Caccia al ladro

Caccia al ladro recensione film di Alfred Hitchcock con Cary Grant e Grace Kelly [Flashback Friday]

Caccia al ladro recensione del film di Alfred Hitchcock con Cary Grant, Grace Kelly, Brigitte Auber, Jessie Royce Landis, John Williams Charles Vanel

Il saggio filmico Il cinema secondo Hitchcock (1966) di François Truffaut, è da considerarsi tra i libri cinefili più rilevanti di sempre. Al suo interno infatti, si racconta di una serie di conversazioni avvenute tra Truffaut e Alfred Hitchcock (Rebecca – La prima moglie, Intrigo internazionale), lungo tutta una settimana nell’agosto 1962; dalle pagine del saggio – tra aneddoti, curiosità e riflessioni – emerge un quadro interessante di Caccia al ladro (1955). Per il Maestro del brivido era infatti una storia leggera, o per dirla a parole sue:

Non era una storia seria.

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Gli stessi critici definirono Caccia al ladro un giallo sui generis. Un’opera da cui trasudano relax e buonumore: una gita gastronomica condita con giusto un pizzico di suspense. Per Hitchcock l’unico elemento degno di nota della sua pellicola era da ricondursi a una sua personale idiosincrasia di tipo fotografico, rivelatasi poi vincente:

Tutto quello che posso dire di interessante è che ho provato a sbarazzarmi del Technicolor blu per il cielo durante le scene di notte. Detesto il cielo blu Savoia. Allora ho utilizzato un filtro verde, ma non andava assolutamente bene per ottenere un blu scuro, blu ardesia, blu grigio; come in una notte vera.

Cary Grant e Alfred Hitchcock
Cary Grant e Alfred Hitchcock in una scena di Caccia al ladro

Agli Oscar 1956 infatti, Caccia al ladro si presentò con tre nomination – Miglior scenografia, Migliori costumi, Miglior fotografia –  risultando vincente proprio in quest’ultima categoria. Tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di David Dodge, la Paramount ne acquistò immediatamente i diritti di utilizzazione economica. Poco dopo affidarono a Hitchcock la resa registica. Per la sceneggiatura toccò ancora una volta a John Michael Hayes che, alla seconda collaborazione con Hitch dopo La finestra sul cortile (1954), la infarcì di toni vivaci ed audaci doppi sensi.

Caccia al ladro: sinossi

Il ladro di gioielli John Robie noto come il Gatto (Cary Grant) s’è ormai ritirato. Dopo aver partecipato alla Resistenza in Francia, conduce una vita pacifica tra i suoi vigneti in Costa Azzurra. Una meritata pensione insomma, destinata ad essere interrotta. Sulla Riviera infatti, una serie di furti di gioielli compiuti con il suo modus operandi, portano la Polizia a sospettare nuovamente del Gatto. Robie decide così di collaborare con il commissario Hughson (John Williams). Quest’ultimo, giunto in Costa Azzurra su incarico delle assicurazioni, vuol dare a Robie la possibilità di provare la sua innocenza.

Nel farlo, Robie si procura una lista dei proprietari di gioielli più facoltosi presenti sulla Riviera. Fingendosi un ricco uomo d’affari, fa conoscenza di Jessie Stevens (Jessie Royce Landis) e della figlia Frances (Grace Kelly). Se con la prima nasce un’immediata simpatia, Frances – intuendo chi sia realmente Robie – lo guarda con sospetto. Rubati anche i gioielli degli Stevens, per Robie sarà una corsa contro il tempo per mettere finalmente nel sacco il fantomatico Gatto, ma chi sarà realmente?

Cary Grant in una scena de Caccia al ladro
Cary Grant in una scena di Caccia al ladro

Suspense e Costa Azzurra: lo champagne di Hitchcock

A proposito della climax e del momento della rivelazione-chiave con cui diradare la nube di mistero sapientemente costruita attorno al fantomatico Gatto – ratio e nodo gordiano del racconto – Hitch definì così la valenza scenica e morfologica del villain:

Era Brigitte Auber. Mi hanno fatto vedere di Duvivier (Julien nDr). Sotto il cielo di Parigi. Dove interpretava una ragazza di provincia che viene in città. L’ho scelta perché doveva avere un fisico piuttosto robusto per scalare i muri delle ville; non sapevo assolutamente che Brigitte Auber, tra un film e l’altro, faceva l’acrobata; così si è trattato di una coincidenza fortunata.

Eppure, nonostante per l’autore non fosse nulla più che un divertissement vacanziero, tanto che alcune recensioni dell’epoca lo definirono – letteralmente – lo champagne di Hitchcock, Caccia al ladro rappresenta un elemento prezioso nell’opus hitchcockiano. Tra le righe del racconto è possibile leggere di una summa tematica e registica a testimonianza delle mille sfumature del suo cinema: il tema del passato che torna, inesorabilmente, a bussare alla porta; il sospetto legato a doppio filo al tema dell’innocenza/colpevolezza; lo scambio e l’identificazione mimetica; l’ambiguo fascino del crimine; le mille forme del sesso come motore narrativo.

Grace Kelly
Grace Kelly in una scena di Caccia al ladro

Cary Grant e Grace Kelly in una scena de Caccia al ladro
Cary Grant e Grace Kelly in una scena di Caccia al ladro

Tutti topos hitchcockiani di cui abbiamo rimandi tra Il sospetto (1941); L’altro uomo (1951); Il ladro (1956); La donna che visse due volte (1958); Marnie (1964) qui avvolti in una narrazione lineare dall’incedere cadenzato e dolce, con spruzzate di suspense ma con molto più retrogusto da commedia. Humour british fatto di doppi sensi arguti e scene volutamente provocatorie rese possibili da un Grant autentico mattatore della commedia sofisticata hawksiana e interprete superbo di cui Hitchcock seppe sfruttare al meglio le peculiarità attoriali cucendogli addosso un ruolo crepuscolare e giocoso, sensualmente brillante.

Un contrasto tra le tante anime della narrazione di Caccia al ladro che Hitch seppe acuire ora in termini registico-fotografici con l’incedere del filtro verde ogni qual volta ci fosse il bisogno di sottolineare la criticità del momento/lato oscuro monegasco, ora narrativi, giocando d’inerzia tra l’ambientazione da sogno e l’efferatezza degli eventi. Emblematica, in tal senso, l’apertura di racconto con cui Hitchcock, attraverso un semplice stacco di montaggio, passa dalle cartoline della Costa Azzurra a una donna urlante: “I miei gioielli!“. In appena tre sequenze, e per mezzo di un efficace espediente simbolico, Hitch getta da subito le basi drammaturgiche mediante un linguaggio filmico vivace e dagli intenti immediati.

Caccia al ladro: l’importanza di chiamarsi Grace Kelly

L’opera di Hitchcock passò principalmente alla storia per il suo essersi legata a doppio filo con la vita di Grace Kelly. Giunta alla terza collaborazione con Hitchcock dopo Il delitto perfetto (1954) e il sopracitato La finestra sul cortile, è anche la sua ultima. È sul set de Caccia al ladro che Ghiaccio bollente, come la soprannominò scherzosamente Hitch, conobbe il futuro marito: il Principe Ranieri III di Monaco. Per la Kelly fu il primo passo verso l’addio alle scene che si consumerà nel 1956 dopo Il cigno – in un prodigioso lavoro di mimesi tra narrazione storicizzata e realtà – e Alta società.

Lungo il dispiego dell’intreccio, la pellicola si tinge di rosso. La celebre sequenza dell’inseguimento lungo le arzigogolate colline monegasche è di suo uno dei momenti chiave del racconto. Rappresenta infatti, oltre che punto focale della dinamica relazionale tra Robie e Frances, un momento vitale in termini d’economia narrativa perché funzionale nel far emergere la dimensione caratteriale dinamica e temeraria dell’agente scenico della Kelly.

Quelle stesse strade, inoltre, ne segnarono il cammino di vita ventisette anni dopo, portandola alla morte in un incidente stradale. Vero si, ma in parte. Il punto incriminato è si quel tratto, ma un paio di tornanti a qualche chilometro di distanza in avanti. A proposito però della strategica importanza della Kelly in Caccia al ladro – ma un po’ in tutte le apparizioni del loro breve sodalizio – Hitch ne parlò così:

Il mio lavoro con Grace Kelly è consistito nell’affidarle, da Il delitto perfetto a Caccia al ladro, delle parti sempre più interessanti. Per Caccia al ladro, che era una commedia un po’ nostalgica, sentivo che non potevo fare un lieto fine senza riserve. Allora ho girato quella scena intorno all’albero. Grant sposerà la Kelly ma la suocera verrà a vivere con loro: così è quasi un finale tragico.

Ma soprattutto, per Hitchcock l’eleganza innata della Kelly rappresentava la perfetta concezione di sesso indiretto:

Quando affronto le questioni di sesso sullo schermo non dimentico che, anche qui, la suspense comanda tutto. Se è troppo evidente non c’è suspense. Guardi l’inizio di Caccia al ladro. Ho fotografato Grace Kelly impassibile, fredda. La faccio vedere il più delle volte di profilo, con un’aria classica: molto bella ma molto gelida. Ma quando gira nei corridoi dell’Hotel e Grant l’accompagna fino alla porta, cosa fa? Appoggia improvvisamente le labbra sulle sue.

Un gioiellino insomma, un’opera minore in relazione all’opus hitchcockiano ma ugualmente preziosa, dal retaggio senza tempo.

La locandina di Caccia al ladro
La locandina di Caccia al ladro

Sintesi

Passato alla storia come l'ultimo film hitchcockiano di Grace Kelly, segnandone per sempre la vita tra la tragica fine e il legame con il Principe Ranieri III, Caccia al ladro è la piena espressione dell'anima giocosa di Hitch, Un film "poco serio" usando le sue parole. Una commedia sofisticata vestita da thriller vacanziero. Un leggero bicchiere di champagne che è puro divertissement filmico: delizioso in ogni senso.

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