Boogie Nights - L'altra Hollywood

Boogie Nights – L’altra Hollywood recensione film di Paul Thomas Anderson [Flashback Friday]

Boogie Nights – L’altra Hollywood recensione del film di Paul Thomas Anderson con Mark Wahlberg, Burt Reynolds, Julianne Moore, Heather Graham, William H. Macy, Don Cheadle John C. Reilly

Un pornoattore dal grande pene. È da qui che parte l’opera seconda di Paul Thomas Anderson, tanto da rappresentare la frase esatta all’inizio della log line del pitch presentato alle case di produzione. All’indomani del folgorante esordio con Sydney (1996), per il brillante cineasta losangelino si prospettava una sfida narrativa tutt’altro che semplice. Si, perché con Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997) si trattava di scardinare un taboo etico-filmico: far raccontare alla sfavillante e luccicante Hollywood il mondo del porno; l’altra Hollywood.

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La New Line Cinema accettò la sfida e lanciò Anderson tra i grandi, aprendogli la strada per Magnolia (1999), ma non fu affatto semplice. Al solo sentire la parola porno le case di produzione gli sbattevano la porta in faccia. Celebre, in tal senso, il rifiuto della 20th Century Fox del 1994, di cui da un paio d’anni, circola in rete lo script report. Non solo non fu raccomandata la realizzazione di Boogie Nights, ma si criticò, pesantemente concept e narrazione.

Heather Graham in una scena di Boogie Nights - L'altra Hollywood
Heather Graham in una scena di Boogie Nights – L’altra Hollywood

In fondo era anche plausibile, no? Provate ad immaginare una United Artists o una The Weinstein Group – celebri per stile e compostezza – produrre un’epica del self-made-man ambientata nel (lurido) mondo del porno. Ma eravamo negli anni novanta del resto. Culmine produttivo del postmodernismo cinematografico.
Qualcosa di cui l’intero concept di Boogie Nights è – in valore assoluto – la sua più pura espressione filmica. Un’opera che vive di un vento creativo sperimentale da rediviva New Hollywood, imbrigliato però in un’estetica contemporanea tra visione autoriale e necessità commerciali.

Nel cast figurano Mark Wahlberg, Burt Reynolds, Julianne Moore, Heather Graham, William H. Macy, Don Cheadle, John C. Reilly, Philip Seymour-Hoffman; Luis Guzman, Nina Hartley, Joanna Gleason, Melora Walters, Philip Baker Hall, Thomas Jane e Alfred Molina.

Boogie Nights – L’altra Hollywood: sinossi 

San Fernando Valley, 1977. Eddie Adams (Mark Wahlberg) lavora come lavapiatti in un locale notturno. Complice una situazione familiare decisamente complicata, Eddie sceglie di lavorare molto lontano da casa, così da prendervi le distanze. La madre (Joanna Gleason) infatti è un’alcolizzata passivo-aggressiva che gli fa pesare la situazione; non perdendo occasione per dargli del buono a nulla.

Una sera, Eddie conosce Jack Horner (Burt Reynolds) e la compagnia Amber Waves (Julianne Moore). Regista pornografico che è venuto a sapere da Maurice (Luis Guzman), il proprietario del locale, che il giovane Eddie è dotato di una certa “prestanza fisica”. Gli propone così di diventare una stella del porno, sfruttando il suo “talento tra i calzoni”.

I titoli di testa di Boogie Nights - L'altra Hollywood
I titoli di testa di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Assieme a Buck Swope (Don Cheadle); Reed Rothchild (John C. Reilly); Rollergirl (Heather Graham); Becky Barnett (Nicole Ari Parker); il direttore della fotografia Little Bill (William H. Macy); nonché il tecnico del suono Scotty (Philip Seymour Hoffman), Eddie – ribattezzatosi Dirk Diggler – cavalcherà le onde del successo e della fama, entrando a far parte di una famiglia. Come spesso accade nel mondo dello spettacolo però, la gloria va saputa costruire. Eddie vedrà ben presto i propri sogni di gloria a luci rosse spegnersi tra cocaina e scelte difficili.

Il cuore di Boogie Nights: Jack Horner sognatore pragmatico

Nonostante le evidenti difficoltà etico-produttive fu un successo strepitoso Boogie Nights: tre nomination agli Oscar 1998 (Miglior attrice non protagonista, Miglior attore non protagonista, Miglior sceneggiatura originale); due nomination e una vittoria ai Golden Globes 1998 (Miglior attrice non protagonista, Miglior attore non protagonista), culminate, in quest’ultimo caso, in un premio che suona quasi come alla carriera per Burt Reynolds.

Impareggiabile stella del firmamento hollywoodiano il cui volto tra Navajo Joe (1966); 4 bastardi per un posto all’inferno (1969); Un tranquillo weekend di paura (1972); Quella sporca ultima meta (1974); La corsa più pazza d’America (1981) ha preso parte ad alcune delle pellicole più iconiche e selvagge di quel periodo. Una consacrazione con Boogie Nights quindi, specie come volto-iconico per le generazioni più giovani, magari poco avulse al cinema di Corbucci, Fuller, Boorman ed Aldrich.

Burt Reynolds e William H. Macy in una scena di Boogie Nights
Burt Reynolds e William H. Macy in una scena di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Una performance, quella nei panni del regista sognatore pragmatico Jack Horner, dove Reynolds ha saputo dosare in modo magistrale carisma, mestiere, pugno duro e spirito paternale. In Jack Horner vive infatti l’anima filmica di Boogie Nights. La trasversalità di un sottotesto legato a doppio filo con il sogno americano a luci rosse di Diggler fatto trasparire dalla narrazione, con cui raccontare del mondo del porno e l’evoluzione dell’industria pornografica tra gli anni settanta e ottanta attraverso una componente meta-linguistica codificata attorno alla coscienza e gli occhi di un regista dall’agire metodico e tecnico.

Horner non si arrende al videotape e agli amatoriali su cassetta. Sperimenta, gira su pellicola, concependo il porno non soltanto come sesso filmato ma narrazione fatta di “azione, ca**i grandi, tette grandi, belle ragazze e recitazione”. B-movies al pari degli immortali La vera Gola profonda (1972) e Gola profonda (1974) con cui Horner/Reynolds esplica la sua anima sognante mai doma da regista hollywoodiano consumato. Consapevole però di come il porno e le sue fioche luci sono soltanto una scappatoia, una backdoor di vita, una soluzione di ripiego all’irraggiungibile luce ben più accecante dei riflettori hollywoodiani.

Tutto ma non il porno: Paul Thomas Anderson e il difficile rapporto con Burt Reynolds

In pratica il ruolo della vita per Burt Reynolds. Eppure il rapporto tra lui e il regista de Il petroliere (2007) fu ben oltre il concetto di complicato. Per via della criticità della ratio filmica, Reynolds rifiutò il ruolo di Jack Horner non una, non due, ma ben sette volte. Credeva che prendendo parte a Boogie Nights avrebbe perso credibilità agli occhi dei suoi fan affezionati.

All’ennesimo rifiuto “violento” Anderson, da buon mastino-cinefilo, gli disse che se avesse portato quest’atteggiamento nell’anima di Jack Horner sarebbe stato nominato agli Oscar: la ebbe vinta Anderson, ebbe ragione su tutta la linea, ma il risultato fu catastrofico. Sul set arrivarono perfino alle mani. Perfino a fine riprese, dopo aver visto un cut provvisorio, andò in escandescenze e licenziò il suo agente per averlo convinto a prendervi parte.

Burt Reynolds
Burt Reynolds in una scena di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Eppure la stima di Anderson fu immutata. Pur dopo le mille beghe gli propose un ruolo nel sopracitato Magnolia; proposta chiaramente rispedita al mittente alla velocità della luce. Il lato ironico di questo malessere tra i due è che Reynolds si bruciò la chance dell’Oscar al miglior attore non protagonista.

Per l’Academy era lui il front-runner, ma a causa del suo continuo dissociarsi dalla pellicola “ripiegarono” sull’ottimo Robin Williams in Will Hunting – Genio ribelle (1997). In ogni caso, nulla cambiò nella testa di Reynolds. Lo stesso Globe vinto, il secondo in carriera ma il primo sul fronte filmico, lo ritenne poca cosa, tanto da decidere di metterlo all’asta nel 2014.

Da Jack Nicholson a William H. Macy: Boogie Nights tra rifiuti eccellenti e ripensamenti

Quello di Reynolds non fu comunque un caso isolato. Molti rifiutarono di prender parte/essere associati a Boogie Nights. Albert Brooks, Harvey Keitel, Jack Nicholson, Warren Beatty e Sidney Pollack rifiutarono il ruolo di Horner per le medesime ragioni. Lo stesso dicasi per Jason Lee, Vincent Gallo e Joaquin Phoenix in relazione però al ruolo andato poi a Wahlberg.

L’unico dei potenziali Dick Diggler che rifiutò per ragioni artistiche e non per via del taboo filmico del porno fu Leonardo DiCaprio. La sua non-partecipazione a Boogie Nights è ascrivibile al conflitto di riprese con Titanic (1997). Su suo consiglio però, Anderson diede a Wahlberg la parte, facendo così le fortune attoriali dell’ex-Marky Mark.

William H. Macy in una scena di Boogie Nights - L'altra Hollywood
William H. Macy in una scena di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Ci furono però delle eccezioni. Ad esempio Jeff Lynne, leader degli ELO (Electric Light Orchestra) che inizialmente rifiutò di concedere i diritti di Livin’ Thing per via della tematica trattata salvo poi ripensarci dopo una proiezione privata. Lo stesso dicasi per Macy. Il suo agente lo scoraggiò in tutti i modi dal prendervi parte – praticamente l’opposto di quanto accaduto con Reynolds – ma lui non sentì ragioni, accettò al volo. Nemmeno una settimana dopo, Nina Hartley, attrice porno professionista/moglie narrativa del suo personaggio, lo trascinò sul set per prepararlo al ruolo.

Boogie Nights: una famiglia a luci rosse

In un’intervista rilasciata nel 1998, Paul Thomas Anderson spiegò come, dietro la sudicia patina pornografica, Boogie Nights parlasse principalmente di legami, del senso della famiglia, di costruirsi una famiglia:

Si tratta di trovare una famiglia. So che suona un po’ assurdo perché si tratta di porno! Beh, riguarda l’industria pornografica […]. La cosa che mi è davvero piaciuta, e su cui mi sono concentrato, è che si tratta di molte persone che cercano la loro dignità. Cercano di trovare ogni tipo di amore e affetto, e lo trovano in modi fo**uti e contorti, ma lo capiscono, sai?

Chiaramente la cosa non fu presa sul serio. Molti si soffermarono unicamente sul “grande dono” del Diggler di Wahlberg e l’idea in sé che in un film come Boogie Nights si potesse parlare di famiglia fu accantonata. In realtà c’è molta più profondità di quanto non sembri a una visione pigra nella narrazione delineata da Anderson. Se andassimo a scandagliare l’evoluzione degli archi di trasformazione – ragionando dietro alla ratio emotiva dietro a ogni scelta degli agenti scenici – si noterebbe la ricerca di un senso di famiglia dietro a ciò che che unisce i membri della troupe di Horner.

La famiglia Horner di Boogie Nights
La famiglia Horner di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Ogni volto di Boogie Nights vive infatti di un’assenza più o meno radicata emotivamente: Eddie/Diggler ad esempio, che accetta la chiamata dell’eroe di Jack spinto dal voler spezzare i legami – e le catene valoriali – della propria famiglia borghese “perbene”; Amber che nel legame con il mio bambino Eddie colma l’assenza del figlio biologico in forma simil-incestuosa; Rollergirl che sublima le frustrazioni liceali e l’abbandono della famiglia cercando nel porno – e negli Horner – riscatto sociale ed auto-affermazione; Buck che vede nei filmici a luci rosse un modo per non affrontare le difficoltà lavorative del mondo reale; Little Bill vittima (non più di tanto) passiva della moglie erotomane.

Ecco come il porno in Boogie Nights risulti semplicemente un pretesto narrativo. Una causale attraverso cui il regista de Vizio di forma (2014) va ad incrociare le rispettive esistenze delle sue anime caratteriali altrimenti sperdute. Un modo, per quest’ultime, con cui scegliere di non-vivere pienamente. Di non affrontare le criticità del mondo esterno cercando di dare, tra orgasmi pre-costruiti ed eccessi, un senso alla propria esistenza. Trovando quindi, nella famiglia Horner se così la possiamo chiamare – e nei legami creatisi – un’unione in cui le assenze emotivo-esistenziali di ognuno diventano presenze perché finalmente colmate e risolte.

Boogie Nights: Il contro-sogno americano di Dirk Diggler

Se ci fermassimo a questo potremmo perfino dire che è un’opera benevola Boogie Nights. Che in fondo la sua ratio filmica la si può ricercare in una giocosità e spensieratezza con cui incanalare il racconto a metà tra il self-made-man e il coming-of-age. C’è molto di più di questo. Emerge infatti la criticità della connotazione porno del racconto. Del perché il (contro)sogno americano di Dirk Diggler non può che essere lercio, oscuro, sudicio e claudicante nel suo dispiegarsi.

Ciò che fa Anderson è di spingere Diggler verso un’ascesa straordinaria, legandola a doppio filo con la pienezza artistica del regista-autore Jack Horner. Premi, donne, celebrazioni, successi. Poi però il crollo, la cocaina e le anfetamine, la megalomania e la prostituzione.

Mark Wahlberg e l'omaggio a Toro scatenato di Martin Scorsese in una scena di Boogie Nights - L'altra Hollywood
Mark Wahlberg e l’omaggio a Toro scatenato di Martin Scorsese in una scena di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Perché in fondo gli agenti scenici di Boogie Nights sono dei perdenti, dei falliti che non hanno saputo cogliere le opportunità che la vita ha dato loro. Caratterizzazioni complesse e problematiche vittime di criticità che emergono infine, in tutta la sua forza. Non a caso infatti, nel graduale dispiego dell’intreccio, il cineasta de Il filo nascosto (2017) gioca con il tono e il sapore del racconto passando, quasi in forma sottintesa, da toni tra il comico e lo scanzonato al marcatamente tragico.

In una costruzione d’immagine prodigiosa dalla sensibilità registica fuori dal comune in cui rischiarano piani-sequenza di una fluidità impressionante, Anderson imbastisce una narrazione solida e corposa con cui legare a doppio filo la componente meta-cinematografica dell’evoluzione dell’industria del porno con il far rivivere la transizione dal calore della libertà ribelle degli anni settanta all’esplosione d’energia degli anni ottanta; abbattendole infine sulle esistenze dei suoi agenti scenici tra fantasmi del passato e la teoria del caos.

Il rimando a Toro scatenato, l’omaggio di La La Land, la certificazione di un’opera classicamente postmoderna

Rievocato nelle atmosfere da PG Porn (2008-2009); citato apertamente in La La Land (2016), quella di Boogie Nights è la perfetta miscellanea postmoderna capace di perdurare nelle decadi successive. Un’opera che vive d’insita tragicità esistenziale e del costeggiare il mondo del porno per giocare a piacimento con i luoghi comuni di quell’ambiente. Di rigorosi piani sequenza degni de L’infernale Quinlan (1958) e Quei bravi ragazzi (1990) e di citazioni di ogni genere: da Star Wars a Serpico (1973), da Farrah Fawcett a Bruce Lee – sino alla climax; l’apice non solo narrativo propriamente detto ma anche della creatività del genio filmico di Anderson.

Un bricolage narrativo di classe innata in cui Anderson ricostruisce in modo analitico la chiusura di racconto di Toro scatenato (1980) avvolgendo l’esistenza di Eddie/Diggler di un’atmosfera tragicamente crepuscolare degna del Jake LaMotta di Scorsese. Un instant-cult che nell’avvicinarsi sempre più al quarto di secolo conferma, ancor prima dei successi kolossal degli anni duemila, la cifra autoriale di un Paul Thomas Anderson regista raffinato e narratore sublime.

La locandina di Boogie Nights - L'altra Hollywood
La locandina di Boogie Nights – L’altra Hollywood

Sintesi

Quella di Boogie Nights è la perfetta miscellanea postmoderna capace di perdurare nelle decadi successive. Un'opera che vive d'insita tragicità esistenziale e del costeggiare il mondo del porno per giocare a suo piacimento con i luoghi comuni di quell'ambiente. Di rigorosi piani sequenza degni de Quei bravi ragazzi e di citazioni di ogni genere - da Star Wars a Serpico sino a Toro scatenato nella climax, puro apostrofo stilistico di classe innata. Un instant-cult che nell'avvicinarsi sempre più al quarto di secolo conferma, ancor prima dei successi kolossal degli anni duemila, la cifra autoriale di un Paul Thomas Anderson regista raffinato e narratore sublime. 

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