Aliens - Scontro finale

Aliens – Scontro finale recensione film di James Cameron con Sigourney Weaver [Flashback Friday]

Aliens – Scontro finale recensione del film di James Cameron, con Sigourney Weaver, Michael Biehn, Bill Paxton, Lance Henriksen, Paul Reiser, Jenette Goldstein e Carrie Henn

Per chi non lo sapesse, ancor prima di diventare regista visionario, James Cameron è stato un inserviente scolastico e un camionista. Si guadagnava da vivere così il futuro regista di Titanic (1997). Secondo le cronache dell’epoca, è proprio in quel periodo della sua vita che vide Alien (1979) di Ridley Scott. Ricordandosi delle sensazioni, delle emozioni provate guardando quel Dieci piccoli indiani nello spazio siderale, Cameron si chiese perché mai un film perfetto come Alien avrebbe dovuto aver bisogno di un sequel. Sarebbe stato impossibile ricreare quella perfetta mistura narrativa di terrore, fantascienza ed inerzia scenica.
L’unico modo, secondo Cameron, era quello di proporre qualcosa di diverso ma allo stesso tempo familiare. Che andasse, cioè, a ricalcare lo stile del capostipite ma che camminasse sulle proprie gambe: nasce da queste premesse Aliens – Scontro finale (1986), il sequel definitivo.

Sigourney Weaver e James Cameron sul set di Aliens
Sigourney Weaver e James Cameron sul set di Aliens – Scontro finale

Nello specifico, Cameron immaginava qualcosa che combinasse l’orrore di Alien con il dinamismo e l’azione di Terminator (1984). Fu questa la ratio filmica alla base del trattamento-light di 42 pagine buttato giù da Cameron in soli tre giorni. Un’ispirazione arrivatagli grazie al co-produttore e regista Walter Hill e dal suo soggetto-sequel intitolato Ripley e gli alieni. Eppure non fu affatto facile far fronte a tutto questo, specie tenendo conto del peso specifico assunto da Alien nell’immaginario collettivo. C’erano molte perplessità intorno alla scelta di puntare su Cameron alla regia: relativamente giovane, inesperto, con appena due regie all’attivo tra il corto sci-fi Xenogenesis (1978) e il b-movie horror low-budget Piranha Paura (1981).

Dalla sua il successo di Terminator gli fece acquistare una grossa fetta di credibilità agli occhi dei dirigenti della 20th Century Fox, oltre che tempo. Per via delle riprese di Conan il distruttore (1984) infatti, la lavorazione di Terminator fu rimandata di nove mesi. Periodo di gestazione in cui Cameron ampliò il trattamento a novanta pagine da cui trarrà poi la sceneggiatura definitiva nel febbraio del 1985.

Nel cast figurano Sigourney Weaver, Michael Biehn, Bill Paxton, Lance Henriksen, Paul Reiser, Jenette Goldstein, Carrie Henn; Al Matthews, Mark Rolston, Cynthia Dale Scott, Trevor Steedman, Daniel Kash, Barbara Coles, William Hope e Ricco Ross.

Aliens – Scontro finale: sinossi

Anno 2179. Dopo quasi sessant’anni di ipersonno Ellen Ripley (Sigourney Weaver) – assieme a Jones il gatto – si risveglia. Viene soccorsa da una squadra di recupero della stazione spaziale di Gateway. Torna così sulla Terra, ma in modo tutt’altro che eroico. I dirigenti della Weyland-Yutani la ritengono infatti responsabile della distruzione della Nostromo. Oltre a questo, ritengono che Ripley stia mentendo, esagerando spudoratamente sull’effettiva minaccia dell’alieno.

Come punizione, la Weyland-Yutani priva Ripley della licenza di sottufficiale di volo. Nel corso del meeting inoltre, Ripley viene a conoscenza degli esiti della missione. Il pianeta in cui atterrarono – ribattezzato LV-426 – l’inizio cioè di tutte le disgrazie della Nostromo, è stato terraformato infine colonizzato. I contatti con la colonia presente su suolo alieno si interrompono improvvisamente. Carter Burke (Paul Reiser) e il tenente Gorman (William Hope) chiedono a Ripley soccorso. Dopo alcune perplessità iniziali, decide di prendere parte alla missione così da esorcizzare il doloroso passato.

Sigourney Weaver
Sigourney Weaver in una scena di Aliens – Scontro finale

Ripley si imbarca sulla USS Sulaco unendosi a una squadra di d’assalto dei Marines. L’obiettivo è di far chiarezza, infine sterminare eventuali minacce aliene. A bordo Ripley si imbatte nel sergente Apone (Al Matthews); il caporale Hicks (Michael Biehn); i soldati Hudson (Bill Paxton), Drake (Mark Rolston) e Vazquez (Jenette Goldstein); nonché l’androide Bishop (Lance Henriksen). La visione di quest’ultimo provoca in Ripley una reazione da reduce, ricordando gli orrori delle azioni di Ash. Quella che per tutti si prospetta come una missione di routine diventa ben presto un incubo a occhi aperti. Toccherà a Ripley imbracciare le armi e salvare la situazione: ha inizio la guerra.

Cause legali e continui ritardi, un sequel in cui non credeva nessuno

Nonostante il successo del predecessore, ci vollero sette anni prima che Aliens ottenesse il semaforo verde dalla produzione. La Brandywine Productions di Roger Corman l’avrebbe messo in cantiere anche l’indomani. Dello stesso avviso Alan Ladd Jr. che avrebbe anche dato il via se non fosse che i suoi giorni da Presidente della Fox erano prossimi a concludersi. Poche settimane dopo infatti, Ladd Jr. avrebbe lasciato la sua scrivania per fondare la The Ladd Company. Al suo posto arrivò Norman Levy che, a differenza del suo predecessore, riteneva Aliens una pessima idea.

In realtà un po’ tutti i dirigenti della Fox ci credevano pochissimo. Secondo loro infatti il successo di Alien arrivò per un semplice colpo di fortuna. Dubitavano proprio che il pubblico sarebbe tornato in sala a vedere un sequel di Alien; specie considerando che gli incassi degli horror erano in calo. Le cose presero una piega ancora più critica quando i co-fondatori della Brandywine – il sopracitato Hill e Gordon Carroll – citarono in giudizio la Fox per mancata divisione dei profitti di Alien.

Sigourney Weaver e Carrie Henn
Sigourney Weaver e Carrie Henn in una scena di Aliens – Scontro finale

A quanto pare, usando i metodi contabili di Hollywood, la Fox aveva dichiarato Alien una perdita finanziaria nonostante gli oltre 100 milioni di dollari d’incassi; il tutto a fronte di un budget di appena 11 milioni. La causa legale si protrasse fino al 1983, risolta in favore della Brandywine. Dal canto suo Fox, oltre a corrispondere il mancato pagamento più gli interessi moratori, avrebbe finanziato l’intero sviluppo di Aliens ma senza curare la distribuzione. In poche parole, un investimento a perdere.

Fortunatamente però, il nuovo dirigente in capo alla Fox, Joe Wizan, era decisamente più favorevole alla realizzazione di Aliens. Dando il via alla ricerca degli sceneggiatori si imbatterono proprio in Cameron di cui rimasero colpiti – oltre che da Terminator – dalla sceneggiatura di Rambo II (1985) scritta a quattro mani con Stallone.

La visione di Cameron, le perplessità di Scott, i rifiuti della Weaver

Nonostante Cameron credesse nella sua visione e in Aliens, il peso della legacy artistica era decisamente opprimente. Tanti erano i fattori che vi andavano contro. Tutti intorno a lui gli consigliavano di lasciar perdere. Il rischio palpabile era che in ogni caso Cameron c’avrebbe rimesso la faccia: se fosse stato un successo avrebbero dato ogni merito a Scott; a parti invertite ogni demerito a Cameron. Lo stesso Scott, dal canto suo, era convinto che non gli avessero mai offerto di dirigere il sequel perché già Alien non fu proprio una passeggiata; figuriamoci bissare il successo.

Sigourney Weaver e Michael Biehn in una scena di Aliens
Sigourney Weaver e Michael Biehn in una scena di Aliens – Scontro finale

Il regista di True Lies (1994) vedeva tutto con un’ottimismo di pura leggerezza e pose immediatamente una condizione: Sigourney Weaver come protagonista. C’era un doppio problema però. Da una parte la Fox non voleva scendere a compromessi con il suo agente, dall’altra la stessa Weaver non ne voleva sapere al punto che rifiutò più e più volte qualsiasi discorso in merito.

Il motivo era semplice: non voleva far rivivere Ellen Ripley per una mera questione finanziaria. La differenza la fece lo script di Cameron e la sua visione. L’inerzia delle sue risposte-medie cambiò non appena lesse il frutto del lavoro del brillante cineasta. La Weaver salì a bordo, vide le sue perplessità dissolte nel nulla, e ricevette 1 milione di dollari di compenso più una percentuale al botteghino: il più alto stipendio della sua carriera fino a quel punto.

Il successo di Alien$ e il mancato retaggio: l’infelice sequel di David Fincher

Il successo di Aliens – o come lo ribattezzò scherzosamente Cameron, Alien$ – portò a discutere di un sequel all’indomani del rilascio in sala. Nel 1992 fu realizzato Alien3 di David Fincher. Opera infelice che se da una parte ha visto l’utilizzo di argute estetiche da videoclip in un concept cupo, similare nelle atmosfere dell’opera di Scott, dall’altra fu rinnegata da chiunque, perfino dallo stesso regista che per le interferenze produttive commentò così:

Preferirei morire di cancro al colon piuttosto che fare un altro film.

Carrie Henn
Carrie Henn in una scena di Aliens – Scontro finale

Fortunatamente per noi il film successivo fu Seven (1995) e Fincher proseguì il suo cammino cinematografico. Cameron però, che dalla sua non poté tornare perché impegnato in altri progetti, commentò così la scelta narrativa di sbarazzarsi dei personaggi di Hicks e Newt fuori dallo schermo:

Pensavo fosse stato uno schiaffo in faccia ai fan; un grosso errore. Certamente se fossimo stati coinvolti non l’avremmo fatto. Sentivamo di aver guadagnato qualcosa con il pubblico per quei personaggi.

Aliens – Scontro finale: le sfumature allegoriche della narrazione di James Cameron

Se Alien era stato paragonato a una casa stregata, Aliens è più un ottovolante. Diceva così James Cameron nel delineare un confronto evocativo tra capostipite e sequel. E in effetti, numeri alla mano, la narrazione ideata dal regista di The Abyss (1989) è esattamente questo: un ottovolante di sfumature allegoriche sullo sfondo dell’immortale capolavoro di Scott e del suo genio registico. Al contempo però Aliens ne prende le distanze risplendendo di luce propria più che riflessa. Il lavoro di Cameron, in tal senso – nell’unire tradizione e innovazione – è ben oltre l’encomiabile.

Partire cioè dalla legacy di Alien e dei suoi eventi per costruire una narrazione nel cui seno crescono gemme tematiche pronte, con il dispiego dell’intreccio, ad esplodere in una miscellanea di sapori filmici del tutto inediti se paragonati all’opera scottiana. Aliens evolve così in un racconto sul reaganismo, nella misura in cui consideriamo l’epica da eroina tragica di Ripley e la sua dimensione individuale di potere da self-made-woman/donna sola al comando; di denuncia all’orrore bellico del Vietnam, nella gestione della componente traumatica di Ripley da Reduce, nonché dell’inerzia militare nella gestione della campagna sul planetoide alieno; infine sulla maternità.

Sigourney Weaver e Carrie Henn in una scena di Aliens
Sigourney Weaver e Carrie Henn in una scena di Aliens – Scontro finale

Quest’ultima forse la più preziosa delle tre perché prosecuzione, evoluzione e consolidamento dell’anima femminista della narrazione scottiana – qui non più fatta emergere alla distanza ma didascalicamente al centro del racconto – nonché trademark delle donne forti di quella cameroniana. Laddove infatti Alien muoveva l’intero racconto sul tema della nascita tra gusci d’ipersonno e uova aliene, Aliens procede verso l’inevitabile step successivo: la crescita e il relativo ruolo del genitore. Tema sviluppato da Cameron esattamente come fece il suo predecessore Scott: giocando con l’inerzia del racconto tra umani e alieni.

Espediente che Cameron declina ora vestendo Ripley del ruolo e della carica valoriale di madre della piccola Newt della Henn, ora facendo crescere a dismisura gli alieni e compiendo lo stesso processo narrativo – a polarità invertita – con la sua controparte Regina non più di Giger e Rambaldi ma di Stan Winston; avvolgendo le rispettive cariche valoriali materne in una climax pirotecnica da action consumato.

Da Ridley Scott a James Cameron: la mutazione del concept narrativo

Il tutto, chiaramente, va ad incidere sulla natura narrativa stessa del racconto. La narrazione scottiana di Alien viveva infatti di un denso body/survival horror declinato in una perfezione registica chiaroscurale e dal marcato tono claustrofobico. Questo per via della sua natura da high-concept. Basso budget, racconto snello, conflitto scenico minimale, o per dirla in altri termini: massimo risultato, minimo sforzo. Con Aliens accade esattamente l’opposto.

La narrazione cameroniana amplifica tutto: le armi in dotazione ai Marines, gli alieni in termini numerici e di ferocia, perfino l’Alien di turno – la mastodontica Regina – il conflitto scenico che nell’innalzare la posta in gioco in modo considerevole assume proporzioni ancora più epiche tra i sopracitati richiami allegorici reaganiani e anti-Vietnam. Un low-concept in tutti i crismi che gode di un budget raddoppiato rispetto al predecessore. A beneficiarne è la natura stessa del racconto che vede attenuare (e nemmeno di molto poi) la carica horror per una componente action ben più corposa.

Sigourney Weaver
Sigourney Weaver nella climax di Aliens – Scontro finale

Se Scott se la giocava amplificando l’aspetto sensoriale, generando brividi tra jump-scare leggendari e il suo progressivamente asciugare i membri della Nostromo, Cameron procede inviando invece uno squadrone a sterminare una razza aliena: fiumi di proiettili, cameratismo alla Fanteria dello spazio, acido sui volti e sui corpi dei Marines, infine invertire l’inerzia dell’agire individuale del Dieci piccoli indiani in favore di un gioco di squadra di famiglia; almeno a detta dello stesso produttore di Strange Days (1995):

Penso di aver seguito le orme di Alien, che era il classico modello Dieci piccoli indiani in cui inizi con un numero X di personaggi e ne hai uno che prevale. In Aliens tre personaggi prevalgono alla fine. […] Riguarda più i legami familiari anche se nel film è una pseudo-famiglia e la cooperazione contro un nemico; quindi non segue esattamente il modello slasher.

Aliens – Scontro finale: la consacrazione di James Cameron, il sequel definitivo

Nel valutare un’eventuale prova del tempo, prossimo ai trentacinque anni Aliens conferma tutta la bontà del lavoro registico-narrativo di James Cameron. Un’opera dalla sempreverde carica action che nasce nel solco scottiano di Alien per poi emergere in tutta la sua forza, figlia dell’impareggiabile visione del suo autore visionario che di lì a poco – con Terminator 2: Il giorno del giudizio (1991) – consoliderà del tutto la sua posizione autoriale da regista eccellente di sequel. Al COMICON 2016, in proposito, alla domanda sul perché pensava che la popolarità di Aliens fosse perdurata negli anni, Cameron ha così risposto:

Devo togliermi il cappello da regista e guardarlo con gli occhi del fan: mi piacciono molto quei personaggi. Ci sono certe battute, momenti, ricordi. È un film soddisfacente. Ma in realtà penso che (lo) siano quei personaggi. Possiamo tutti identificarci con Hudson (Bill Paxton nDr) che corre in giro e dice “cosa diavolo faremo adesso?”. Conosciamo tutti quel ragazzo.

Il binomio Cameron-sequel parte da qui però. Da un progetto in cui non credeva nessuno – nemmeno Ridley Scott in persona – rivelatosi infine il sequel definitivo: l’inversione di tendenza per cui il secondo capitolo non è mai all’altezza del primo. Contro cause legali, produttori truffaldini, e pronostici che lo volevano perdente e fallito, Aliens è più che degno di Alien, perfino superiore per certi aspetti. Cameron ne uscì vincente, consolidandosi come uno dei volti registici emergenti più interessanti. Un dittico leggendario tra 1979 e 1986 dove l’allievo Cameron guarda al maestro Scott, consolidando l’immaginario collettivo di letali xenomorfi sbucanti dalle fo***te pareti.

La locandina di Aliens
La locandina di Aliens – Scontro finale

Sintesi

Il secondo capitolo della saga dello xenomorfo è un'opera dalla sempreverde carica action nata nel solco scottiano del capostipite Alien per poi emergere in tutta la sua forza. Una narrazione figlia dell'impareggiabile visione del suo autore visionario James Cameron che di lì a poco, con Terminator 2: Il giorno del giudizio, consoliderà del tutto la sua posizione autoriale da regista eccellente di sequel. Tutto parte da qui però. Da quell'inversione di tendenza per cui il secondo capitolo non è mai all'altezza del primo: Aliens è più che degno di Alien, perfino superiore per certi aspetti. Imbattibile gioiello filmico.

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