C'era una volta il West

C’era una volta il West recensione del film di Sergio Leone

C’era una volta il West recensione del primo capitolo della Trilogia del Tempo di Sergio Leone con Henry Fonda, Charles Bronson, Claudia Cardinale e Jason Robards

Accantonata la trilogia del dollaro de Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966), Sergio Leone è pronto a evolversi, ad affermare il suo talento narrativo e a rigiocare con quelle stesse regole registico-narrative da lui codificate. In tal senso C’era una volta il West (1968) è da ritenersi come il secondo turning point nella carriera di Leone, con cui rimescolare le carte e rimettersi in gioco a livello autoriale.

Il primo capitolo della trilogia del tempo, infatti, non è soltanto il saluto di commiato del cineasta romano allo spaghettiwestern, ma anche il partire dai conclamati Leonismi, per innovarne la grammatica filmica a livello intenzionale, caratteriale e narrativo.

Una leone di Charles Bronson in C'era una volta il west
Una leone di Charles Bronson in C’era una volta il West

Laddove, infatti, la trilogia del dollaro nasceva con l’intenzione specifica di dare una scossa al western classico ora nei toni, ora nella sporca caratterizzazione dei personaggi; C’era una volta il West s’inserisce agli albori del revisionismo degli americani e nel fiorire della libertà creativa della New Hollywood. In quell’intermezzo temporale tra il saluto al cinema western del grande John Ford in Il grande sentiero (1964), e l’inizio della rivoluzione di Sam Peckinpah tra Sierra Charriba (1965) e Il mucchio selvaggio (1969).

A cambiare è proprio il contesto e la ratio. C’era una volta il West racconta lo spaghettiwestern da un’altra prospettiva, più confacente alla rilettura del western classico Fordiano. Un intento rivoluzionario – insomma – più riconducibile alla ricodifica del cinema Leoniano che non del genere western nella sua totalità. Per quello, chiedere al primo capitolo della trilogia del dollaro.

Nel cast del primo capitolo della trilogia del tempo troviamo Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale, Jason Robards, Gabriele Ferzetti, Jack Elam e Woody Strode.

C’era una volta il West: sinossi

La contrada di Sweetwater è l’unica in tutta la regione di Flagstone dotata di acqua potabile. Venutone a conoscenza, il magnate delle ferrovie Morton (Gabriele Ferzetti) invia il sicario Frank (Henry Fonda) per intimidire la famiglia McBain. Il patriarca Brett (Frank Wolff), in previsione del passaggio della ferrovia transcontinentale, ha acquistato il terreno e aspetta l’arrivo della seconda moglie Jill (Claudia Cardinale).

La ferrovia di C'era una volta il west
La ferrovia di C’era una volta il West

Qualcosa non va come previsto, e un semplice avvertimento diventa un’esecuzione in piena regola, Frank ha sterminato i McBain, facendo ricadere la colpa sul bandito Cheyenne (Jason Robards) e la sua banda. Nello stesso momento, un misterioso uomo (Charles Bronson) che spara veloce e tiene sempre un’armonica in bocca – soprannominato Armonica da Cheyenne – è appena giunto in città per regolare dei conti in sospeso.

Finalmente Charles Bronson ed Henry Fonda!

Come accaduto per i precedenti Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, Leone non aveva alcune intenzione di continuare con il western, spingendosi più verso il cinema gangster; ciononostante gli venivano offerti soltanto progetti “pistola e sperone”. La United Artists gli offrì l’opportunità di fare un film con Charlton Heston, Kirk Douglas e Rock Hudson. La Paramount mise sul piatto un budget altissimo e la presenza di Henry Fonda. Leone non se lo fece dire due volte, era uno dei suoi attori preferiti; ha così inizio la genesi di C’era una volta il West.

Paradossalmente però, proprio Fonda non era interessato a interpretare Frank, per via della natura del personaggio. Decisivo fu il consiglio di Eli Wallach, che disse all’amico che con Leone avrebbe avuto l’esperienza della sua vita. Con Fonda nel cast, per la prima volta in un western, l’attore principale interpreta il cattivo e non l’eroe.

Una leone di Henry Fonda
Una leone di Henry Fonda in C’era una volta il West

L’altra grande novità era, finalmente, l’opportunità di lavorare con Charles Bronson. Il regista romano era ossessionato da lui, al punto da avergli proposto il ruolo di Joe e del Monco – resi poi iconici da Eastwood – e del Cattivo. Stavolta, però, è accaduto esattamente l’opposto. Dopo il secco rifiuto di Eastwood – il cui rapporto era ai minimi storici dopo la lavorazione de Il buono, il brutto, il cattivoLeone propose la parte a Bronson che sorprendentemente accettò, folgorato (finalmente) dalla bravura registica dell’autore.

Argento, Bertolucci, Donati, Leone

La realizzazione del soggetto e del trattamento ebbe dei risvolti degni di un kolossal hollywoodiano. Il destino fece incontrare Bernardo Bertolucci, Sergio Leone e un giovane Dario Argento, durante una proiezione de Il buono il brutto il cattivo in un cinema romano.

Per quasi la metà del 1967, i tre lavorarono al copione, con chiacchierate sul senso dell’opera e sui molti significati attribuibili al titolo del racconto. Nacque da qui, l’idea di un C’era una volta il West che fosse unione di celebrazione insita del western e della sua epoca d’oro, in un’ambientazione favolistica. Nostalgia che incontra la narrazione popolare e l’attendibilità storica. Non a caso, il racconto di C’era una volta il West è permeato di citazioni filmiche, da Mezzogiorno di fuoco (1952) a Il cavaliere della valle solitaria (1953) sino a Sentieri Selvaggi (1956) e Quel treno per Yuma (1957).

Una leone di Charles Bronson
Una leone di Charles Bronson in C’era una volta il West

Nonostante le appassionate chiacchierate cinefile però, le strade di Leone, Bertolucci e Argento si separarono dopo aver redatto un “mostruoso” trattamento da 300 pagine; un susseguirsi di appunti, idee registiche e immagini visionarie. Per realizzare la sceneggiatura, Leone richiamò il “fido” Sergio Donati, nel frattempo parecchio indispettito per non esser stato coinvolto nel progetto se non a questo punto.

I due intellettuali hanno mollato il lavoro. Come possiamo andare avanti e fare un film?”. Esordì così Leone al telefono, e ci volle un po’ prima che Donati accettò di lavorare al film. Con la promessa di tornare a lavorare assieme nel successivo Giù la testa, Donati diede un contributo essenziale nel delineare la sceneggiatura e smussare alcune battute.

L’anomalia dell’incipit di C’era una volta il West

L’apertura di racconto di C’era una volta il West rappresenta un unicum negli spaghettiwestern di Sergio Leone. Se la trilogia del dollaro s’è da sempre caratterizzata per dei solidi e avvincenti finali e da incipit più funzionali che costruiti, l’apogeo dello spaghetti-western Leoniano, parte con un’inversione di tendenza. Un incipit strabiliante, e lo sarebbe stato ancora di più se Eastwood, Van Cleef e Wallach vi avessero preso parte come nei piani di Leone.

L’attesa dell’arrivo dell’Armonica di Bronson è sottolineata da un silenzio scenico strepitoso, vivo, fatto di Leonismi declinati in inquadrature dal respiro scenico delicato e attento. I volti segnati e minacciosi di Elam, Strode e il compianto Mulock, cristallizzano una sequenza fatta di rumori puri.

L'anomalo incipit di C'era una volta il west
L’anomalo incipit di C’era una volta il West

Il vento che muove le pale del mulino, le gocce d’acqua che sbattono su un cappello, cani che guaiscono, la sedia che dondola, il rumore del telegrafo, lo schiocco delle dita, il ronzare di una mosca intrappolata nella canna di una pistola; e ancora il fischio del treno, il tamburellare della dita sulla fondina della pistola, il suono di un’armonica. Tra un poderoso campo e controcampo lungo e una Leone, vengono poste le basi del primo duello de C’era una volta il West.

Un duello che al contrario delle aspettative poste dalla trilogia del dollaro, è molto differente, sia registicamente che nelle dinamiche: veloce, incisivo, netto, fulmineo. Leone presenta il personaggio di Bronson in modo semplice, delineando così una caratterizzazione immediata fatta di schiettezza, pistola facile, poche parole e del suo scopo scenico.

C’era una volta il West: i 4 di Sweetwater

Quattro protagonisti per il quarto spaghettiwestern di Sergio Leone. L’Armonica di Bronson rappresenta un’evidente suggestione nel racconto di C’era una volta il West; una rilettura del Joe/Monco/Biondo di Eastwood dalla caratterizzazione più delineata, ora nel background scenico – che va ad emergere con il dispiegarsi del racconto – ora nell’armonica stessa, l’ennesimo oggetto scenico, il secondo “musicale” di grande valenza narrativa nel cinema di Leone.

Se l’inizio risulta anomalo nella tipizzazione strutturale di Leone, la presentazione dei personaggi rientra nei canoni del cineasta romano. A partire proprio dal Frank di Fonda – dalla caratterizzazione similare a quella dell’Armonica di Bronson – la cui dimensione narrativa da villain spietato e senza scrupoli viene arricchita per mezzo dei Leonismi. Frank vive del contrasto scenico del suo ruolo di nemesi e del volto “buono” di Fonda, che trova il suo punto di rottura nei gelidi occhi azzurri.

Claudia Cardinale
Claudia Cardinale in una scena de C’era una volta il West

Con l’ingresso in scena della Jill della Cardinale, il racconto mostra la prima “vera” atipicità rispetto all’opus Leoniano. Il primo personaggio femminile di grande valore scenico nell’economia del racconto. Ben lontana dallo stereotipo della damigella da salvare, Jill entra in scena con spavalderia, eleganza e un pizzico di timore, perfettamente in linea con le “sporche” caratterizzazioni leoniane. Infine il Cheyenne di Robards, imprevedibile, caotico, provocatore, ispido e argutamente comico.

Il turning point alla base del racconto, permette il realizzarsi di una miscellanea di interazioni e rapporti scenico-umani con cui far evolvere sensibilmente gli archi narrativi dei personaggi in scena, dando loro spessore caratteriale. Come Armonica e Cheyenne che fanno squadra per fronteggiare le malefatte di Frank verso Jill; o la stessa Jill che – di riflesso – da damigella capitata per caso, diventa una pioniera della civilizzazione. Sino ad Armonica e Frank, in una dinamica enigmatica, elaborata, dalle polarità in continuo mutamento.

La (nuova) grammatica filmica di Sergio Leone

Non è un caso se parlando di C’era una volta il West ci siamo soffermati più sulle dinamiche sceniche che non sullo sviluppo del racconto. L’apogeo del western leoniano è infatti un’opera dalla narrazione corposa nella mole e nelle svolte sceniche, ma asciutta nella sua essenza. Riducendo il tutto a una vendetta tra uomini in un racconto dall’andamento ritmico compassato e dalla marcata dilazione temporale.

Il duello tra Armonica e Frank è ben lontano dalla spettacolarità del triello de Il buono, il brutto, il cattivo, perché dotato di differente peso specifico (e caratura) all’interno del racconto. Rappresenta, piuttosto, la catarsi di Armonica che riesce ad affrontare i fantasmi del passato tanto cercati, battendoli. Così, alla regia scoppiettante “del dollaro”, Leone oppone una solida maturità narrativa. In un lavoro di montaggio alternato tra il dolore del passato e la resa dei conti del presente.

Charles Bronson ed Henry Fonda
Charles Bronson ed Henry Fonda in una scena de C’era una volta il West

Codificando così un linguaggio filmico che rilegge i topoi Leoniani destrutturandoli scena per scena; dall’incipit sfavillante alla risoluzione del conflitto più narrativa e ragionata e dal compimento netto e incisivo. C’era una volta il West si dispiega in una struttura narrativa sontuosa, dotata di quattro archi con cui Leone può fregiarsi del talento dei suoi favolosi interpreti.

La cui chiave del racconto – e del perché di un duello finale meno Leoniano del solito – sta tutta nel contesto scenico funzionale alla narrazione. Il west che ci mostra Leone è vivo e fremente, ma nel pieno di una rivoluzione socio-industriale. Il sapore del west che ci viene dato lascerà presto il posto alla civilizzazione e al progresso del mondo moderno.

Io ho finito qui

La frase pronunciata dall’Armonica di Bronson sembra quasi uscita dalla bocca di Sergio Leone in persona. L’uscita di scena del sopracitato Armonica e del Cheyenne di Robards – sulle note del tema di Ennio Morricone – rappresenta la fine dello spaghettiwestern leoniano per come lo conosciamo. Un racconto che parte come rievocativo dello spirito della trilogia del dollaro, per concludersi come rilettura Leoniana del western classico.

C’era una volta il West è l’evoluzione autoriale di Leone, da perfezionista della messa in scena ad eccellente narratore che andrà a consolidarsi nei successivi Giù la testa e C’era una volta in America (1984) della Trilogia del Tempo. Siamo nel 1968, Sergio Leone ha appena ridefinito la sua identità registica, e ha nuovamente fatto la storia del cinema.

Sintesi

Il West che ci mostra Leone è vivo e fremente, ma nel pieno di una rivoluzione socio-industriale. Il sapore del west che ci viene dato, la polvere che s'innalza, i cavalli che scalpitano, lasceranno presto il posto alla civilizzazione, al progresso del mondo moderno. Connotato da una forte anima nostalgica, Leone saluta lo spaghetti-western con una rilettura del western classico Fordiano secondo la sua grammatica filmica. Messi di parte i virtuosismi registici della trilogia del dollaro, Leone punta sulla forte solidità narrativa. Il risultato è uno dei western revisionisti meglio riusciti nella storia del cinema.

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