Brunello, il visionario garbato recensione documentario di Giuseppe Tornatore con Saul Nanni, Francesco Cannevale, Francesco Ferroni, Emma Fatone e Beatrice Carlani
di Tancredi Toffoli

Giuseppe Tornatore, dopo il riuscitissimo Ennio, torna a confrontarsi con un altro film documentario. Un genere ideale per raccontare la storia di uno degli imprenditori più carismatici e affascinanti del nostro paese, Brunello Cucinelli. Non solo uno stilista, ma anche il fondatore di un movimento chiamato capitalismo umanistico, un sistema economico in cui prevalgono l’armonia della bellezza e della cultura.
Cucinelli è un uomo versatile e affascinante che si concede totalmente alla regia di Tornatore, tanto da finanziare in prima persona il progetto.
Il regista, nella sua messa in scena, non si limita a costruire un documentario lineare, ma dissemina l’opera di scene di finzione, creando un mix in cui il passato, narrato dalla voce del protagonista, si intreccia con il presente. Grazie a questo approccio, il film ricostruisce la vita dell’imprenditore, dalla tenera età fino al successo mondiale. In questo vorticoso racconto si fondono immagini d’archivio e ricordi di un uomo dai valori umili, che ha costruito un impero fondato sulla bellezza e sulla giustizia.

Già dalle premesse si intravede l’audacia di Tornatore, che cerca sempre più un cinema coraggioso, attento a rinnovarsi oltre le forme più classiche per non cristallizzarsi nel tempo. Il mezzo cinematografico è utilizzato con grande maestria: dall’uso del montaggio alle splendide musiche di Nicola Piovani, il regista costruisce un racconto coinvolgente, capace di plasmare e reinventare le forme tradizionali del documentario.
Lo spettatore si trova così a confrontarsi continuamente con la storia del protagonista, come in un vero e proprio duello a carte, evocato dalla scena madre del film.
La raffinata messa in scena tuttavia non riesce a nascondere alcuni limiti che il documentario si porta con sé. Dopo una prima parte fluida e scorrevole, Brunello, il visionario garbato
tende a inciampare in una formula di auto compiacimento che alla lunga risulta stucchevole. Proprio nell’ultima parte, dopo il successo mondiale di Cucinelli, tutto il fascino e il mistero iniziali scompaiono in un lieto fine moraleggiante. Un difetto che si sarebbe potuto evitare accorciando i tempi e rinunciando a qualche passaggio di troppo per lasciare allo spettatore la possibilità di rimanere affascinato dalla storia in sé, senza dover essere imboccato da frasi ad effetto e da una chiusura eccessivamente retorica. Un’occasione mancata.


