Ben – Rabbia Animale recensione film di Johannes Roberts con Johnny Sequoyah, Jess Alexander e Troy Kotsur [Anteprima]

L’uscita nelle sale italiane di Ben – Rabbia animale riaccende una domanda che circola da un po’ tra gli appassionati: “Ha ancora senso parlare di B-movie al giorno d’oggi?”. Apparentemente il film di Johannes Roberts (regista della saga di 47 metri) sembrerebbe rispondere in maniera affermativa.
La storia ruota attorno a Ben, innocuo e scherzoso scimpanzè che è stato adottato da una famiglia di ricercatori. Il morso di una mangusta affetta da rabbia lo trasforma in uno spietato assassino e a farne le spese saranno le sue giovani padrone e i loro amici.
Il merito principale di Ben – Rabbia animale è di essere un film perfettamente consapevole di ciò che vorrebbe essere. La sceneggiatura evita per la maggior parte inutili fronzoli narrativi (tranne per uno sbrigativo accenno a un triangolo amoroso del tutto inconcludente) e ci presenta subito e rapidamente il contesto, l’ambientazione e i personaggi per poi passare subito al momento in cui comincia a scatenarsi la carneficina.
Un film quindi semplice nella narrazione, che altro non è che un pretesto per dare vita alla classica sequela di inseguimenti e uccisioni sanguinolente, fino al confronto finale tra l’animale killer di turno e gli ultimi superstiti. La regia di Roberts non offre chissà quali novità estetiche, ma è apprezzabile l’utilizzo di effetti pratici, molto più efficaci dell’uso di CGI, che in produzioni a basso budget come questa tende a essere di scarsissima qualità.
Con queste caratteristiche Ben – Rabbia animale sembra quindi rispondere affermativamente alla domanda sulla possibilità di realizzare ancora dei B-movie. Eppure manca qualcosa per dare una vera risposta affermativa. Manca la sensazione di povertà di mezzi che rende questo tipo di film così affascinanti. Con le nuove tecnologie a disposizione infatti anche film di produzioni “basse” risultano avere una qualità dell’immagine che riesce a non sfigurare a confronto con produzioni a budget più alto. Si è ormai perso quell’atmosfera di film artigianale fatto in casa che ha reso dei cult tante produzioni di questo tipo.
Dovendo giudicare il film come opera singola, questa pulizia nella messinscena non inficia sicuramente la qualità (non altissima, ma che garantisce un film godibile per gli appassionati del genere). Rimane comunque un pizzico di amarezza per la perdita di un tipo di cinema che ha saputo catturare tanti spettatori delle precedenti generazioni.


