che il romanzo ha significato per lei.
Stando alle sue parole, sicuramente tacciabili di una buona dose di furbizia, un tradimento manifesto starebbe alla base della pellicola. Tuttavia, proprio dalla natura traditrice insita in questa dichiarazione di intenti, potrebbe nascere la vera forza del film.
Facciamo un passo indietro, cercando di capire cosa va a raccontare questo nuovo “Cime Tempestose”. Gli eventi del film ripercorrono a grandi linee quelli della prima parte del romanzo: la Fennell, che scrive co-produce l’opera oltre che dirigerla, si prende già la grossa libertà di concentrarsi soltanto su una determinata sezione degli eventi, scegliendo di mettere via buona parte della storia nonché diversi personaggi, per focalizzarsi principalmente sulle vicende dei due protagonisti e sui pochi altri che ruotano attorno a loro.
Il giovane e orfano Heathcliff (Jacob Elordi), cresciuto fin dalla preadolescenza dalla famiglia Earnshaw nella dimora di Wuthering Heights (Cime Tempestose) e la stessa Catherine “Cathy” Earnshaw (Margot Robbie) sviluppano fin da subito un legame di forte affezione. Nonostante l’intensità dei loro sentimenti, Cathy decide di legarsi in matrimonio al facoltoso vicino di casa Edgar Linton (Shazad Latif), confessando alla governante Nelly (Hong Chau) che pur amando Heathcliff non potrà mai sposarlo proprio per via del divario di estrazione sociale e culturale tra i due.
Heathcliff, avendo ascoltato la conversazione sparisce senza alcun avvertimento dalle vite di chi lo aveva accolto, per poi ritornare dopo diverso tempo notevolmente arricchito, decidendo di rilevare la vecchia dimora di Wuthering Heights, ormai in rovina. Nascerà quindi un amore impossibile tra i due, fatto di gelosia, passione, segreti e vendette.

Emerald Fennell decide di incentrare il suo racconto sulla carnalità del rapporto dei due protagonisti, restando sempre in bilico tra un certo tipo di rigore nei confronti della classicità della materia trattata e una continua carica erotica ricca di ammiccamenti espliciti, tanto nel parlato quanto nelle immagini, fin dalla primissima sequenza. Tuttavia, nonostante il racconto si abbandoni spesso ad un certo tipo di erotismo abbastanza spinto, alla quale la Fennell ci aveva già abituati con le sue precedenti pellicole, l’occhio della regista riesce sempre a mantenere la giusta eleganza senza mai sfociare nella volgarità.
“Cime Tempestose” non è semplicemente una rilettura del classico della Brontë, ma un vero e proprio manifesto pop sull’amore consensuale costruito sull’equilibrio di dominazione e sottomissione (BDSM). A rendere squisitamente moderna e attuale la visione della Fennell è proprio questo insistente ribaltamento dei ruoli dei due protagonisti, ma quello che probabilmente eleva la scrittura del film ad un livello superiore è proprio tutto il discorso che fa sulla questione del consenso, poiché con la reiterata richiesta dello stesso in una specifica sequenza, compirà forse l’atto di tradimento maggiore nei confronti della controparte cartacea.
Quello che però non potrà di certo passare inosservato, è l’ulteriore balzo in avanti che la regista compie sul piano visivo, insieme al direttore della fotografia Linus Sandgren. La messa in scena del film è praticamente impeccabile sia dal punto di vista meramente tecnico che narrativo. La Fennell delizia lo spettatore con una serie di quadri di rara bellezza ed impatto, prediligendo in non poche occasioni l’inquadratura fissa. Le immagini, farcite dagli accostamenti cromatici più spinti, non potranno che ricordare un certo tipo di espressionismo di Hammeriana, se non addirittura Baviana, memoria nei tagli e nei colori, con un rigore geometrico che, senza dover per forza scomodare i grandi nomi del passato, non le farebbe di certo sfigurare accanto al più recente Lanthimos.
A reggere tutta la baracca sicuramente anche le notevoli interpretazioni del cast, su tutti a farla da padrone è ovviamente la chimica del duo Robbie/Elordi.
Nota di merito anche per il coraggio nella scelta delle musiche, che in un certo senso non fanno altro che rimarcare la dicotomia dell’animo della pellicola: da un lato le note più classiche dello score di Anthony Willis, dall’altro il tono sicuramente più moderno delle dirompenti canzoni appositamente composte da Charli XCX.



