C'era una volta in America

C’era una volta in America recensione del film di Sergio Leone [Flashback Friday]

C’era una volta in America recensione del terzo capitolo della Trilogia del Tempo di Sergio Leone con Robert De Niro, James Woods ed Elizabeth McGovern

Se la trilogia del dollaro de Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono il brutto il cattivo (1966) ha rappresentato la codifica dei Leonismi e l’esplosione del Sergio Leone regista; la trilogia del tempo ha ridotto sempre più il dinamismo registico per concentrarsi sulla solidità narrativa. C’era una volta in America (1984) è l’apice, la summa del secondo periodo del cineasta romano. L’elegante montaggio forsennato delle sequenze action, e dei trielli del dollaro” vengono soppiantati dal ritmo cadenzato e dalla fortissima dilatazione temporale “del tempo“.

Leone si evolve ed evolve di pari passo il suo cinema. La trilogia del tempo s’è infatti distinta per un progressivo allontanamento dalle estetiche e dalle tempistiche degli spaghetti-western; soffermandoci così più sulla cura della messa in scena e sul racconto – con cui esplorare più generi tematici. Laddove C’era una volta il west (1968) ha rappresentato il saluto allo spaghetti-western, e Giù la testa (1971) la transizione tra western e dramma storico; con C’era una volta in America, il cineasta romano parte da una base storica – frutto del contesto scenico-narrativo – per raccontare dei gangster tra il classicismo di Rififi (1955), la rilettura “di genere” de Le Samourai (1967), e la New Hollywood de Il Padrino (1972-1974).

Jennifer Connelly
Jennifer Connelly in una scena de C’era una volta in America

In C’era una volta in America vivono ambo le nature. Una forte anima classica nella struttura, al servizio di un linguaggio (post)moderno. Una rilettura del genere da parte del cineasta “del dollaro“, con cui codificare topoi di genere conclamati, mostrandoceli sotto una nuova luce interpretativa; in un racconto dalla forte carica esistenzialista e malinconica. Espressione di quanto abbia influito il cinema di Leone nella sua epoca e non solo. Capace di segnare indelebilmente l’immaginario collettivo con gli spaghetti-western negli anni Sessanta, per poi consacrarsi tra gli anni Settanta e Ottanta; tanto da esserne rievocato nello spirito – in quest’ultimo caso –  dal The Irishman (2019) di Martin Scorsese.

Nel cast de C’era una volta in America figurano Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Jennifer Connelly, Joe Pesci; e ancora Tuesday Weld, Danny Aiello, Burt Young, Treat Williams, William Forsythe, Larry Rapp.

C’era una volta in America: sinossi 

Nel pieno degli anni d’oro del Proibizionismo (1933) – a New York – quattro gangster cercando David Noodles Aaronson (Robert De Niro). Lo stesso Noodles è in una fumeria d’oppio per dimenticare la morte dei suoi amici a seguito di un colpo fallito. Due dei gangster giungono nella fumeria, ma Noodles riesce a scappare arrivando da Fat Moe (Larry Rapp) – nel frattempo pestato da uno dei gangster.

Robert De Niro in una scena de C'era una volta in America
Robert De Niro in una scena de C’era una volta in America

Noodles decide di disperdere le sue tracce sino a Buffalo, al fine di far calmare le acque. Anni dopo, nel 1968, un Noodles ormai anziano, torna nella Grande Mela per via di alcuni affari in sospeso. Incontrato Moe – che lo ospita nell’appartamento soprastante il locale – Noodles guarda da una feritoia che dà sul magazzino, ricordandosi della sua spensierata giovinezza da delinquente “di strada”. Sarà l’inizio di un viaggio nei ricordi – e non solo – fatto di violenza, amore, desideri realizzati e altri riaffiorati dal dimenticatoio.

Cosa hai fatto tutti questi anni?” 

C’era una volta in America ha rappresentato per davvero il progetto della vita per Sergio Leone. Conclusasi la trilogia del dollaro infatti, Leone volse le attenzioni al cinema gangster, iniziando a raccogliere idee, ispirazioni e suggestioni; la fase germinale dell’atto conclusivo della trilogia del tempo. Complice però la cospicua offerta per C’era una volta il west prima e la netta opposizione di Coburn e Steiger alla regia di Sam Peckinpah per Giù la testa poi – dove Leone voleva figurare unicamente come produttore; il regista romano poté dedicarsi al progetto soltanto alla metà degli anni Settanta.

La trama di C’era una volta in America andò a delinearsi dopo che Leone rimase folgorato da Mano armata (1952) di Harry Grey, pseudonimo di Hershel Goldberg, gangster attivo nel periodo del proibizionismo; a tutti gli effetti quindi, un’autobiografia romanzata. Per lo sviluppo della sceneggiatura invece, Leone si avvalse dell’apporto di Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Franco Arcalli, Franco Ferrini ed Enrico Medioli; a mancare è lo storico collaboratore Sergio Donati, che dopo Giù la testa mise la firma su Sbatti il mostro in prima pagina (1972) di Marco Bellocchio e ne Il giocattolo (1979) di Giuliano Montaldo.

Robert De Niro, James Woods e Tuesday Weld
Robert De Niro, James Woods e Tuesday Weld in una scena de C’era una volta in America

Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui C’era una volta il mio cinema, più che C’era una volta in America“. Eppure il volto di De Niro è risultato decisivo per la consacrazione del terzo capitolo della trilogia del tempo. Ciononostante però, nelle prime fasi della pre-produzione Leone pensò a Gerard Depardieu e James Cagney per la parte di Noodles.

Per il ruolo di Max invece – poi andato a Woods – venne preso in considerazione Joe Pesci, poi scartato perché ritenuto inadatto. Pesci prenderà comunque parte al film, nel ruolo di Frankie Monaldi. Per il ruolo di Deborah invece – diviso tra la bambina prodigio Connelly e l’allora sconosciuta McGovern – era in lizza Romina Power per la sua versione “adulta”. Caso differente per il personaggio di Carol – su cui mise gli occhi la Cardinale – ma per cui Leone scelse la Weld, celebre per aver spesso perso treni importanti in carriera.

C’era una voltaThe Irishman

Seppur non espressamente citato dallo stesso Scorsese, ma il paragone il sopracitato The Irishman e C’era una volta in America è quasi inevitabile, se non evidente. Tralasciando l’evidente natura scorsesiana del racconto di Leone, i punti di contatto sono molteplici. A partire dalla prolissità, il tono narrativo, il ritmo del racconto e la simultanea presenza scenica di De Niro e Pesci – che sarebbe potuta essere molto più marcata e narrativamente dicotomica per via del sopracitato affaire PesciWoods.

Un ulteriore punto di contatto è dato dalla tematica. Sia The Irishman che C’era una volta in America raccontano il crepuscolo del gangster, seppur da punti di vista differenti. Laddove il film di Scorsese si concentra sugli effetti nella famiglia – e nei propri cari – in una dimensione del conflitto intimista; l’opera di Leone ragiona più in virtù delle scelte e delle occasioni mancate in una dimensione del conflitto – di contro – decisamente più maestosa.

Robert De Niro e il gangster crepuscolare
Robert De Niro e il gangster crepuscolare

In entrambi i racconti però, c’è l’aspetto ontologico da non sottovalutare. Le due incarnazioni di De Niro – Frank Sheeran e Noodles – sono violente, cattive – volutamente o indirettamente – e marce dentro. Uomini/bestia incapaci di comprendere la portata delle proprie azioni – e del dolore che ne scaturisce in chi è intorno – perché accecati dalla brama e dall’egoismo. Ciononostante però, esiste una fortissima opposizione tra The Irishman e C’era una volta in America a partire proprio dalla scelta stilistica che si lega a doppio filo con il punto di vista dell’autore.

L’apogeo del cinema scorsesiano sceglie la via della tecnologia ringiovanente de-aging per valorizzare un forte sottotesto meta-cinematografico. The Irishman è da intendersi non soltanto come il “semplice” crepuscolo del gangster, ma anche il punto finale di un percorso iniziato con Mean Streets (1973) e proseguito poi con Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995). Scorsese ha così raccontato della spensieratezza del gangster, sino a spegnere del tutto la speranza per una vita migliore di pellicola in pellicola. Con C’era una volta in America, invece, Leone mette già sul piatto l’impossibilità di un mondo nuovo per il gangster, sviluppandola nel dispiego dell’intreccio che è dilatato temporalmente, per via della grammatica filmica alla base della trilogia del tempo.

C’era una volta in America: tra realtà e sogno

Un rumore di passi sui titoli di testa, una lampadina ben girata per far luce, delle lenzuola, uno sparo, uno schiaffo. La proverbiale immediatezza linguistica del cinema di Leone trova espressione anche nella codifica d’immagini e suoni dell’incipit di C’era una volta in America; andando così a rievocare – in parte – quello del primo capitolo della trilogia del tempo nelle intenzioni, ma meno nelle dinamiche. Tra digressioni temporali, capezzoli stimolati da una canna di pistola e lo squillare di un telefono fuori campo che incede ossessivamente, la sequenza introduttiva nella fumeria d’oppio assume un ruolo d’enorme rilevanza nell’economia del racconto.

Gioca Leone con il suo linguaggio filmico e gli ormai conclamati Leonismi registici. In un racconto a metà tra realtà e sogno, in un telefono allegoricamente extra-diegetico che squilla che va a incrociarsi con uno “muto”, in una Coney Island che diventa Grande Mela sulle note di una toccante cover di Yesterday.

L'iconica scena de C'era una volta in America
L’iconica scena de C’era una volta in America

Nell’incedere della Deborah’s theme di Ennio Morricone – rievocativa di quella del sopracitato C’era una volta il west ed ex ante di Nuovo Cinema Paradiso (1988) – prende forma la struttura narrativa imbastita da Leone. Un gioco di scatole cinesi che vive di un contesto scenico sontuoso e curato, di contrasti tonali e d’atmosfera; di sequenze di raccordo di puro stile registico – e di montaggio – con cui giustificare narrativamente le digressioni temporali.

C’era una volta in America è un Leone a pieno titolo, nella cura registica e nel suo essere un racconto d’immagini ed intenzioni. Nella “giocosità” della giovinezza di Noodles, tra edicole bruciate, scarafaggi che si guardano allo specchio, ubriachi “ripuliti”, dolci da far venire l’acquolina in bocca con cui scoprire l’amore e feritoie con cui sognarne d’impossibili; e nell’età adulta, segnata dalla mondanità del Proibizionismo, tra locali affollati, rapine “sessuali”, scambi di neonati e brutali violenze scenicamente gratuite.

…ma sarà sempre un teppista da due soldi e perciò non sarà mai il mio diletto…

Il dispiego dell’intreccio scenico di C’era una volta in America, oltre che d’immagini, vive delle dinamiche relazionali dei suoi protagonisti. In un rapporto di amore-odio tra il Noodles di De Niro e il Max di Woods, il cui ruolo scenico muta da rivale, ad aiutante e alleato sino a nemesi. Un’evoluzione caratteriale degli scarafaggi che all’evolversi dei propri archi di trasformazione, mutano nell’aspetto con abiti sempre più curati, ma che finiscono con l’essere sempre i delinquenti di strada. Tale componente va a ricondursi alla dinamica del rapporto tra lo stesso Noodles e la Deborah della McGovern. Un amore impossibile, un rincorrersi lungo gli anni, un aspettarsi “per tutta la vita”, ma qui siamo in un film di Leone e Noodles non sarà mai “un diletto”.

Robert De Niro ed Elizabeth McGovern
Robert De Niro ed Elizabeth McGovern in una scena de C’era una volta in America

La sequenza della cena è pura opulenza e magia rarefatta di balli romantici al chiaro di una luna che si riflette su un lago blu; ma sin dal primo momento Leone pone un’evidente contrasto tra le parole dolci d’amore e le intenzioni sceniche. Nel progressivo alzarsi della posta in gioco degli scambi dialogici si concretizza la natura ontologica del Noodles di De Niro.

Tra un vestito strappato e urla lancinanti e lacrime, Leone racconta della fine di un amore che non lo è mai stato – ma solo fissazione e violenza – a bordo di una limousine tra due specie umane diverse: un’eterea e una bestia mascherata da uomo. In tal senso, quindi, l’evoluzione dei personaggi in scena è più da un punto di vista di ruoli scenici e/o d’intenzioni, che non su un piano di caratterizzazione psicologica, risultando perlopiù piatti e bidimensionali. Non c’è redenzione, né effettiva evoluzione nei personaggi de C’era una volta in America, soltanto azioni frutto di brama, malinconia e vendetta.

C’era una volta in America: la teoria del sogno

Di contro, però, la specificità del racconto de C’era una volta in America sta nella brillante struttura narrativa che nel suo vivere di digressioni temporali, si fregia di una velata ciclicità. Leone gioca con le intenzioni dei suoi personaggi e degli eventi, tra oggetti e suoni scenici che acquisiscono sempre più valore narrativo con il dispiego dell’intreccio, e con cui delineare un racconto perennemente in bilico tra realtà e sogno.

C’era una volta in America si apre e si chiude nel 1933 e precisamente nell’arena scenica della fumeria d’oppio. Inducendo così – spettatori e critici – a interpretare gli eventi derivanti dallo sviluppo del racconto come frutto delle alterazioni sensoriali dovute ai fumi dell’oppio. Teoria, peraltro, supportata dallo stesso Leone in un celebre incontro al CSC di Roma, spiegando come Noodles – per mezzo dell’oppio – ha una visione del suo futuro.

Robert De Niro in una scena de C'era una volta in America
Robert De Niro in una scena de C’era una volta in America

Il sorriso di Noodles può quindi essere interpretato come il sollievo, nell’accorgersi di aver solo sognato. Ma un sogno che racconta e funge da risoluzione scenico-onirica delle dinamiche relazionali tra Noodles e Max. Il tradimento di “Max nel futuro” è quindi un trasferimento di responsabilità: Noodles inconsciamente accusa Max per la vita criminale e per la sua relazione impossibile con Deborah, e al contempo si sente tradito dalle ambizioni del suo ex-socio ora nemesi; da sempre la netta opposizione “d’intenti” tra i due agenti scenici.

Ciò non toglie comunque, che se il Max di Woods ha rappresentato “l’altra scelta” a una vita normalizzata per il Noodles di De Niro, è pur vero che tale risoluzione appare come repentina e caotica a dispetto delle effettive caratterizzazioni dei personaggi. La magia della stessa, tuttavia, è da ricondursi alla regia di Leone, a cui bastano poche inquadrature per renderla iconica ed enigmatica.

Sono le 10:25 e non ho più niente da dirti

Quello che è senza dubbio il capolavoro della seconda parte di carriera – al pari de Il buono il brutto il cattivo nella prima – è in realtà un film non esente da difetti tra svolte narrative e sviluppo dell’intreccio. C’era una volta in America è l’epica tragica di un uomo condannato sin dal primo momento alla dannazione; nella disperata ricerca di un amore bramato, voluto e infine “violentato”.

Un’elegia romantica arida di sentimenti che genera un contrasto la cui fervente dicotomia è la ragione stessa del suo successo. Il cinema di Sergio Leone si chiude così, con un film -come detto – scorsesiano nei toni ma meno nello sviluppo. È il film della vita, rincorso, aspettato, un po’ come l’amore tra Noodles e Deborah. Leone però non l’ha demolito, l’ha reso grande, unico, consolidando la grammatica filmica della trilogia del tempo nell’apogeo della carriera.

Sintesi

L'epopea di un uomo condannato sin dal primo momento alla dannazione; nella disperata ricerca di un amore bramato, voluto e infine "violentato". Un'elegia romantica arida di sentimenti. Il cinema di Sergio Leone si chiude così, con un film scorsesiano. C'era una volta in America (1984) è il film della vita, rincorso, aspettato, un po' come l'amore tra Noodles e Deborah. Leone però non l'ha demolito, l'ha reso grande, unico, consolidando la grammatica filmica della trilogia del tempo nell'apogeo della seconda parte di carriera.

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