Benvenuti a Marwen

Benvenuti a Marwen recensione del film di Robert Zemeckis

Benvenuti a Marwen recensione del film di Robert Zemeckis con Steve Carell, Eiza González, Gwendoline Christie, Leslie Mann, Janelle Monàe, Diane Kruger e Merritt Wever

A tre anni di distanza dall’ultima sceneggiatura firmata con The Walk (2015) e a due dal poco convincente – ma decisamente affascinante –  Allied – Un’ombra nascosta (2016), Robert Zemeckis torna in cabina di regia firmando un biopic tanto originale quanto controverso. Con Benvenuti a Marwen (2018) infatti, Zemeckis torna nel terreno narrativo dei racconti delicati; storia di redenzione e rinascita, da sempre di tendenza nel cinema americano.

Solo che se al semplicemente sentire Zemeckis vi ritorna subito alla mente la brillantezza narrativa della trilogia di Ritorno al futuro (1985-1990), o la leggiadria e la freschezza di Forrest Gump (1994), ecco, ben venga, ma con Benvenuti a Marwen siamo ben lontani da quel tipo di cinema. Non si sbaglia infatti, nel definirlo un’opera minore nell’opus zemeckisiano; ma certamente originale e d’indubbio valore scenico.

Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen
Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen

La genesi creativa dell’opera di Zemeckis ricalca, per certi versi, quanto accaduto con il sopracitato The Walk e con il documentario Man on wire (2008); ovvero partire da una storia vera romanzandola. Un agire che muove con l’intento di propagare il messaggio alla base della vicenda reale, potenziandolo per mezzo della finzione cinematografica. Nel caso di Benvenuti a Marwen invece, la base narrativa è data dal documentario Marwencol (2010).

Laddove però la narrazione del sopracitato documentario sceglie la via dell’umanità e dei toni crudi; in una dimensione del conflitto decisamente più complessa – Benvenuti a Marwen no. Zemeckis spinge al massimo sul potere dell’immaginazione, valorizzando maggiormente la componente fantasiosa alla base della vicenda di Mark Hogencamp.

Nel cast figurano Steve Carell, Eiza González, Gwendoline Christie, Leslie Mann, Janelle Monàe, Diane Kruger e Merritt Wever; e ancora Matt O’Leary, Falk Hentschel, Nikolai Witschl, Patrick Roccas e Alexander Lowe.

Benvenuti a Marwen: sinossi 

Mark Hogancamp (Steve Carell) è un artista e fotografo. Una sera, da ubriaco, subisce un pestaggio da parte di cinque neo-nazisti fuori da un locale. La ragione è presto detta; da ubriaco Mark afferma che gli piace indossare scarpe con i tacchi. Sopravvissuto alla violenza del branco, Mark dovrà fare i conti con una vita a pezzi; resa difficile da un’amnesia che gli impedisce di ricordare il “suo” mondo prima del pestaggio.

Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen
Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen

Per far fronte al trauma subito, Mark costruisce un villaggio per action figures, chiamato Marwen; e disegnando in Capitan Hogie (Steve Carell), il suo alter-ego bambola, con cui ri-affrontare i traumi della vita, nella riscoperta di sé. Grazie all’aiuto di Caralala (Eiza Gonzàlez), Anna (Gwendoline Christie), Roberta (Merritt Wever) e la nuova vicina di casa Nicol (Leslie Mann), Mark tornerà ad aprirsi alla vita.

Benvenuti a Marwen: Zemeckis e la dimensione caratteriale di Hogie/Hogancamp

Seconda Guerra Mondiale. Un aereo precipitato nel pieno di una battaglia aerea. Un Ufficiale che si ritrova – suo malgrado – con la suola delle scarpe consumata dalle fiamme, e delle scarpe coi tacchi per ovviare al problema. L’ufficiale incrocia una pattuglia di cinque SS, da cui subisce un pestaggio; per poi essere salvato da una squad di donne d’assalto. Poi un raccordo scenico e il “ritorno alla realtà” tra computer grafica e carne e ossa.

Il modo in cui Benvenuti a Marwen “ci dà il benvenuto” è senza dubbio il perfetto connubio di spettacolarità, originalità e intelligenza narrativa; Zemeckis pone infatti da subito le basi di un’epica avventurosa, con un pizzico di innovazione declinata in un racconto dall’apparente valenza femminista. Laddove la semplice sequenza eroica avrebbe già rappresentato di suo un’innovazione in termini di linguaggio filmico, Zemeckis alza la posta in gioco portandoci nella realtà; così facendo il cineasta americano ci introduce nel dramma di Mark Hogancamp – in una presentazione caratteriale fatta senza troppi fronzoli, semplice, immediata, diretta.

Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen
Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen

Il raccordo scenico permette di creare una doppia dimensione narrativa con cui valorizzare il ruolo scenico di Hogancamp. Così facendo Zemeckis pone un evidente squilibrio di caratterizzazione, tra il Capitano Hogie e il comune Hogancamp. Se il Capitano risulta infatti “attivo” temerario, audace e spiritoso, l’uomo comune è “passivo” depresso e traumatizzato. Un’opposizione dicotomica di caratterizzazioni che permette a Zemeckis di giocare con la dimensione scenica del suo protagonista; depotenziando un elemento per valorizzare il suo corrispettivo in negativo, e viceversa. L’elemento in comune tra Hogie e Hogancamp è una vistosa cicatrice sul lato destro del viso frutto di una ferita da taglio.

È un dolore che devi abbracciare

Approfondendo il contesto scenico e la dimensione caratteriale del suo “doppio” protagonista, emerge un background narrativo con cui valorizzare – di riflesso – la dimensione passiva del personaggio di Carell; per mezzo tuttavia di un espediente a livello scenico abbastanza telefonato e didascalico. Mark Hogancamp è infatti un uomo distrutto. Ha deluso i genitori, l’ex-moglie, i figli; è un uomo vittima di un abuso, di una violenza compiuta da cinque neo-nazisti per la semplice ragione che si sente più a suo agio indossando le scarpe con i tacchi che non dei comodi mocassini.

Le sequenze di Capitan Hogie quindi, diventano basilari per il dispiego dell’arco di trasformazione del personaggio “in toto” di Hogancamp – e nel potenziare di valore le dinamiche relazionali di Benvenuti a Marwen. Nella fantasia del suo alter-ego, Hogancamp riesce a sublimare il dolore e i traumi subiti per mezzo della sua arte fotografica, ricostruendosi come individuo; una lenta catarsi scenica operata per mezzo di un bricolage narrativo dell’atto traumatico, con cui catalizzare le energie negative, provando a riabbracciare l’amore e la vita.

Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen
Steve Carell in una scena di Benvenuti a Marwen

Nel delineare la struttura narrativa, Zemeckis dispiega un intreccio in cui le due componenti sceniche di fantasia e realtà si compenetrano sempre più. All’alzarsi della posta in gioco e della tensione drammatica infatti, l’Hogancamp di Carell si rifugia nel mondo di Hogie; espediente che trova la sua massima esplicazione nella scena madre del processo nel secondo atto. Zemeckis gioca così con la sua creatura narrativa, in un gioco di riflessi e autocitazioni, luci e ombre, aspettative e realtà; in un racconto dall’andamento caotico e disorganico tra passato e presente, da cui emerge l’enorme problema alla base della narrazione: l’impossibilità di un legame empatico con Mark Hogancamp.

Carell realizza una performance d’indubbio valore artistico; specie perché riesce – per mezzo di un grande lavoro di mimica – a dare dell’umanità a un uomo che, conti alla mano, non ne ha. Hogancamp/Hogie sublima il suo desiderio omosessuale irrisolto in una dipendenza dalla pornografia, e da un feticismo per i tacchi a spillo; agendo tra un machismo esasperante e un ancor più irritante passività. Un controsenso caratteriale che trova il suo apogeo in una netta opposizione verbale tra il “le donne salveranno il mondo” e “hai le bocce più belle che abbia mai visto“; nonché nell’inspiegabile dinamica relazionale tra le donne di Benvenuti a Marwen e Hogancamp in bilico tra empatia e dipendenza.

Uno Zemeckis sbiadito e problematico che ci ricorda l’importanza di saper scegliere

In tal senso quindi, Benvenuti a Marwen è caotico e problematico, a partire proprio dal messaggio alla base della narrazione. Un racconto solo apparentemente femminista ma che nasconde al suo interno un’opposizione; un maschilismo viscido e becero. Nonostante tutto però, l’opera di Zemeckis si fregia di un linguaggio filmico originale, intelligente; sempre in bilico tra fantasia e realtà, che trova la massima espressione in quella DeLorean fatta di Lego che tanto fa strabuzzare gli occhi.

Benvenuti a Marwen è certamente un’opera difficile ma al contempo affascinante nella sua disorganicità tematica e caratteriale; perché condanna la violenza – in ogni sua forma – ricordandoci dell’importanza della libertà. Del poter scegliere, del saper scegliere, del mettersi in gioco, e del trovare il coraggio di vivere – compiutamente – le proprie fantasie.

Sintesi

Caotico e problematico, a partire proprio dal messaggio alla base della narrazione. Benvenuti a Marwen (2018) è solo apparentemente femminista nascondendo al suo interno un'opposizione tematica che stride e non poco: un maschilismo viscido e becero. Nonostante tutto però, l'opera di Zemeckis si fregia di un linguaggio filmico originale, intelligente; sempre in bilico tra fantasia e realtà, che lo rende affascinante nella sua disorganicità tematica e caratteriale, perché ci ricorda dell'importanza della libertà. Del poter scegliere, del saper scegliere, del mettersi in gioco, e del trovare il coraggio di vivere - compiutamente - le proprie fantasie. 

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