Camp Miasma adolescenza, sesso e morte recensione film di Jane Schoenbrun con Hannah Einbinder e Gillian Anderson
di Elia Marelli

Dall’inizio dello scorso decennio, l’horror ha attraversato una profonda trasformazione. Da genere spesso relegato al puro intrattenimento e considerato di serie B, è diventato terreno fertile per allegorie sociali e riflessioni identitarie.
Camp Miasma adolescenza, sesso e morte si inserisce proprio in questo filone e, al tempo stesso, rappresenta il capitolo conclusivo della trilogia che Jane Schoenbrun ha dedicato agli schermi come luoghi di formazione dell’identità.
Dopo quelli del web di We’re All Going to the World’s Fair e quelli televisivi di I Saw the TV Glow, entrambi coming of age in cui i protagonisti costruivano sé stessi attraverso le immagini, la regista sposta ora lo sguardo sul grande schermo cinematografico. Il coming of age diventa in questo caso anche il mezzo attraverso cui interrogarsi sullo stato dell’horror contemporaneo.
La premessa è dichiaratamente metacinematografica: Kris (Hannah Einbinder) è una giovane regista queer incaricata di dirigere il remake di una celebre saga slasher ambientata in un campeggio estivo, confrontandosi con un’opera ormai diventata un classico del genere ma progressivamente caduta nel dimenticatoio dopo una lunga serie di sequel di scarsa qualità. Decide quindi di organizzare un incontro con Billy (Gillian Anderson), protagonista del primo capitolo della saga, ritiratasi dalle scene ormai da decenni. Tra le due si instaura un rapporto ambiguo, destinato a mettere progressivamente in discussione il confine tra realtà, memoria e finzione.
Schoenbrun dissemina Camp Miasma di riferimenti che spaziano dagli slasher degli anni Ottanta fino a classici come Viale del tramonto. Le citazioni, però, non riguardano soltanto il contenuto, ma investono anche la forma: dissolvenze che richiamano l’estetica dei DVD dei primi anni Duemila, fondali dipinti che rivendicano la natura artificiale dell’immagine e jumpscare volutamente annunciati che prendono ironicamente le distanze dai cliché del genere. È un cinema che riflette continuamente su sé stesso senza rinunciare però al piacere dell’immagine, grazie ad una fotografia particolarmente convincente.
È però nel rapporto tra corpo e teoria che il film trova la sua intuizione più interessante. Kris incasella l’horror in precise categorie critiche e dibattiti sulla rappresentazione, come se ogni immagine dovesse necessariamente essere giustificata o interpretata. Billy, all’opposto, vive il cinema in maniera istintiva, tanto da attrice quanto da spettatrice, abbandonandosi alle sensazioni primordiali del genere e cercando di spingere Kris a fare lo stesso, tanto nel lavoro quanto nella vita.
In questo senso anche il coming of age assume una sfumatura diversa rispetto ai lavori precedenti della regista. Se in essi la crescita passava attraverso il rapporto con gli schermi, qui sembra invece coincidere con l’accettazione di ciò che sfugge alla razionalizzazione. Il desiderio, il sesso e la paura parlano innanzitutto al corpo, prima che all’intelletto. È proprio in questa tensione irrisolta tra esperienza fisica e interpretazione teorica che Camp Miasma adolescenza, sesso e morte costruisce la propria identità.
Questa ambizione rappresenta tuttavia anche il principale limite dell’opera. Schoenbrun privilegia il discorso teorico rispetto alla progressione narrativa, costruendo un film volutamente frammentario e non sempre immediato. Il continuo gioco metacinematografico e le riflessioni sul genere finiscono spesso per prendere il sopravvento sul coinvolgimento emotivo dello spettatore. È una scelta che rende il film un’esperienza tanto affascinante quanto inevitabilmente divisiva.
Camp Miasma sembra suggerire come l’horror rischi oggi di trasformarsi in un oggetto di analisi, dimenticando la propria natura più fisica e sensoriale. Perché prima delle allegorie vengono le immagini e prima della teoria vengono il corpo, il sangue e il desiderio. Eppure, è proprio qui che emerge anche la principale contraddizione dell’opera.
Nel tentativo di denunciare un horror sempre più intento a riflettere su sé stesso, Schoenbrun finisce però per percorrere la stessa strada: il discorso teorico prende spesso il sopravvento sull’esperienza sensoriale che il film stesso rivendica. Rimane così un’opera estremamente affascinante e ricca di intuizioni, ma anche inevitabilmente irrisolta. È proprio questo il dubbio che lascia allo spettatore: non se l’horror contemporaneo abbia ancora qualcosa da dire, ma se, nel tentativo di spiegarsi continuamente, non rischi talvolta di dimenticare la forza immediata delle proprie immagini.


